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Calma apparente

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

Nuovo vertice sul nucleare dell’Iran, ma l’ombra dell’attacco ai Pasdaran complica tutto
”Abbiamo avuto questo pomeriggio un incontro abbastanza costruttivo. E’ stata una buona partenza. La maggior parte delle questioni tecniche sono state affrontate. La riunione riprenderà domani mattina alle 10”. Mohammed El Baradei, segretario generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), commenta così l’incontro tecnico avvenuto ieri tra la delegazione iraniana e gli emissari del gruppo di contatto chiamato 5+1 (Usa, Cina, Gran Bretagna, Russia, Francia e Germania) a Vienna, presso la sede dell’Aiea.

El Baradei è parso molto rilassato, ma la tensione è palpabile. L’attentato suicida che domenica scorsa è avvenuto nella provincia del Sistan-Balucistan, in Iran, nel quale hanno perso la vita 31 persone tra cui sei alti ufficiali dei Pasdaran, ha avvelenato il clima dei colloqui sul programma nucleare iraniano. L’aggiornamento dei lavori, presentato da El Baradei come una pausa tecnica, potrebbe invece nascondere una trattativa diplomatica più complessa per non far fallire il vertice.

L’argomento tecnico sul tavolo, come da accordi presi a Ginevra il 1 ottobre scorso, è l’arricchimento dell’uranio dell’Iran. La delegazione di Teheran, a Ginevra, aveva lasciato intendere di non aver nulla da eccepire alla visita degli ispettori dell’Aiea al sito nucleare di Qom, in cambio della possibilità di coinvolgere la Russia nel processo di arricchimento dell’uranio. Tutto sembrava ormai assodato, ma l’attentato di domenica e una serie di altri elementi hanno reso incandescente il clima che si era disteso a Ginevra.

”A noi servono tra i 150 e i 300 chili di uranio arricchito al 19,7 percento per il reattore di Teheran, che viene utilizzato per la cura del cancro con gli isotopi”, ha dichiarato all’agenzia Reuters alla vigilia del vertice di ieri a Vienna Alì Shirzadian, portavoce dell’Organizzazione per l’Energia Atomica iraniana. ”L’accordo prevede che noi possiamo inviare in Russia uranio al 3,5 percento che ci tornerebbe arricchito fino al punto che ci serve. Se funzionasse, sarebbe davvero un gesto distensivo nei nostri confronti da parte della comunità internazionale, ma se non si trovasse un accordo noi andremmo avanti da soli ad arricchire l’uranio. Il processo, per ora, è un po’ al di là della nostra capacità economica, ma non ci fermeremmo certo per questo”. Una posizione che non vuole rappresentare una chiusura ai colloqui, ma che rende l’idea di un clima reso difficile dagli ultimi eventi in Iran.

I Pasdaran o Guardiani della Rivoluzione, sono furiosi. Il loro comandante in capo, il generale Mohammed Ali Jafari, ha tuonato oggi in un’intervista all’agenzia filo governativa Isna: ”Dietro questo attentato ci sono gli apparati di intelligence di Stati Uniti e Gran Bretagna. Verranno prese misure di rappresaglia contro questi paesi e contro Israele che hanno armato il braccio di Jundallah”.

Parole dure, non nuove nel lessico aggressivo di Jafari. Il gruppo sunnita Jundallah, nato nel 2002, rappresenta in armi le istanze dei Baluci, minoranza della provincia del Sistan – Balucistan, con forti legami oltre frontiera in Pakistan. Il gruppo ha rivendicato l’attacco, ma a Teheran sono convinti da anni che gli Usa sostengano tutti i gruppi armati delle minoranze in Iran che si sentono vessate dal potere centralista persiano e sciita. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha telefonato ieri ad Alì Zardari, il suo omologo pakistano, chiedendo un intervento del governo in Balucistan, minacciando in caso contrario di scatenare i Pasdaran oltre confine a caccia dei santuari dei miliziani di Jundallah.

