Home Politica e Società Fate le veline, non le scienziate!

Fate le veline, non le scienziate!

di Paola Lembo
da www.womenews.net

Su “l’Unità” del 9 ottobre scorso è apparso un articolo di Jolanda Bufalini sulle donne spaziali. Mi ha colpito e infastidito, inducendomi a qualche riflessione sulla bontà di simili operazioni ideologiche volte all’auto-elogio di categoria.

“Parrocchiale” è la prima (tranchante? Forse…) definizione che darei a chi mi chiedesse conto dei contenuti dell’articolo. Poi aggiungerei che si tratta di uno dei soliti esempi di tautologia culturale, che procede per accumulazioni e ridondanze concettuali alla difesa di quello stesso modo di pensare di cui pretende di ergersi a giudice.

“Piacere sono una meccanica celeste” è l’incipit dell’articolo. In medias res, non c’è che dire: una dichiarazione di intenti che permette alla lettrice e al lettore un’immediata decodifica dello status professionale, sociale e (perché no?) anche economico della dichiarante. Una meccanica celeste, signore e signori: una donna che ce l’ha fatta, che è riuscita a “usare il cervello” (sic) senza tuttavia “rinunciare alla femminilità”! Sì perché “Queste signore sono sposate, hanno avuto figli”, hanno cioè fatto quel che hanno voluto senza però dimenticare il loro ruolo sociale: i figli, la famiglia, la femminilità…

Al grido di “Fate le scienziate non le veline”, l’autrice e le scienziate interpellate incalzano le giovani lettrici affinché seguano calvinisticamente la strada che sembra ineluttabile: quella del sommo sacrificio per essere più intelligenti, più brave.Ma di chi, se è lecito chiedere? E soprattutto: perché? Non ha fatto il suo tempo la prosopopea dell’abnegazione totale delle donne, sia essa incanalata verso la famiglia o la carriera? Non è ormai un’opzione logora e falsamente gratificante da cui sarebbe il caso di svincolarsi una volta per tutte?

Io dico basta: basta con la condanna all’intelligenza a tutti i costi, basta coi falsi miti del sacrificio, della fatica, delle lacrime e del sangue. Basta con la logica manichea che ripropone in salsa progressista la vecchia, sebbene rivista e (poco) corretta, dicotomia tra madonna e puttana, di fatto riportando in auge sotto mentite (?) spoglie l’ancestrale cavallo di battaglia del patriarcato che da sempre definisce per differenza e negazione l’altro da sé.

Il pegno che si paga quando si rifiuta la logica della scienziata come opposizione monolitica alla velina, è l’esclusione, il margine, di cui però – prendendo a prestito la felice espressione di bell hooks – io vorrei tessere l’elogio.

La valorizzazione del margine implica la valorizzazione di un’identità individuale e collettiva per tutte coloro che non intendono piegarsi alla logica di quel neorazzismo imperante che Ugo Fabietti stigmatizza con sagacia come “culturalista” e “differenzialista” e che mira a impadronirsi sempre più del discorso relativista per legittimare l’ideologia dell’esclusione, sempre più legata, oltre che al censo, a fattori sociali quali la cultura, l’istruzione, la posizione professionale e il raggiungimento di obiettivi di carriera.

Il margine rappresenta dunque per sua stessa natura e posizionamento socio/geografico il luogo dove la rivalsa identitaria e la lotta per la dignità si fanno più forti: chi vive (o è coattamente relegato) al margine sa bene che non si tratta quasi mai di un luogo comodo, dove ogni centimetro quadrato di spazio, sia esso reale o metaforico, va guadagnato. Non calvinisticamente meritato, guadagnato!

Insomma, per dirla – ancora una volta – con bell hooks, il margine è “il solo spazio di radicale apertura”, l’unico dove possano prendere la parola tutti coloro che non ottengono riconoscimento ufficiale altrove, ovvero negli spazi del potere costituito e nelle istituzioni.

Ciò ribalta completamente la visione conservatrice di un centro paternalista/populista che da sempre propone tutt’al più il solito, illusorio, ipocrita e fittizio avvicinamento al margine; viene di fatto sdoganato il sacrosanto diritto del margine di impadronirsi degli spazi tradizionalmente ed esclusivamente riservati al centro.

L’articolo di Jolanda Bufalini, invece, misconosce del tutto questo potenziale di rottura legato al discorso sul margine e alla riappropriazione degli spazi e non propone di fatto alcun sovvertimento della prospettiva patriarcale.

Mi infastidisce la retorica messa in campo per elogiare le scienziate, pur non avendo io – sia chiaro – alcun motivo di risentimento personale verso la categoria. Ne faccio infatti una questione politica: è veramente troppo facile, e falsamente gratificante, sostenere che il successo professionale di una categoria – peraltro elitaria, inutile nasconderlo – rimetta in pari i conti con secoli di dominio patriarcale capitalista.

