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di Daniele Scalea
da www.eurasia-rivista.org

Intervista a Stefano Grazioli, giornalista specializzato sulla Russia, autore del libro di recente pubblicazione “GazpromNation. Il sistema Putin e il nuovo Grande Gioco in Asia Centrale”

Nel suo ultimo libro Gazpromnation parla di “sistema Putin”. Potrebbe sintetizzarci i caratteri fondamentali del sistema Putin?

Il sistema Putin è quello che ha portato la Russia protagonista sulla scena internazionale e soprattutto dato una svolta decisa a un paese che sotto Eltsin era finito al collasso (default 1998). È la reazione al sistema caotico, oligarchico e pseudo democratico di Eltsin. È il sistema che la stragrande maggioranza dei russi condivide perché ha portato ordine, stabilità e grandi miglioramenti. Nessuno dice che sia un sistema perfetto, tutt’altro, visto che i problemi russi sono ancora enormi, ma Vladimir Putin ha dato una nuova prospettiva al Paese. È un sistema in cui lo stato ho un ruolo fondamentale e in cui i robber barons sono stati costretti ad occuparsi solo di affari economici e non di politica. È un sistema in cui gli oligarchi sono stati sostituiti dai siloviki e dai silogarchi, ma che ha ridistribuito (in minima parte, ma sempre meglio dello zero di prima) ricchezza. È un sistema in cui si cerca il compromesso tra i gruppi di potere. È un sistema che non ha trovato ancora una soluzione al cancro della corruzione, ma dei cui effetti positivi ha approfittato una fetta sempre maggiore della popolazione. È un sistema che ha retto grazie anche alla forza del prezzo del petrolio, ma che ha saputo creare le riserve attraverso un fondo di stabilizzazione per affrontare la crisi. Senza di esso si sarebbe passati direttamente alla guerra civile. È un sistema con luci ed ombre interne, che ha dovuto affrontare attacchi interni ed esterni di ogni genere, che ha avuto il suo 11 settembre (Beslan), anche se molti in Occidente sembrano esserselo dimenticato. È un sistema in transizione, non punto di approdo.

Dmitrij Medvedev rientra ancora nel sistema Putin, o da quando è diventato presidente ha costruito (o sta costruendo) un proprio sistema parallelo/alternativo a quello del Primo Ministro?

Medvedev è arrivato dov’è perché l’ha voluto Putin. Come Putin è arrivato nel 2000 al Cremlino per volere di Eltsin e degli oligarchi. La differenza è che mentre Putin non era una creatura di Berezovski, Medvedev è una di Putin. Fanno parte della stessa squadra. Al momento si sono divisi ruoli e compiti, il tandem sembra funzionare anche se la borraccia è quasi vuota e la pedalata non è uniforme. La crisi ha portato qualche screzio, ma la sostanza di fondo non muta. Putin avrebbe potuto dare uno strappo alla Costituzione e farsi eleggere per la terza volta alla presidenza. Ma ha voluto rispettare le regole, ben sapendo che chi andava al Cremlino sarebbe stato una persona più che affidabile. Naturalmente Medvedev ha acquisito spazio e potere con il suo team, si tratta però sempre di uomini la cui visione globale non è differente da quella dell’attuale primo ministro. Sono i civiliki, per scoprire chi sono si deve leggere il libro… I diversi apparati comunque possono concorrere, ma non arriveranno a distruggersi a vicenda. Putin ha costretto Berezovski a riparare all’estero. Improbabile che la cosa si ripeta con Medvedev.

Secondo lei perché Putin ha scelto come successore Medvedev e non l’altrettanto accreditato Ivanov?

