Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Diritti civili: l’inadeguatezza delle sinistre

Diritti civili: l’inadeguatezza delle sinistre

di Aurelio Mancuso
da www.aprileonline.info

Dobbiamo riflettere, davvero tanto, con umiltà e capacità di metterci in gioco in forme e parole differenti. Mentre la legge sulle aggravanti contro l’omofobia è stata bocciata, mentre Sinistra e Libertà rischia l’implosione, mentre il PD avvia strane primarie dall’esito incerto, noi ci sentiamo sole e soli. Nella manifestazione del 10 ottobre, questo isolamento era palpabile. E questa solitudine si estende a tanti altri movimenti, ampiamente più sostenuti del nostro, ma in cerca pure loro di inediti sbocchi

Il movimento lgbt italiano è in fermento, comprende che il tempo delle divisioni deve essere concluso al più presto, allo stesso tempo su alcune questioni di fondo il conflitto rimane alto. Le manifestazioni tenute a decine nelle città italiane, tra fine agosto e i primi di ottobre, hanno dimostrato che il movimento esiste, anzi si è ampliato.

Quello che è in crisi è l’arcipelago delle associazioni, che meritoriamente svolgono da decine di anni un lavoro faticosissimo. Le troppe oscillazioni, innamoramenti, contaminazioni con i partiti hanno però lesionato un corpo sociale importante, direi essenziale, per la democrazia italiana. Cosa centra questo con la crisi profonda delle sinistre? E’ strettamente collegato perché l’aria cupa dell’incapacità di uscire dalla sconfitta storica del governo Prodi, sta infettando pure noi.
Per questo avanzano da una parte sentimenti irrazionali (nel senso che non portano idee politiche nuove) di cambiamento e dall’altra inutili tentativi di resistenza. Dentro il movimento lgbt la linfa vitale dell’impegno e delle risorse umane non si è affatto estinta, rischia però di non circolare adeguatamente in un corpo stanco e deluso.

Quello che è accaduto in Parlamento, aumenta la nostra tristezza e rabbia. Se la destra ha mostrato tutto il suo vero volto, il centro sinistra è apparso ancora una volta inadeguato, tentennate, incapace di avere una sua proposta lineare. Paola Concia è stata lasciata di fatto da sola, a combattere una battaglia improba.

D’altronde i tre aspiranti segretario hanno tre posizioni distinte sul tema dei diritti civili per le persone lgbt: Franceschini è per i Dico e il no alle adozioni, Bersani per le Unioni Civili e una riflessione sul tema della genitorialità, Marino propone un istituto giuridico apposito per i gay parificato al matrimonio e sostiene l’adozione per i single. Non male per il maggior partito del centro sinistra italiano.

Così come si può andare avanti? L’omofobia si estende perché i violenti, i fascisti, i balordi, sanno che noi siamo soggetti senza diritti. Qualche maggiore capacità di ascolto sembra averla l’IdV che a tanti appare come una possibile speranza per il futuro. Ma diciamoci la verità: tutta questa confusione non porta a nulla. Perché le forze che contrastano le riforme civili sono assai meglio organizzate e persino presenti dentro lo schieramento progressista. Sappiamo che le gerarchie cattoliche hanno agito questa volta con tatto per bloccare il provvedimento. I cardinali sono tornati all’efficace silenziosa pressione lobbistica, senza più farsi trascinare nel dibattito pubblico. Bagnasco si dimostra più scaltro di Ruini, comprende che la chiesa non ha bisogno di polemiche dopo tutto quello che è accaduto in questi ultimi mesi. E i risultati si vedono: vittoria su tutta la linea!

Dobbiamo dircelo con franchezza: siamo noi inadeguati, siamo noi, appartenenti alla sinistra sociale e politica a non compiere fino in fondo il nostro compito. Dilaniati da polemiche antiche, divisi sulle strategie, appartati ognuno nel proprio piccolo e sempre più soffocante ambito, rischiamo con concretezza la marginalizzazione. Detto con disperata pacatezza, l’insipienza non può che portare a un crollo verticale della tenuta stessa del nostro campo.

Forse è venuto il tempo di azioni e di metodologie sociali assai differenti, in piena discontinuità con il passato e il presente, che preservino intatto il valore di fondo delle pratiche pacifiche e non violente. Per vivere così in questo Paese, è davvero umano continuare a farlo? E’ una domanda che tanti di noi si pongono, perché non vedono alcuna concreta e convincente reazione.

