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Quando si dice regime… Intervista a Antonio Caracciolo

di Giovanna Canzano
da www.politicamentecorretto.com

Canzano – Antonio Caracciolo da filosofo del diritto come considera ed inquadra la libertà di opinione e di ricerca?

CARACCIOLO – Alla luce di mie personali esperienze di questi giorni, la libertà di pensiero non deve essere in nessun modo confusa con la libertà di stampa. Anzi, possiamo ormai acclarare, nelle condizioni concretamente date, che libertà di pensiero e libertà di stampa siano termini antitetici. E mi spiego meglio. La Repubblica (il quotidiano Ndr) è una proprietà privata di non importa chi. È in mano ad uno staff di giornalisti, inquadrati in un albo che inibisce di poter scrivere o dirigere nuove testate a chi giornalista non sia. Ma non basta. Occorre poi chiedersi chi umanamente siano questi giornalisti. Non hanno certo tutti la stessa deontologia. Possono scrivere su di noi quel che vogliono, presentarci nel modo che vogliono e c’è poco da fare. Non credo nella cultura e nell’efficacia della querela. Insomma, loro sono l‘opinione pubblicata di qualche giornalista che si spaccia per opinione pubblica di tutti. Non mi allargo, perchè ammetto di essere un poco stanco. Per libertà di pensiero io intendo la libertà di chiunque e, in sommo grado, la libertà dell’analfabeta, di chi non ha ancora chiare nelle sue testa le idee.

Nella foto: La Sapienza – Università di Roma

Il pensiero non è un prodotto finito, è un processo, un farsi, un divenire, una ricerca continua se non del vero (che è attività dei filosofi), perlomeno di una compiuta consapevolezza del proprio essere, della propria identità. È un processo fisiologico che ognuno di noi attraversa nel corso della sua vita.

Se questo processo fisiologico viene bloccato con tutto un sistema sofisticato di marchingegni, i danni che riceviamo sono incalcolabili. Il sistema attuale dell’informazione – con le leggi sempre più liberticide che lo regolano – uccide la nostra autonoma capacità di pensiero. Attraverso processi subliminali ci vengono conculcati pregiudizi e valori contro cui occorre poi combattere. E qui mi fermo. Il punto di osservazione da cui tento di collocarmi, è quello di un uomo dei tempi di Augusto che vede già i segni del declino e della cacciata degli dei antichi ed il sorgere del tipo giudaico, cristiano o addirittura giudaico-cristiano, come problematicamente si vuol dire. Quando si dibatte di radici “giudaico-cristiane” dell’Europa, a me sorge spontaneo: ed io, dove sono? C’è spazio per me, per i miei valori, per i miei dèi? Per gli antichi, la Libertà era una dea, e così pure il pensiero, in forma di Ragione impersonata dalla dea Minerva.

Canzano – Come mai, lei, un filosofo del diritto, è interessato alla difesa della libertà di espressione? In modo particolare, nei confronti delle organizzazioni sioniste italiane che, in questo momento, cercano di perseguitarlo?

CARACCIOLO – È di questi giorni una dichiarazione del “rabbino” Pacifici che invita apertamente ad introdurre in Italia le leggi giù vigenti in Germania, per le quali io, secondo lui, sarei già dovuto essere in galera per ciò che lui mi attribuisce di pensare. Non credo che si dia data troppo la pena di sapere cosa io effettivamente penso. Gli basta solo sapere che non sono un filo-israeliano e/o un filo-sionista. Di non essere un “antisemita” l’avrò detto un’infinità di volte, ma poco serve, quando si è ormai oggetto di attacchi calcolati. Mi stanno mettendo alla gogna, in quanto “negatore” di non si sa bene che cosa, e giocano su singole parole di cui non si danno neppure la briga di leggere, nel vocabolario, cosa esattamente significhino, né di verificare l’accezione che io ne avevo dato. Stante l’odierna divisione del lavoro scientifico, ad uno storico competerebbe tutta la materia relativa ai campi di concentramento: cosa di cui, io, non mi occupo professionalmente, e su cui non ho mie specifiche conoscenze e competenze. Rientra, invece, perfettamente nella mia competenza di filosofo del diritto, tutta la problematica connessa alla libertà di pensiero e di ricerca. Direi che nessun’altra disciplina può, con maggior diritto, rivendicare questa problematica. Quanto poi, io personalmente, sia bravo nel trattarla, è altra secondaria questione. Mi pare, però, che nessuno se ne occupi come sto facendo io: cioè, non in impenetrabili e astruse trattazione accademiche, ma gridando ai cittadini: attenti! Vi stanno privando della vostra libertà più preziosa, base di tutte le altre.