I Pasdaran, in realtà, sono in fermento per tanti motivi e non solo per l’attentato. La milizia, nata nel 1979, risponde direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei. Il Grande ayatollah, da giorni, è al centro di voci e sospetti circa le sue condizioni di salute. I vertici dei Pasdaran sono in subbuglio, in quanto alla morte della Guida Suprema sono gli anziani del Consiglio degli Esperti, in questo momento guidato da Rafsanjani, ex falco che dopo le elezioni presidenziali del giugno scorso, che hanno causato una vera e propria insurrezione, è un nemico di Ahmadinejad. Lo stesso Khamenei, dopo il disastro del post elezioni, aveva rivoluzionato i vertici sostituendo l’8 ottobre scorso il comandante dei Basiji (milizia volontaria che affianca i Pasdaran) Hussein Taeb con il generale di brigata Mohammed Reza Naghdi, ritenuto ancora più duro del suo predecessore.

L’idea era quella di prepararsi all’eventuale scontro istituzionale che potrebbe avvenire alla morte di Khamenei, vecchio e malato, per impedire che a nominare la nuova Guida Suprema siano gli ambienti dell’opposizione ad Ahmadinejad. All’interno stesso dei Pasdaran, sembra, siano in corso lotte intestine tra la corrente oltranzista e quella più moderata. Chi aveva interesse, dunque, a portare a segno il colpo di domenica? Sembra difficile, in questo momento, pensare davvero a Usa e Gran Bretagna. Che durante l’amministrazione Bush tutti i gruppi anti-Teheran abbiamo ricevuto fondi è un fatto, ma Obama ha rischiato la faccia sul dialogo e alla vigilia del vertice di Vienna le potenze del 5+1 non avevano interesse a far saltare tutto. Forse gli autori dell’attacco potrebbero essere cercati tra i commilitoni delle vittime, in quanto i Pasdaran controllano anche un enorme rete affaristica, legata anche al traffico internazionale di droga.

La tensione a Teheran resta alta, anche perché la partita a scacchi regionale con l’Arabia Saudita si fa sempre più dura. Riad non vuole un Iran potenza regionale e la guerra in Yemen tra i governativi e i ribelli sciiti sembra un campo di battaglia dove si contrappongono gli interessi delle due potenze regionali. Proprio in Arabia Saudita, è scomparso Shahram Amiri, un ricercatore dell’università Teheran’s Malek Ashtar. Amiri, nonostante nessuna dichiarazione ufficiale del governo rispetto al suo ruolo, è stato uno dei padri del programma nucleare iraniano.
Amiri, recatosi in pellegrinaggio alla Mecca, ha contattato a giugno per l’ultima volta la sua famiglia dicendo di trovarsi a Medina dopo aver subito un duro interrogatorio della polizia saudita.

Il ministro degli Esteri iraniano Mottaki, nei giorni scorsi, ha denunciato il coinvolgimento degli Usa nel rapimento. Il Dipartimento di Stato Usa ha negato, ma in molti hanno collegato la vicenda alla scomparsa di Alì Reza Asgari, ex vice ministro della Difesa iraniano, scomparso ad Ankara nel 2007. Per entrambi un destino simile: secondo Teheran sono stati eliminati dai servizi segreti israeliani o statunitensi, per rallentare il programma nucleare iraniano. Per molti osservatori, però, i due cittadini iraniani si sono consegnati di persona, in cambio dell’asilo politico, rivelando i piani iraniani in materia nucleare. Leon Panetta, direttore della Cia, nonostante lo show di Obama e soci nel denunciare il sito di Qom a margine dei lavori del G20, ha ammesso che l’intelligence Usa era a conoscenza del sito dal 2006 in un’intervista concessa al Time Magazine.
El Baradei è apparso calmo, ma attorno a Vienna le acque sono molto agitate.

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