Sì perché il nocciolo della questione è lo sfruttamento del capitale, la sua logica di integrazione che passa attraverso l’accettazione di talune condizioni e l’adeguamento a norme di comportamento e pensiero ben precise. Dunque non è elogiando un mestiere socialmente rispettabile, economicamente appagante e culturalmente elevato che si sovverte questo status quo. Anzi, direi che paradossalmente lo si avalla e si contribuisce al suo mantenimento in vita.

Sarà pur vero che abbiamo una classe politica che, a partire dalla testa, dà una lettura dello Stato e del proprio ruolo all’interno delle istituzioni in chiave “virile”; tuttavia non è certo un’operazione ideologica come quella proposta dall’articolo ciò che oggi serve alle donne per stigmatizzare e – possibilmente – cambiare le cose.

Proporre un modello di super-donne (che pure riescono a mantenere la propria femminilità e ad esprimerla, incredibile dictu, nella procreazione!) a cui un potere fatto dagli uomini e per gli uomini dà credito in quanto rispondenti ai suoi parametri di valutazione è, mi si perdoni la franchezza, strategicamente suicida.Già, perché il successo delle scienziate portate ad esempio di virtù pseudo-(para?)-rivoluzionaria è misurato esattamente con gli stessi parametri che da sempre valutano il valore degli uomini nei regimi patriarcali suprematisti bianchi di stampo capitalista: la posizione guadagnata nella gerarchia professionale, la classe stipendiale e i privilegi vari che da ciò conseguono, in primis quel po’ di potere senza il quale pare proprio che non si valga nulla.

In buona sostanza, l’opposizione monolitica e manichea della carriera di scienziata a quella di velina non fa che riprodurre l’ancestrale logica di discriminazione di genere da sempre perpetrata dal potere patriarcale: è probabile che a nessuno venga in mente di chiedere che a una scienziata che taglia di reggiseno porta, ma è pur vero che subordinare la valutazione del suo successo a logiche di giudizio tradizionalmente patriarcali è pericoloso, specie se a farlo è una donna.

E non è pericoloso solo perché i parametri del patriarcato sono quanto di meno equo, onesto e meritocratico io possa immaginare; è pericoloso perché è classista! Il mestiere, il grado di istruzione e – non ultimo – il conto in banca di una scienziata la rendono più interessante di un’insegnante , di una benzinaia, di un’impiegata, di una fornaia, di una…puttana?

Mi sembra insomma una sterile prosopopea sulle “donne che ce l’hanno fatta” – che poi sono sempre le stesse, o meglio, le “categorie” a cui appartengono sono sempre le stesse: scienziate, donne di lettere, imprenditrici…come a dire: una laurea e un dottorato sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno per cambiare l’ordine patriarcale. Un femminismo che proclami selettivamente le proprie eroine sulla base di requisiti coerenti col e funzionali al mantenimento dell’ordine costituito è borghese, classista e reazionario.

Penso che rivedere la questione in termini di lotta di cla
sse sia l’unica via percorribile; e che il problema sia di classe lo dimostra il fatto che mentre i vertici del potere di questo sciagurato paese mettono in atto la tolleranza zero nei confronti delle frange più deboli della popolazione (decreto sicurezza e proposta di legge Carfagna sulla prostituzione), usano il guanto di velluto con se stessi, con gli amici e gli amici degli amici, esponenti di quei ceti sociali da sempre privilegiati in ogni ambito, a partire dall’accesso all’istruzione fino alla posizione gerarchica negli organigrammi societari.

Ma la vera domanda allora è: quanta faccia tosta ci vorrà a questa classe dirigente per fare i distinguo del caso tra le sanzioni ai sex workers e ai loro clienti (per i quali è previsto il carcere, nell’ottica di un vero e proprio attacco criminogeno dello Stato nei loro confronti) e la loro condotta personale, dal momento che “tecnicamente” anche il Primo Ministro è un “utilizzatore finale”?

L’offensiva abolizionista/moralista dello Stato Virile va combattuta alle radici, nella sua essenza primigenia di discriminazione e stigma, lo stigma della puttana, che fa di una categoria sociale il nemico pubblico e il capro espiatorio creato ad arte nonché, al tempo stesso, il balsamo e l’antidoto alle lacerazioni di una società in cui sono costantemente instillate insicurezze, pregiudizi e paure.

Ma se da una parte la “puttanofobia” alimenta gran parte delle odierne politiche contro la diversità e la devianza dagli schemi tradizionali, dall’altra lo Stato Virile mostra tutto il suo potenziale di retorica schizoide avallando ciò che contemporaneamente condanna, ostentando ciò che dall’altra parte dice di voler cancellare, portando nelle sue stanze private le stesse donne verso cui pubblicamente tuona.

Non basta dunque un articolo edificante che proponga quello di una professione d’élite come modello alternativo e strumento di lotta alla prostituzione legalizzata di Stato; non è così che si difendono le donne, non è così che si intaccano le politiche penali che ormai hanno totalmente soppiantato le politiche sociali, non è così che si sovverte l’ordine patriarcale.

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