Canzano – Perché, secondo lei, il diritto alla libera opinione è essenziale all’interno di una qualunque società civile?

CARACCIOLO – Non esiste la mia libertà di pensiero, se non esiste anche la libertà di pensiero di chi la pensa in modo radicalmente diverso da me. Il pensiero nasce dal pensiero ed è spesso interazione e contrapposizione ad un altro pensiero. Esistono purtroppo “scorie”, come insulti, cattiverie, colpi bassi, ecc., che non possono avere legittimità e che riguardano più la sfera della emotività che non quella del pensiero, in una realtà dell’essere umano che non si può immaginare a “compartimenti stagni”. Ma la loro condanna ed eventuali loro sanzioni debbono essere sempre assai contenute in modo da non uccidere, ovvero rendere impossibile il pensiero. Io penso come sanzione massima ad un biasimo morale senza conseguenze carcerarie e pecuniarie. Ma dovremmo trovarci in una società ideale. In ogni caso, la sanzione può riguardare solo la violazione della persona (parlare di corna e cornuti, vita sessuale, andare a puttane, etc.) e GIAMMAI valutazioni di carattere generale su periodi e fatti storici o dottrine e sistemi filosofici. Altrimenti si ritorna all’epoca delle professione di fede, quando al singolo sotto tortura si chiedeva di abbracciare o abiurare una determinata fede. In Germania, mi pare che siamo ritornati agli anni più bui dell‘Inquisizione.

Canzano – Se tutti hanno ufficialmente diritto alla propria opinione, come mai, poi, questo diritto viene rispettato soltanto a favore di chi si allinea sull’opinione dominante?

CARACCIOLO – La forma di potere dominante che si spaccia per democrazia, richiede una fascia di consenso, ma anziché essere libero, questo consenso, viene prodotto e manipolato tramite i canali mediatici ed il controllo della carta stampata rigida. Abbiamo, a parole, tutti gli stessi diritti e, sempre a parole, siamo tutti uguali, ma poi, io, ho più diritti e sono più eguale di te. Quando si dice regime, l’uso linguistico indica ormai qualcosa di molto negativo, in pratica una forma di oppressione che nasconde le sua forme e si presenta, addirittura, come sistema della libertà e della democrazia. L’altro giorno, in una registrazione risalente non so a quale epoca, ho sentito Pannella dire che lui, in questo regime, rifiuterebbe una nomina di senatore a vita, che io, peraltro, non avrei difficoltà a riconoscergli come ben meritata. Mi chiedo, però, se lui e la sua “banda” radicale si rendano conto o meno di essere parte integrante di questo regime.

Canzano – Lei, in quanto filosofo del diritto, come considera la volontà di certe forze politiche e culturali nazionali di introdurre anche in Italia delle leggi che rimettono fondamentalmente in discussione gli articoli 21 e 33 della nostra Costituzione? E di conseguenza, anche il dibattito storico?

CARACCIOLO – Contro questo rinnovato tentativo è basato tutto il mio impegno politico da quando sceso in campo, uscendo fuori dalla mia sfera privata, dove non mi trovavo male. E quando dico libertà di pensiero e di espressione, intendo qualcosa che non ha nulla a che fare con la libertà della carta stampata, che è anzi nemica della libertà di pensiero. Non è, la mia, una lotta elitaria che possa interessare ristrette fasce di persone, ma la vivo come un aspetto fondante di una Liberazione e di costruzione di una democrazia diretta
dei cittadini, come pare vi sia stata nelle antiche città greche. Purtroppo, esiste – mi sembra – una scarsa consapevolezza da parte dei cittadini sull’importanza fondamentale del diritto alla libertà di pensiero e ricerca. I cittadini nella stragrande maggioranza sono interessati a problemi di vitto e alloggio, e non hanno il tempo di pensare al “regno dei cieli”: cioè, alla filosofia. Su questa scarsa vigilanza dei cittadini, i politici trovano facile svendere questo genere di diritti. Ecco, dunque, che si affaccia il “rabbino” Pacifici che dice: come in Germania! Nel generale disprezzo di tutti i partiti politici, il trasversalismo delle lobbies riesce a condizionare l’intero parlamento, su interessi corporativi a danno di tutti gli altri cittadini. Stiamo vivendo questo momento. Ci sveglieremo, un bel mattino, e scopriremo che non potremo più dirci l’un l’altro neppure “Buon giorno”.