Rispetto ai diritti civili per le persone lgbt le sinistre italiane sono delle troglodite, incapaci persino di individuare un alfabeto per farsi comprendere. In questa fase, la delusione per il governo del centro sinistra si somma allo schiaffo subito pochi giorni fa, per ora non ci pare adeguato pensare ad altro. Ritorniamo alle nostre battaglie con rigore e serietà, ma questo ulteriore strappo peserà fortissimamente nell’immediato futuro.

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Legge contro l’omofobia: le tortuose ragioni del no

di Edgardo Bellini

Il disegno di legge contro le discriminazioni, primo firmatario l’on. Paola Concia, dopo un anno di lavoro in commissione giunge al dibattito parlamentare. Un progetto che sembrava ragionevole e ben condiviso tra maggioranza e opposizione inciampa seccamente sulle motivazioni sfavorevoli dell’Unione di Centro. La Camera dei deputati rinvia il problema; ma intanto a Napoli e a Roma la discriminazione alimenta episodi di violenza

Mentre il presidente degli Stati Uniti Obama annunciava l’apertura dell’esercito americano ai militari apertamente gay, il Parlamento italiano era impegnato a discutere e a respingere la proposta di legge dell’onorevole Concia (Pd) «in materia di reati commessi per finalità di discriminazione o di odio» elaborata per contrastare i fenomeni di persecuzione e di violenza verso le persone omosessuali e transessuali, quel gruppo di minoranza sociale – talora indicato con l’acronimo GLBT – che è vittima più o meno frequente di gesti d’intolleranza e di discriminazione. Intendiamoci: l’omofobia non è soltanto un problema italiano; e infatti le stesse norme contro l’omofobia che sono state vagliate e respinte dal nostro Parlamento sono leggi in vigore ormai da tempo in buona parte dei paesi occidentali. È opportuno quindi esaminare qual è il contenuto giuridico di queste norme e tentare di capire per quale ragione i nostri deputati hanno ritenuto di rifiutarle.

Il disegno di legge n. 1658, sintetizzato dalla stampa come «legge contro l’omofobia», puntava ad ampliare la tutela nei confronti delle discriminazioni verso le minoranze sociali, aggiungendo ai casi che la legge riconosce già come aggravanti specifiche di reato – ossia l’odio per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi – anche quello per motivi di orientamento sessuale e di identità di genere. In sostanza la proposta non consisteva in una vera e propria normativa specifica, ma nella semplice introduzione dei concetti di orientamento sessuale e di identità di genere tra le cause che configurano una possibile discriminazione sociale.

Questa espansione di tutela, che in Italia ha acceso discussioni astratte e simboliche come in nessun altro Paese, risuona nelle norme comunitarie sin dal trattato istitutivo della Comunità Europea del 1957, che all’art. 13 autorizza il Consiglio a prendere provvedimenti contro le tutte le discriminazioni, comprese quelle motivate dalle «tendenze sessuali» (un’espressione giustamente datata, ma esplicita). Nel 2006 il Parlamento europeo approvò poi una risoluzione sull’omofobia che chiedeva agli stati membri di contrastare efficacemente il fenomeno con un’adeguata legislazione; e tuttavia in diverse nazioni il legislatore aveva avvertito in anticipo l’esigenza di aggiornare la norma: in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in Belgio, solo per citare alcuni Paesi, la discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere
era già da tempo espressamente sanzionata dalla legge.

Il documento firmato da Paola Concia non presentava dunque nessun aspetto particolarmente innovativo o singolare, ma si limitava a tradurre in legge dello Stato un’espressione di garanzia già stabilizzata in ambito europeo.

Benché la proposta risalisse al 2008, risultava ben più attuale e stringente dopo la recente sequenza di episodi violenti avvenuti in Italia ai danni di persone omosessuali e transessuali, una ventina negli ultimi due mesi se ci si limita ai soli casi emersi sulla stampa. Era lecito perciò aspettarsi che il Parlamento, sollecitato anche dal pressante allarme sociale, emanasse con urgenza le norme contro la discriminazione. Invece, lo sappiamo, non è andata così. Eppure da quanto ha dichiarato il deputato dell’IdV Francesco Palomba, si comprende che questa proposta di legge era il frutto di un’accurata mediazione, preparata in commissione col lavoro di un anno tra Pd, IdV e Pdl (anche se l’IdV, sottolinea Palomba, avrebbe incoraggiato una tutela più severa).

