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“Né tuo, né mio: nostro!”

di Maria Antonietta Comand
da www.womenews.net

Sesso, donne, politica: quali le connessioni tra questi tre, chiamiamoli, mondi? Che cosa è avvenuto in questi ultimi trenta anni seguiti alle esplosioni degli anni settanta?

“Né tuo, né mio: nostro!” . Così nasceva il movimento delle donne nella prima manifestazione di sole donne legata all’approvazione del diritto di famiglia in Italia. La prima manifestazione in cui ci sorprendevamo di essere tante, di tutte le età, di tutti gli strati sociali. Un coro collettivo a cui seguirono molti altri con la tipica allegria delle donne che non smorzava la forza delle richieste e della voglia di riprendersi la propria parte negata, il proprio diritto ad esistere pienamente al di fuori dei modelli e delle corazze che la società aveva delineato lungo il corso di millenni. La rivendicazione di essere intera: corpo-anima; Madonna-“puttana”: donna reale, via dalla donna angelicata o dal suo contraltare negativo frutto dell’immaginario maschile.

Non avrei mai pensato, allora, che quella che era una lotta per liberare la donna “dalle sue catene”, di riappropriarsi del suo corpo, di poter avere una volontà indipendente dal potere maschile a cui era stata fin nelle più intime fibre sottomessa, si trasformasse oggi in un mercimonio volontario del proprio corpo al fine di ottenere denaro e compensazioni in posti di prestigio. Tutto ciò considerato segno di emancipazione ed evoluzione, tanto da farne oggetto di pubbliche dichiarazioni, certi del non ostracismo sociale. Schiave eravamo e schiave siamo rimaste? Dove abbiamo sbagliato? Nella chiusura in ginecei e cenacoli in cui ce la si racconta? Nella coltivazione del proprio orto da difendere ad oltranza? Nel pensare che le conquiste fossero per sempre?

Abbiamo peccato di ingenuità. Il mondo economico, politico,della chiesa, dei media è maschile e ciò ci scusa, ma è sufficiente a giustificare la perdita della rete che faceva sì che le donne, per passa-parola, si muovessero a centinaia? E’ questa visibilità che è venuta a mancare e il passaggio delle elaborazioni culturali, restate tra poche dotte in alchimie di parole lontane dalla gran massa delle donne, rimandate in casa per perdita di lavoro e sostegni sociali, chiuse davanti ai televisori a sognare mondi dorati ad assumere modelli e costumi di vita indotti dal mercato che le ha corrotte nella necessità di essere ed esistere trasferendo sui figli, riempiti di oggetti ma lasciati soli nella loro crescita, le loro aspirazioni somme di avere quanto più possibile.

“Né mio, né tuo:nostro!” Un urlo che sottolineava la non contrapposizione tra uomo e donna ma la rivendicazione di uguaglianza di dignità e di diritti. Occorre che la donna riscopra il segno di un destino comune, di una lotta che le ha unite in vista di un obiettivo da perseguire per far sì che il mondo fosse più giusto in cui allevare la propria prole superando egoismi e individualismi. Ciò che la sua generosità di sempre ha sempre espresso :”nostro!” Dell’umanità!

Il compito della donna è quello di dare la vita e questa sua caratteristica è quella che dà senso alla direzione che si deve prendere, una volta di più, nella consapevolezza che cambiare il gioco delle carte dipende da lei, dalla sua forza, dalla sua energia, dalla sensibilità con cui sa leggere la vita e dalla determinatezza nel perseguire il bene di tutti in un mondo in cui si sono perse le coordinate.

La crisi del maschio è evidente, nell’analfabetismo del suo sentire è sempre più chiuso in un sesso meccanico incapace di relazionarsi realmente all’inseguimento non della conoscenza ma del dominio di cose e persone fino ad arrivare alla loro distruzione. Distruzione a cui assistiamo ogni giorno: nella perdita di bellezze e affermazione del “brutto”; nel tentativo di ridurre la donna a puro oggetto di volontà maschili; nella perdita di libertà che dalla donna si estendono all’”umano”; nell’espropriazione dell’uomo da tutte le possibilità di essere, di fare e di creare. L’eros appartiene ormai alla pornografia, l’inventiva viene castrata perché lo sconosciuto non è controllabile; l’uso delle mani, che è stata prerogativa per l’affermazione degli italiani, tagliato con migliaia di giovani illusi dalla scuola di poter progredire nelle classi alte della società a bighellonare senza più definizione.

La non crescita del maschio non può farci dire “Chi se ne importa!” Se non prenderà in mano sé stesso uscendo dalla legge del branco tenterà di ricondurre la situazione a momenti che hanno preceduto la “rivoluzione della donna” e che gli appaiono più rassicuranti. In definitiva l’uomo usa il corpo della donna perché non ha guadagnato il suo nella sua interezza. Il corpo e il suo rispetto è lo snodo.

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