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L’ipocrisia degli occidentali

di Stefano Rizzo
da www.aprileonline.info

Cosa è successo esattamente in otto anni di occupazione militare in Afghanistan non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai, almeno finché non se ne occuperanno gli storici. Il fatto è che laggiù non c’è una vera e propria occupazione militare, cioè l’invasione da parte di un esercito straniero che prende il controllo di uno stato e vi esercita la sovranità. In Afghanistan nessuno esercita la sovranità se con questo termine si intende l’esercizio del potere di governo su tutto il territorio

Come avveniva nel medioevo, quando ancora non esistevano gli stati sovrani, il potere è diviso tra un gran numero di attori: il cosiddetto governo centrale, i molti contingenti militari stranieri, i signori della guerra dotati di cariche più o meno ufficiali, i talebani, le milizie armate, i gruppi terroristici, le bande criminali, i signori della droga, i consigli degli anziani, i capi tribù, le società multinazionali che gestiscono quella che, senza tema di ridicolo, viene chiamata la ricostruzione, ecc. ecc.

Il risultato di questa frammentazione del potere è che tutti si barcamenano per la sopravvivenza: stringono accordi, fanno incursioni militari, mettono bombe, fanno finta di riconoscere una autorità e poi ne seguono un’altra e, sì, pagano, un fiume di soldi arriva quotidianamente in Afghanistan prima di essere dirottato al sicuro su qualche conto estero. L’ipocrisia, il doppio o triplo gioco degli afgani è comprensibile. Dopotutto sono loro a rischiare di più in termini di vite umane e di distruzione dei loro beni: sono continuamente sottoposti ad un potere che li sovrasta, dai taglieggiamenti dei talebani alle bombe intelligenti degli occidentali, alla corruzione e violenza del loro governo. Sono trenta anni (almeno, dall’invasione sovietica nel 1979) che subiscono questa realtà, ci si sono abituati e hanno imparato l’arte del sopravvivere.

L’ipocrisia e la doppiezza degli occidentali è meno comprensibile. Sulla carta sono lì per aiutare il governo afgano a ricostruire le istituzioni e l’economia, e per combattere i terroristi i talebani e i loro alleati di al-Qaeda che le minacciano. Ma naturalmente le cose non stanno così. Il governo afgano, dopo otto anni di presenza militare straniera, non esiste, si regge sui brogli, sull’intimidazione e sulla corruzione. Tutti gli esperti militari sanno che non resisterebbe quindici giorni senza le truppe straniere (ed è per questo che ancora recentemente Hamid Karzai ha detto di essere favorevole all’invio di altre migliaia di soldati).

Quanto alla pretesa di combattere il terrorismo, si divide in due parti: la guerra contro i talebani e quella contro al-Qaeda. I talebani non sono sparuti gruppi di attentatori suicidi; sono anche questo, ma soprattutto sono centinaia di migliaia di insorti motivati essenzialmente da un progetto politico: conquistare il potere centrale e cacciare gli stranieri, un progetto che anno dopo anno portano avanti con tutta la ferocia — anche nei confronti dei propri concittadini — che normalmente viene usata da qualunque movimento insurrezionale e di guerriglia. Al Qaeda invece è un’organizzazione terrorista, che ha obbiettivi politici molto meno chiari e comunque di natura internazionale.

Ma il fatto è che, a detta di tutti gli esperti di intelligence, al-Qaeda non è più presente da molti anni in Afghanistan. Forse ci sarà qualche militante dei loro tra i talebani, ma il grosso dell’organizzazione, “la base” opera oltre il confine in Pakistan. Ed è da lì che compiono gli attentati sanguinari che in questi giorni stanno facendo traballare il governo pakistano. Da lì viene il maggior pericolo per l’Occidente perché, se il Pakistan dovesse cadere in mano agli estremisti fondamentalisti legati ad al-Qaeda, diventerebbe il primo stato terrorista del mondo in possesso di armi nucleari.

In questo contesto l’ipocrisia degli occidentali è davvero inspiegabile. Certo, si tratta di mantenere una parvenza di unità, per compiacere il potente alleato americano, il capofila di tutta l’operazione formalmente a guida Nato. Il fatto è che tutti i governi sanno che la situazione “sul campo” è ben diversa da quanto viene detto pubblicamente. In nessuna parte dell’Afghanistan si può parlare di una missione di “peacekeeping”.

Al contrario, ci sono due guerre in corso: una guerra civile che vede contrapposti i talebani e un certo numero di signori della guerra che li appoggiano, da una parte, e i gruppi di potere armati e finanziati dagli occidentali che si identificano con il governo Karzai e con i signori della guerra e i cartelli della droga suoi alleati, dall’altra. L’altra guerra è, sia consentita l’espressione, una guerra di liberazione per cacciare gli invasori occidentali e “infedeli” che, per quanto più subdola, gode dell’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione. Entrambe queste guerre vengono combattute ormai su tutto il territorio dell’Afghanistan, con diversa intensità a seconda dei luoghi e con diversi strumenti: dall’attentato suicida all’attacco militare convenzionale, al bombardamento dall’alto.

E’ comprensibile che in questo marasma senza fronti e senza regole ognuno cerchi di garantirsi la sicurezza con tutti i modi che può, quindi anche comprandola a suon di dollari. Può darsi che gli americani non l’abbiano fatto, ma per il semplice motivo che la loro missione non è di “peacekeeping”, bensì di dare la caccia e ammazzare quanti più talebani possibile e per questo non servono dollari, ma pallottole.

Mentre è molto probabile che tutti gli altri contingenti, che al contrario sono vincolati alla finzione di una missione di pace, abbiano cercato di accattivarsi la simpatia degli abitanti, non solo distribuendo latte in polvere ma anche con cospicue elargizioni di denaro ai capi tribù (talebani o governativi, fa lo stesso). Del resto, anche gli americani si sono comportati così, molto di recente, in Iraq. Quando hanno visto di non potere sconfiggere gli insorti, li hanno pagati perché passassero dalla loro parte e li hanno armati perché combattessero per loro contro i “cattivi”.

Tutto questo è comprensibile. Quello che invece è incomprensibile è perché dopo otto anni di questa situazione, che peggiora ogni giorno di più, gli europei continuino a nascondersi dietro il velo ipocrita della “missione di pace”, e, nonostante le centinaia di caduti che anch’essi hanno subito, non trovino la forza di ammettere che l’intera operazione è fallita e che bisogna cambiare radicalmente strategia – detto in parole povere: andarsene.

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