Poi, a sorpresa, durante la discussione in aula alcuni parlamentari annunciano di avere dubbi sulla compatibilità costituzionale delle norme dibattute. Perciò un gruppo di deputati Udc, tra cui Vietti, Buttiglione e Volonté, sottoscrive una “pregiudiziale d’incostituzionalità” per sostenere il conflitto della proposta di legge col principio costituzionale di eguaglianza e con quello di tassatività della fattispecie penale, posto che l’espressione “orientamento sessuale” sarebbe soggetta, secondo loro, a vaghezza interpretativa: «l’inserimento tra le circostanze aggravanti comuni ¬- recita la mozione dei deputati Udc – previste dall’articolo 61 del codice penale della circostanza di aver commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento sessuale ricomprende qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo non essendo possibile accertare nell’interiorità dell’animo l’autentico movente che spinge alla violenza».

L’accostamento suggerito da questo passaggio è cruciale quanto incredibile: in ambito scientifico le attitudini elencate si chiamano “parafilie”, e non esiste alcun presupposto scientifico per includerle nella sfera dell’orientamento sessuale. Infatti in tutti i casi di cronaca riportati recentemente dalla stampa il movente criminoso è sempre chiaramente riconducibile ad avversione verso l’omosessualità o verso la transessualità. L’argomento della mozione risuona perciò «strumentale» ad alcuni deputati; ancora Palomba fa immediatamente notare in aula che l’espressione «orientamento sessuale» è una categoria giuridica già presente nell’ordinamento italiano, nella legge di contrasto alle discriminazioni sul lavoro, senza che nessuno fino ad oggi se ne sia mai risentito.

L’ipotesi di salvare la proposta di legge con un rinvio alla discussione in commissione viene dunque oscurata da un voto repentino; la pregiudiziale d’incostituzionalità è accolta dalla Camera dei deputati col voto del blocco Pdl, Lega, Udc, da cui si smarcano nove deputati Pdl vicini alle posizioni di Fini. Questa ipotesi di legge per la tutela dei cittadini contro il pregiudizio violento, che ha richiesto un anno di lavoro e di faticosa condivisione, viene liquidata in poche battute con un argomento estemporaneo e antiscientifico. Il Pd vota compatto contro la mozione, con la sola prevedibile eccezione di Paola Binetti, immobile sulle sue posizioni; la deputata cattolica però non commenta le ragioni d’incostituzionalità, ma precisa: «Per come era formulata la legge, le mie opinioni sull’omosessualità potevano essere individuate come un reato». Sul Pd incombe il dilemma di stabilire se affermazioni come questa tutelano la molteplicità del partito o ne cancellano l’identità politica.

Il giorno dopo il voto perfino il Secolo d’Italia è duramente critico: la direttrice Flavia Perina biasima con severità la bocciatura della legge, una scelta che «rappresenta un grave passo indietro per il Parlamento e per il Paese»; lo stesso giudizio peraltro era stato espresso con eguale durezza da Navi Pillay, alto commissario dell’Onu per i diritti umani. Vale in ogni caso la pena di dare un’occhiata alle articolate motivazioni che i deputati hanno formulato su questa proposta di legge, interamente riportate nel resoconto stenografico sul sito della Camera, tanto per capire con quale ricchezza di ragionamento i cittadini sono rappresentati in Parlamento. Perché mentre alcuni deputati discettavano di sfumature lessicali invisibili agli ordinamenti di molti altri Paesi, ancora ieri due gravi episodi di omofobia si sono verificati a Napoli e a Roma, aggiungendosi ad una lista che ha già superato la soglia dell’inquietudine. Voci più autorevoli della nostra dovrebbero analizzare criticamente il divario capriccioso tra un Parlamento che differisce ad oltranza un’iniziativa di tutela dei cittadini ed una società che specularmente degrada verso pratiche d’intolleranza mai conosciute prima.

A conclusione del dibattito parlamentare è intervenuto poi il ministro Carfagna a promettere un impegno personale per la riscrittura di una nuova legge che garantisca le tutele appena bocciate dall’aula. Il ministro non aveva goduto fino ad oggi di grandi simpatie nella comunità GLBT; in passato aveva disapprovato la conduzione del Pride, e quando a maggio scorso aveva presentato il nuovo sito del ministero per le pari opportunità fu notato che neppure una pagina era dedicata all’omofobia e alla transfobia. Da domani però se riuscirà a far approvare una normativa autenticamente efficace contro le discriminazioni, il ministro si porterà a casa un bel po’ di credibilità, strappando dalle mani del centrosinistra un importante argomento identitario. A questo punto, in ogni caso, si spera soltanto che la legge arrivi presto.

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