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La teologia africana

di Élodie Maurot
in “La Croix”, 31 ottobre 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

La teologia africana ha una storia ancora giovane. Simbolicamente la si può far risalire allo choc provocato nel 1956 dall’opera Des prêtres noirs s’interrogent, atto di nascita di una riflessione propriamente africana sulla Chiesa. “Quattro anni dopo, nel 1960, il teologo Tharcisse Tshibangu poneva il problema di una teologia africana”, ricorda il domenicano René Luneau, i cui lavori hanno fatto conoscere un gran numero di teologi africani in Francia.

“All’epoca, non ci si immaginava che la teologia insegnata nei seminari di Kinshasa e di Issy-les-Moulineaux potesse non essere la stessa!” La teologia dell’inculturazione si svilupperà negli anni successivi, prima in un’ottica culturalista, cercando di valorizzare le culture africane disprezzate dal colonialismo. È l’epoca in cui si pensa a Cristo come “antenato”, “maestro di iniziazione” o “guaritore”.

L’indomani del Vaticano II, si sviluppa una corrente attorno ad una “teologia africana della liberazione”, che denuncia l’emarginazione del continente nero e la sua oppressione. Il prete camerunense Jean-Marc Éla ne sarà il portabandiera.

Qual è oggi il suo orizzonte?

“In un continente in preda alle peggiori difficoltà come il nostro, credere che la teologia possa vivere tranquillamente estranea a tutto ciò sarebbe veramente un’illusione”, sottolinea padre Alphonse Quenum, del Benin, rettore dell’Università cattolica dell’Africa dell’Ovest a Abidjan (Costa d’Avorio). L’esegeta congolese Paulin Poucouta, insegnante a Yaoundé, riassume con un’immagine la situazione: “Non è più possibile fare teologia di terraferma, se ci troviamo invece su piroghe che beccheggiano…”

In Sudafrica, spiega padre Sylvester David, presidente dell’Istituto teologico Saint-Joseph di Cedare, “i problemi della povertà, dei traffici di esseri umani, dei rifugiati e della xenofobia sono al centro del nostro lavoro teologico”. Stessa campana nell’Africa francofona: “Come essere la voce dei senza voce? Questa è la nostra domanda”, riassume Suor Josée Ngalula, della facoltà di teologia di Kinshasa (RD-Congo). Una domanda che sorge dal suo impegno a fianco delle donne vittime di stupri durante la guerra, diventate indesiderabili sia nella società che nella Chiesa.

“Queste donne si sentono dire che non possono più fare catechismo o leggere la Parola di Dio la domenica”, deplora Josée, suora della Provvidenza. È quindi in quanto teologa che prende pubblicamente posizione in loro favore , per “contraddire coloro che associano la loro condizione a un peccato e incitare i nostri vescovi a parlare chiaramente”. Per padre Léonard Santedi, insegnante a Kinshasa, la teologia in Africa ha un duplice compito: deve essere “profetica”, “denunciare ciò che sfrutta e aliena l’uomo”, ma anche proporre un’etica, un’“arte di vivere” che possa “rimettere in piedi” i malati di aids, le donne picchiate, le vittime di ingiustizie…

Quali sono le difficoltà?

Le difficoltà materiali sono moltissime: biblioteche poco fornite, mancanza di mezzi per pubblicare o per organizzare dei convegni. “Non sono mai sicura di avere la corrente elettrica per consultare internet e lavorare, confida Josée Ngalula. E come dedicarsi veramente alla ricerca quando si è costantemente confrontati ai problemi della vita quotidiana?” La dipendenza finanziaria da Roma delle facoltà frena l’inculturazione dei programmi.

Gli ostacoli possono anche venire dalla Chiesa, dove i teologi africani incontrano difficoltà a far valere la propria libertà di critica. “Il clericalismo è ancora forte, constata David Leduc, giovane domenicano congolese e studente di teologia a Parigi. La critica non è compresa come una destabilizzazione benefica, ma vissuta ancora in maniera drammatica dai vescovi e dai preti.”

“Fare teologia africana presuppone il coinvolgimento dell’insieme del popolo di Dio”, nota padre Clement Majawa, decano dell’Università cattolica dell’Africa dell’est (UCAO), a Nairobi (Kenya). Per il teologo questa convinzione non è sufficientemente condivisa: “C’è un pericolo di dicotomia tra la fede e i cristiani di base, tra la fede cristiana e i valori africani”, avverte. Di tutte queste difficoltà, i teologi del continente non pretendono di farne una forza. Ma tentano di metterle a beneficio di un lavoro intellettuale che non si limiti alle parole.

“Vivendo giorno per giorno la sofferenza dell’Africa, abbiamo uno sguardo teologico diverso rispetto a quello dell’Occidente”, ritiene Josée Ngalula. Per la religiosa, la teologia africana può “aprire gli occhi dell’Occidente su degli aspetti dell’esistenza umana che ha dimenticato”.

Quale bilancio di salute?

“Ci sono persone di qualità, ma la casa resta fragile”, riassume padre Luneau. Oggi, i teologi africani vogliono perfino credere a una “nuova primavera”, dopo i difficili anni ’90 segnati dal genocidio in Ruanda e dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2007 hanno fondato l’Associazione dei teologi africani (ATA). Alcuni mesi dopo, un convegno organizzato per il 50° anniversario della facoltà teologica di Kinshasa, la più antica del continente, ha permesso di misurare il cammino percorso.

Il sinodo per l’Africa che è appena terminato a Roma, dà loro un nuovo slancio, anche se certi teologi promettenti, come il domenicano camerunense Éloi Messi Metogo o il nigeriano Bede Ikwuije della Congregazione dello Spirito Santo, non sono stati invitati al banco degli esperti a Roma

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