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Nigeria, fra amnistia e ritorno alla violenza

di Chiara Pracchi
da www.peacereporter.net

E’ un attimo. Il boato e poi l’esplosione. Una buca nelle dissestate strade del sud della Nigeria e l’autocisterna che trasporta il greggio estratto in questa zona, si ribalta e prende fuoco, coinvolgendo nell’esplosione anche sei autobus di linea. Settanta i morti. E’ venerdì sera, 9 ottobre, nello stato di Anambra.

Questa volta non sono stati i guerriglieri, ma di petrolio si continua a morire e a soffrire nel Delta del Niger nonostante l’amnistia, siglata domenica 3 ottobre, fra il governo e alcuni gruppi di militanti armati. E l’incidente diventa emblematico di una situazione di sfruttamento, incuria e povertà in cui giace la regione più ricca del Paese.

Per risolvere il problema degli attacchi agli impianti petroliferi, il governo nigeriano aveva deciso di offrire il suo “perdono” a quanti erano disposti ad uscire dalla clandestinità, insieme a un corso di formazione professionale e a un impiego. A distanza di quindici giorni dalla scadenza dell’amnistia, Abuja inneggia al successo dell’iniziativa e rende noti i dati ufficiali: 15 mila militanti avrebbero deposto le armi, tra questi gli uomini Farah Dagogo e di Ekpemupolo, meglio noto come Tompolo, rispettivamente a capo di due diverse fazioni del Mend, ma anche quelli del Niger Delta Vigilante di Ateke Tom, un gruppo paramilitare, armato da politici locali e utilizzato come mezzo per esercitare il potere e manovrare le elezioni.

Non quelli del Mend capeggiati da Henry Okah, che attraverso il loro portavoce, Jomo Gbomo, hanno accusato il governo di aver messo in atto una farsa, pagando delle comparse “nella speranza che ciò convincesse i militanti veri a dichiararsi”. “Continueremo a combattere per la nostra terra fino all’ultima goccia di sangue, indipendentemente dal numero di persone che il governo della Nigeria e le compagnie petrolifere riescono a comprare” – aveva avvisato Jomo Gbomo – che oggi ha annunciato la ripresa delle ostilità “contro l’industria petrolifera, l’esercito nigeriano e i suoi collaboratori”. “Distruggeremo completamente tutti gli impianti che avevamo già attaccato – scrivono oggi in un’email i ribelli- e non metteremo più limiti ai nostri attentati e alla distruzione degli oleodotti”.

Difficile valutare il reale peso delle forze in campo, fra i guerriglieri del Mend, che sostengono di aver già rimpiazzato tutti i comandanti, ed ex capi come Soboma Jackrich e il generale Boyloaf, che invitano la stampa ad ignorare le email di Gbomo, come quelle di un pazzo visionario senza più un seguito. Di certo il cessate il fuoco può durare solo fino a quando il governo sarà in grado di mantenere le promesse fatte e di pagare gli ex guerriglieri, che nei giorni scorsi sono già scesi per le strade di Port Harcourt a reclamare il proprio salario. Il rischio, in caso contrario, è che le elezioni del 2011 finiscano per costituire un’ottima possibilità di reimpiego per uomini che spesso sono cresciuti combattendo, senza saper fare molto altro nella vita.

La violenza non è l’unico problema del Delta e la soluzione prospettata dal governo non affronta nessuno dei problemi politici del luogo, che sono quelli di una regione depredata e dimenticata nella propria povertà e arretratezza. In giugno Amnesty International aveva denunciato in uno dei suoi rapporti “il ciclo perverso delle risorse” che spoglia il territorio delle sue ricchezze per lasciare solo le cicatrici. E le cicatrici nel Delta del Niger sono livelli di inquinamento altissimi che comprometto la sussistenza delle popolazioni, fino ad arrivare a costituire una violazione dei diritti umani.

Per aprire un dialogo con il governo che vada al di là del perdono concesso, il 29 settembre il Mend aveva istituito una commissione formata , tra gli altri, dal premio Nobel per la letteratura Wole Soyinka, come osservatore indipendente. Il gruppo chiede il ritiro della Joint Task Force, formata da reparti speciali dell’esercito, della marina e dell’aviazione, che si è resa responsabile di massacri ed uccisioni extragiudiziarie nell’area di Gbaramatu; l’apertura di un dialogo sull’autodeterminazione e sul controllo delle risorse; e la liberazione di 54 prigionieri che ancora vengono tenuti in carcere.

In un’intervista concessa al quotidiano nigeriano The Guardian prima della scadenza dell’amnistia governativa, il professor Soyinka aveva spiegato la propria soluzione al problema del Delta: una versione miniaturizzata della Commissione per la verità e la riconciliazione di stampo sudafricano, adattata alle esigenze nigeriane e per questo ribattezzata “Commissione per la verità e la restituzione”.

“La crisi del Delta del Niger – sostiene Soyinka – può solo essere risolta olisticamente perché la ragione fondamentale per cui combatte il Mend corrisponde esattamente a ciò per cui ha combattuto per anni la maggior parte della popolazione: la ristrutturazione di questa nazione su basi più eque. Parliamo di federalismo fiscale, per esempio. Parliamo della distribuzione delle entrate fiscali derivanti dal petrolio. Parliamo della distorsione che ha avuto luogo sin dall’indipendenza della nazione…”.

Contattato da PeaceReporter il professor Soyinka non ha voluto commentare la minaccia di nuovi attentati da parte dei guerriglieri e l’andamento dei colloqui con il governo, dal momento che – ci ha scritto – ogni sua affermazione in questo momento risulterebbe prematura o già superata dagli eventi.

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