Se al posto di Medvedev Putin avesse scelto Ivanov avremmo avuto una storia diversa. Purtroppo in Occidente non si hanno ben chiari certi segnali che arrivano da Mosca. Come accennato prima nel caso del terzo mandato. Putin avrebbe potuto far modificare la carta costituzionale (legalmente) e rimanere al Cremlino. Non l’ha fatto. Ha dimostrato di essere sempre attento alla forma e conciliato le sue decisioni con gli interessi di casa propria. E ha mandato al suo posto un tranquillo giurista di Pietroburgo dalla visione economiche piuttosto liberali. Non un uomo dei servizi o dell’apparato militare come il ministro della difesa Ivanov. Volendo interpretare questa decisione si potrebbe dire che a Ivanov (esponente più in vista della corrente chekista, dei siloviki) è stato preferito un civile, una persona lontana dall’intelligence e con una formazione decisamente diversa da quella di Putin, proprio per dare un’immagine moderata e poco bellicosa al Cremlino. Paradossalmente alla guerra con la Georgia si è arrivati durante la presidenza Medvedev, ma questa è un’altra storia.

Nella sua opera prima citata definisce la Russia una “democrazia controllata”. Potrebbe spiegarci tale concetto?

L’idea di una democrazia controllata, o sovrana, è stata sviluppata da Vladislav Surkov, l’ideologo del Cremlino, già un paio di anni fa. Non si tratta di abolire i principi democratici che dovranno regolare la Russia nel prossimo futuro. Non si tratta di far fuori la democrazia per motivi ideologici, non fare più elezioni e cancellare la libertà di stampa: la Russia ha avuto bisogno dopo settant’anni di comunismo e dieci di anarchia di una cura forte per riordinare se stessa. E la transizione non è certo finita. Il modello a cui tende deve essere specifico, non un’imitazione malriuscita di quello occidentale e deve tenere conto della storia di questo Paese. L’idea di rafforzare lo stato, il bisogno di curare malattie vecchie e nuove e trovare rimedi a problemi devastanti (dalla corruzione al crollo demografico) sono elementi della dottrina Surkov che vanno di pari passo con la necessità di creare consenso su una base formalmente democratica. Il controllo dei media da parte dello stato e in mani amiche, l’emarginazione forzata dell’opposizione, il parlamentarismo debole, non sono però una prerogativa della Russia di Putin e Medvedev. Basta andare indietro ai tempi di Eltsin per trovare di peggio o dare un’occhiata anche dalle nostre parti in Occidente.

Lei conosce molto bene, oltre alla Russia, anche la Germania, e dedica parecchio spazio all’alleanza strategica tra Mosca e Berlino. Qual è lo stato attuale delle loro relazioni, alla luce del trionfo elettorale di CDU e liberali in Germania? Berlino può e potrà conciliare l’alleanza “storica” con gli USA colla sempre più stretta amicizia verso Mosca?

L’alleanza tra Mosca e Berlino è sì strategica (non militare, ovviamente) e si basa molto sul pragmatismo che da sempre c’è al Cremlino e al Kanzleramt. Non è solo una questione degli ultimi vent’anni (ottimi rapporti tra Gorbaciov prima e Eltsin dopo con Helmut Kohl, tra Putin prima con Schröder e ora con la Merkel), ma si può andare indietro alla Ostpolitik di Willy Brandt e Walter Scheel. Durante gli anni Settanta ha governato in Germania un’alleanza tra socialdemocratici e liberali che ha aperto le porte agli stretti rapporti del dopo 1989. Oggi governano i conservatori della Merkel (che ha già dimostrato di essere sullo stesso binario di Schröder, anche se con meno frizzi e lazzi, ma il prodotto non cambia) e gli eredi di Scheel. Guido Westerwelle è un liberale cresciuto con Genscher – il ministro degli esteri durante la riunificazione – e il suo elettorato è anche quello dell’industria e della finanza che non vuole certo rinunciare a fare affari con Mosca. Berlino guarderà sempre più verso est, anche con occhio critico, ma non tirandosi certo indietro: l’alleanza transatlantica e l’amicizia con gli Usa non pregiudica certo i rapporti con la Russia. Sul lungo periodo bisognerà vedere, ma lo sviluppo dipende da molti fattori e dalle scelte dei singoli attori. Non penso che gli Stati Uniti arriveranno mai all’ultimatum, o con noi o con Mosca. La via pragmatica sar

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