Canzano – Secondo lei, la legge Mancino è in contrasto o meno con gli articoli 21 e 33 della nostra Costituzione? E se è in contrasto, per quale ragione?

CARACCIOLO – La legge Mancino ha una sua precisa genesi che occorrerebbe studiare e divulgare. Concettualmente, trovo quanto di più assurdo immaginare che per legge si possa proibire l’odio e imporre l’amore del prossimo. Al massimo, si sarà imposta l’ipocrisia di Stato. Si vanifica l’idea stessa della legge, quando si pretende, con essa, di disciplinare cose le sfuggono. Si può certo punire l’omicidio, ma è impossibile intervenire su un odio lungamente covato che può condurre ad un omicidio. Non ci riesce neppure Dio. Non posso credere, ci riesca Mancino che ha dato il nome alla legge, ma che esprimeva evidentemente gli interessi di quanti quella legge hanno patrocinato. Dato poi il carattere di astrattezza e generalità che una legge deve avere, quella legge pensata per produrre determinati effetti e colpire determinati gruppi, si presta a scopi diversi da quelli originari, certamente non commendevoli. Questa legge diventa facilmente un pretesto per colpire avversari politici e gruppi minoritari che si vogliono contrastare. Ci vuole poco a pretendere che un discorso di lecito dissenso politico, venga fatto passare per incitamento all’odio. In questo senso, la legge Mancino confligge con gli art. 21 e 33, il cui ambito si cerca di restringere sempre più.

Canzano – Si dice che la Costituzione europea – che tra non molto dovrebbe entrare in vigore ed introdurre in tutti i Paesi dell’Unione una serie di garanzie costituzionali – preveda ugualmente la generalizzazione di un certo numero “leggi liberticide”, come quelle che già esistono in Francia, in Germania, in Austria, in Svizzera, ecc. Un filosofo del diritto, come considera questa eventuale possibilità?

CARACCIOLO – L’Europa che tutti volevamo, o almeno di cui io ero sempre stato entusiasta, si sta rivelando una cosa assai brutta. Per la sfera economica, ricordo la previsione di un mio professore, Giuseppe Palomba, che nel 1976, diceva al riguardo: non fatevi illusioni! I poveri saranno più poveri e i ricchi più ricchi. Ma, anche la sfera dei nostri diritti di libertà sembra pure gravemente minacciata. Erano già stati fatti, negli anni passati, tentativi di estendere a tutti i paesi comunitari le pessime leggi tedesche, francesi… Unificazione sul peggio. Ed il tutto, senza che neppure ce ne accorgiamo, come non ci accorgiamo che l’Europa è ormai anche formalmente un dominio americano. Oscuri potentissimi burocrati producono una trasformazione silenziosa, al riparo di occhi e orecchie indiscrete. Quanto per fare una citazione, rinvio ad un libro di qualche anno fa: Paye, La fine dello stato di diritto. Temo che, da allora, le cose siano ancora peggiorate. È vano aspettarsi dalla carta stampata la conoscenza di questi processi in atto. Appena appena, grazie alla Rete, si potrebbe saperne qualcosa, in un sistema di comunicazione orizzontale, come appunto la Rete, ma eccolo che la vogliono portare “sotto controllo”.

Canzano – Quando la Storia diventa una religione, addirittura imposta per legge, che valore potrebbe avere la legge, per un filosofo del diritto ?

CARACCIOLO – La legge si trasforma in uno di quei manuali che nel Medioevo servivano per disciplinare il processo alle streghe e alla loro condanna al rogo. Diventerà impossibile anche una interpretazione filosofica della storia ed il filosofo, se vuol continuare a vivere, si dovrà trasformare nel ministro di un nuovo culto.

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