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Kabul, scontro Obama-Pentagono

di Luca Mazzucato
da www.altrenotizie.org

È sempre stata consuetudine per l’esercito americano obbedire agli ordini della Casa Bianca, ma ora non più. Una fronda interna al Pentagono è uscita allo scoperto e da qualche mese cerca di forzare la mano ad Obama per ottenere un aumento delle truppe in Afghanistan. Il presidente invece attende la riconferma di Karzai al ballottaggio. Rinforzi subito, rinforzi in seguito o invece iniziare la ritirata? Mentre la campagna militare in Afghanistan ricorda sempre più quella in Vietnam, la vera battaglia si gioca a Washington.

La situazione sul campo in Afghanistan e in Pakistan sta precipitando. Quasi ogni giorno autobombe o kamikaze mietono decine e centinaia di vittime e i Talebani, che ormai controllano gran parte dell’Afghanistan, portano gli attacchi fin nei luoghi “sicuri” nel centro di Kabul. Il numero di vittime per mese tra i soldati americani è il più alto dall’inizio dell’invasione, otto anni fa. La guerra costa sessantacinque miliardi di dollari all’anno, che gravano su un bilancio federale disastrato. I sondaggi rivelano che, per la prima volta dal 2001, la maggioranza degli americani è favorevole ad un ritiro, e la tendenza è in aumento.

Il presidente Obama ha assunto la posizione del grande “cunctator,” temporeggiando per mesi in attesa di elaborare una nuova strategia in Afghanistan. Secondo Obama la guerra in Afghanistan è il vero perno della strategia americana contro il terrorismo. Inizialmente favorevole ad un’escalation, Obama ha bloccato i propri piani a causa del fallimento delle elezioni presidenziali, che hanno prima dato Karzai come vincitore per poi essere annullate a causa di brogli massicci. In attesa del ballottaggio di Novembre per sapere chi sarà il “sindaco di Kabul,” Obama non vuole prendere alcuna decisione.

In questo quadro, il comandante delle forze americane in Afghanistan, Stanley McChrystal, sta facendo carte false per convincere gli alleati della NATO ad appoggiare l’invio di altre ottantamila truppe nel paese asiatico. La scorsa settimana, il generale si è presentato alla riunione NATO in Slovacchia per battere cassa, ottenendo il sì all’escalation da parte di quasi tutti gli alleati (tranne Olanda e Danimarca). Scavalcando la catena di comando e intromettendosi nell’arena politica a gambe tese.

Secondo una recente inchiesta di Rolling Stones, il fatto che McChrystal stia cercando di mettere Obama all’angolo e costringerlo ad approvare l’escalation è infatti tutta politica e non militare. In vista delle primarie per le presidenziali del 2012, il comandante in capo dell’esercito generale David Petraeus sta affilando i coltelli per una partenza in pole position. Petraeus, l’artefice dell’escalation in Iraq che nel 2007 portò ad una temporanea stabilizzazione del conflitto grazie all’invio di ventimila nuove truppe, vuole fare il bis in Afghanistan.

In settembre, per tastare il terreno, fonti vicine a Petraeus fecero filtrare alla stampa un rapporto del Pentagono altamente riservato nel quale si prediceva una chiara sconfitta in mancanza di una vasta escalation. A quel punto, il generale McChrystal cominciò ad apparire sui principali network, chiedendo più truppe e contraddicendo il vicepresidente Joe Biden, il cui piano punta a sostituire i soldati americani con il nuovo esercito afghano e puntare sulla controinsurrezione. Con il fuoco repubblicano a coprirgli le spalle, Petraeus sarebbe deciso a riscuotere il grande consenso di cui gode tra il pubblico in sonante moneta elettorale.

Obama è intrappolato tra i suoi generali da una parte e la base democratica dall’altra. Molti senatori e deputati progressisti hanno lanciato una campagna per il ritiro dall’Afghanistan. Gli elettori democratici sono in stragrande maggioranza favorevoli al ritiro ed è ormai chiaro che Obama si è messo in una posizione estremamente imbarazzante. Mentre la pressione dell’esercito aumenta, se Obama rifiutasse l’aumento di truppe chiesto da McChrystal offrirebbe il fianco alla litania repubblicana di essere “tenero sul terrorismo,” in vista delle elezioni di medio termine dell’anno prossimo.

Se Obama approvasse l’escalation, la massiccia presenza militare americana si prolungherebbe di molti anni, mentre i primi eventuali risultati non si vedrebbero per almeno un anno, secondo le analisi del Pentagono. Un risultato comunque tardivo per le elezioni di medio-termine e possibilmente disastroso per la corsa alla rielezione nel 2012. Se Obama appoggiasse l’escalation, infatti, si assumerebbe la piena responsabilita’ di una eventuale futura sconfitta.

L’alternativa all’escalation, che Joe Biden sta elaborando e a cui il Pentagono si oppone, prevede la riduzione delle operazioni di fanteria e della presenza di truppe americane sul territorio, in favore dell’uso di “droni” telecomandati (per diminuire i morti tra i soldati, a scapito delle vittime civili) e della strategia della “controinsurrezione,” ovvero operazioni mirate contro membri di Al Qaeda e non contro le milizie talebane.

Ma l’assunzione alla base di questa nuova strategia é la distinzione netta tra l’attivita’ di resistenza dei Talebani da una parte (che verrebbero gradualmente coinvolti nella ricostruzione dello stato afghano, come le varie milizie in Iraq) e i gruppi della jihad internazionale dall’altra, attivi soprattutto al confine con il Pakistan. Sottigliezze diplomatiche difficili da sostenere sui network televisivi, dove la propaganda repubblicana tritatutto continua a sostenere che Obama stesso é un pericolo per la sicurezza nazionale.

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