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Congo, l’orrore e gli affari

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

Le dinamiche politiche delle guerre che per quasi vent’anni hanno devastato una delle più complesse regioni dell’Africa Centrale, possono essere capite solo se verranno trovate soluzioni pacifiche e durature agli eventi che le hanno causate. A dirlo è Martin Shaw, professore di politica e relazioni internazionali preso l’università britannica del Sussex, che in un articolo pubblicato su openDemocracy parla della recrudescenza delle violenze nelle province orientali dell’Ituri, di Haut-uele e del Nord Kivu. C’é questo ritorno alla ferocia, che é un fenomeno tutt’altro che isolato, piuttosto la corsa ad una nuova stagione di follia, una follia omicida spesso irrefrenabile che per oltre due decenni ha insanguinato questa parte dell’Africa.

La storia del conflitto interno congolese inizia da lontano, dal 1960, da quando uno dei principali protagonisti della lotta per l’indipendenza, Patrice Émery Lumumba, viene ucciso proprio grazie al tradimento di una leadership al soldo degli interessi stranieri: per quasi quarant’anni il Belgio, la Francia e gli Stati Uniti sosterranno le presidenze congolesi e, al solo scopo di difendere il controllo dei grandi giacimenti minerari (cobalto, diamanti, uranio, rame, manganese e stagno), aiuteranno il regime corrotto di Joseph Desiré Mobutu. Questi é un “capo” incapace di far fronte ai problemi interni di una nazione attanagliata dalla povertà e ai focolai di tensioni causati dall’afflusso massiccio di rifugiati scappati dal genocidio ruandese, focolai che dal 1994 incendieranno la parte centro-orientale del Paese e che si trasformeranno in uno scontro interetnico di dimensioni spaventose.

Due conflitti, la Prima e la Seconda guerra del Congo, che dal 1993 al 1997 e dal 1998 al 2003 causeranno la morte di più di cinque milioni di civili e la fuga di tre milioni e mezzo di persone e che coinvolgeranno 25 gruppi armati e gli eserciti di otto nazioni. Scontri armati che a fasi alterne continueranno anche dopo la fine delle ostilità, soprattutto nelle province orientali dell’Ituri, di Haut-uele e del Nord Kivu, dove negli ultimi dodici mesi 1.300.000 persone sono state costrette a lasciare i loro villaggi e migliaia di individui indifesi hanno perso la vita. Popolazioni che scappano dal fuoco incrociato delle varie fazioni, che cercano rifugio nella foresta, costrette a lasciare tutto quello che hanno per sfuggire alla morte e alla violenza e che i molti casi cadono comunque vittime della brutalità dei loro aguzzini. Azioni provocatorie, attacchi tesi a riaccendere un conflitto che nel 2005 sembrava essersi spento e che dimostrano quanto fragili siano gli accordi fino ad ora assunti dalle parti.

Secondo Shaw, il fatto più significativo della recente crisi congolese è che i massacri, gli stupri e i rapimenti sono il risultato di azioni portate avanti da un gruppo proveniente da un paese vicino, l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA), l’organizzazione armata guidata da Joseph Kony, conosciuta per aver punito tutti coloro che andavano in bicicletta con la mutilazione delle natiche o per aver predicato l’uccisione dei polli bianchi e dei maiali. La necessità di esportate la violenza dalle foreste ugandesi al Congo orientale scaturirebbe dal fatto che durante gli ultimi anni il visionario leader degli “olum”, incriminato dalla Corte Penale Internazionale (ICC) per le atrocità commesse nell’Uganda settentrionale, è stato messo alle corde dalle forze governative del presidente Yoweri Museveni.

Costretto ad attraversare il Nilo Alberto, Kony si è spostato ad ovest, oltre Nebbi ed Arua, verso il Congo nord orientale, in un’area scarsamente protetta e difficilmente presidiabile dove l’LRA ha potuto organizzare un’ampia zona di operazioni. Ed è qui che l’ex chierichetto di Odek, un villaggio a pochi chilometri da Gulusi, Uganda settentrionale, ha dato il via ad una nuova mattanza, una carneficina degna del suo pedigree: 33 capi d’accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità tra cui omicidio, riduzione in schiavitù, stupro, maltrattamenti, sfruttamento, attacchi intenzionali contro i civili, saccheggio, induzione allo stupro e rapimento di circa 20 mila bambini che ha poi reso soldati o schiavi sessuali del suo esercito.

Anche se i vertici militari di Kampala continuano ad affermare che in Uganda le basi dell’LRA sono state tutte distrutte e che l’organizzazione è ormai allo sbando, in realtà la capacità operativa di questo gruppo non sembra essere stata del tutto pregiudicata. Chi è che quindi che sostiene Kony e i suoi uomini? Persone vicine al presidente Museveni e il premier Apolo Nsibambi sono certe che dietro all’Esercito di Resistenza del Signore ci sia la mano del governo di Khartoum, che da una parte partecipa insieme all’Uganda alla campagna di repressione delle organizzazioni criminali e dall’altra mantiene stretti legami con Joseph Kony. Motivo? Il governo guidato dal presidente Omar Hasan al-Bashir vorrebbe destabilizzare l’area e minare il trattato di pace globale firmato nel 2005 con i ribelli del Sudan meridionale, un accordo che prevede un referendum popolare per l’indipendenza che si dovrebbe tenere nel 2011 e la conseguente perdita dei profitti derivanti dallo sfruttamento degli oltre due miliardi di barili di greggio presenti a sud della città di Abyei.

Afflitta da una delle più sanguinose guerre dei nostri tempi, la Repubblica democratica del Congo sta cercando di stabilizzare la regione ospitando la più grande missione di pace che le Nazioni Unite abbiano mai messo in capo e ogni forma d’iniziativa volta a raggiungere una pace duratura. Gli sforzi sembrano però inutili, soprattutto in relazione alle sanguinose vicende degli ultimi mesi che sono la dimostrazione pratica di quanto le guerre congolesi debbano essere considerate conflitti a carattere internazionale, sui quali hanno pesato e pesano ancora gli interessi di tutte le nazioni che vi hanno partecipato. Lo sconfinamento dell’Esercito di Resistenza del Signore di Joseph Kony richiama infatti l’attenzione sull’intricata rete di alleanze che attraversano l’Africa centrale e che parte dal genocidio rwandese e dal progetto di conquista dello Zaire di Mobutu avanzato dal Fronte Patriottico Rwandese di Paul Kagame per arrivare alla guerre civili del Sudan e dell’Angola.

Tra le fitte foreste pluviali che uniscono la Repubblica Democratica del Congo alla Repubblica Centro Africana, all’Uganda e al Sudan ogni traffico è lecito: armi, droga, schiavi, diamanti, coltan e cassiterite; transazioni che coinvolgono tutti, dai signori della guerra ai soldati, dai governi compiacenti a quelli corrotti; incontri riusciti e falliti, delegazioni che vanno e che vengono.

Un territorio dove la violenza è di casa, una strategia il cui obiettivo è quello di terrorizzare le popolazioni locali, quelle che subiscono quotidianamente omicidi, rapimenti e abusi sessuali. Storie di estrema brutalità, di persone bruciate vive, di sevizie e di stupri, di bambini obbligati ad uccidere i genitori, di bambine destinate a diventare oggetti sessuali, di neonati strappati alle madri. Storie che ci riguardano, che riguardano il mercato dell’elettronica, dei semiconduttori e dei superconduttori che usiamo tutti i giorni.

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