Home Politica e Società Forze Armate, un regalo da 23,5 miliardi

Forze Armate, un regalo da 23,5 miliardi

di Luca Galassi
da www.peacereporter.net

“Il caro armato” il nuovo libro di Francesco Vignarca e Massimo Paolicelli fa i conti in tasca alla Difesa

Le Forze Armate italiane hanno di che festeggiare, nel giorno della festa nazionale a loro dedicata. Le spese militari per il 2010 schizzeranno infatti a 23 miliardi e mezzo di euro. Un esborso le cui modalità – e i cui sprechi – sono documentati nell’ultimo libro di Francesco Vignarca e Massimo Paolicelli, ‘Il caro armato’, uscito pochi giorni fa con Altraeconomia Edizioni. Spese, affari e sprechi delle Forze Armate italiane sono ricostruiti attraverso una puntigliosa ricognizione che analizza come l’ottavo Paese al mondo per spese militari distribuisca il proprio bilancio per la Difesa. Spesso per sistemi d’arma costosissimi (come i 131 caccia per 13 miliardi di euro), altre volte in sprechi colossali (un esercito professionale di 190 mila uomini, dove il numero dei comandanti – 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di altri ufficiali – quasi supera quello dei ‘comandati’).

“Sulle scelte di spesa da parte del nostro governo non c’è un ragionamento politico serio – spiega a PeaceReporter l’autore -. E’ vero che il bilancio è robusto, nonostante quanto sostenga il ministro della Difesa La Russa, però in realtà sono spese sbagliate, non solo dal punto di vista di chi lotta per il disarmo e per la non-violenza, ma anche dal punto di vista degli stessi militari.

Spese sbagliate a causa della loro scarsa efficienza?
Sì, nel senso che gerarchicamente l’Italia non è una piramide del comando, ma la definirei piuttosto un cubo del comando. Comandati e comandanti sono più o meno lo stesso numero. Dai sottufficiali in su sono più o meno 85 mila, così come le truppe. Ci sono sprechi, perchè con questi soldi non possono fare tutto ciò che dovrebbero in termini di operatività, addestramento, mantenimento, pensioni e via dicendo. E’ una situazione in cui non si ragiona con dati e obiettivi, ma per una serie di frasi fatte, per senso comune, per inerzia.

Perchè è così difficile individuare esattamente quanto l’Italia spende per le sue Forze Armate?
Perchè alcune voci del bilancio della Difesa, ad esempio quelle per le missioni all’estero, o quelle per lo sviluppo industriale o l’acquisto di certi armamenti non passano attraverso il bilancio standard delle quattro armi (aeronautica, esercito, marina e carabinieri). Quindi abbiamo centinaia di migliaia di euro investite dal ministero delle Attività produttive appunto per lo sviluppo industriale. E’ vero, il bilancio della Difesa è diminuito negli ultimi anni, ma è diminuito quello standard, ovvero quello dedicato a funzioni esclusive e specifiche di difesa. Se si somma tutto siamo a oltre 23,5 miliardi di euro. Anche dati internazionali, come quelli elaborati dal Congresso Usa o dalla Cia vanno ben oltre l’1,5 del Pil, quella quota sbandierata dal ministro La Russa come obiettivo che l’Italia non raggiunge. La Russa parla dello 0,9 percento, ma i dati aggregati parlano di oltre l’1,5 percento.

Quali sono le armi che costano di più?
I costi maggiori sono per il personale, una zavorra di 190 mila effettivi, con sole 10 mila unità all’estero. Gli altri eserciti sono molto più efficienti sotto questo profilo. Il costo delle pensioni. Il costo di armamenti inutili. Anche qui è il metodo che è sbagliato. In Italia, per acquistare un armamento, basta che il Parlamento dica sì all’inizio. Gli aggiornamenti e gli ulteriori acquisti li può poi decidere in autonomia il ministero della Difesa, eventualmente solo con il parere, non vincolante, delle Commissioni. L’Eurofighter risale agli anni ’80. A luglio è stato fatto un accordo per tale apparecchio che costerà 8-9 miliardi di euro. Così per l’F35: l’ultimo passaggio in Parlamento è stato un parere consultivo. Si toglie qualsiasi tipo di dibattito serio, articolato. Si va avanti per inerzia, per frasi fatte. Senza capire e chiedersi: avevamo bisogno di 200 Eurofighter e di 130 F35? Certi acquisti sono esagerati anche per i capi di Stato maggiore. Ma è una decisione politica, che il nostro governo paga. Siccome gli Stati Uniti non vogliono uno sviluppo di un caccia europeo, allora tirano dentro Gran Bretagna e Italia nell’F35. Un vincolo di dipendenza enorme. E’ stato venduto come il più avanzato caccia in circolazione, ma è un programma di cui non si conosce la fine, né tecnica né di investimento. Una parte delle funzionalità è stata solo simulata, li stanno facendo volare senza aver fatto tutti i test sennò sarebbero troppo costosi. Nel libro scriviamo che non ci sarà nessun trasferimento di conoscenza informatica o tecnologica, perchè noi costruiremo solo le ali dell’apparecchio. Sono soldi buttati via, anche per chi vuole uno strumento militare efficiente.

Cosa fare? C’è la possibilità di un’inversione di tendenza nella contiguità tra forze politiche, vertici militari e industria bellica?
Bisogna applicare le norme, che già ci sono, evitando che un ex-militare, una volta finita la carriera, finisca dritto dritto nelle aziende belliche. Bisogna aspettare tre anni, prima che ciò accada. L’acquisizione di sistemi d’arma dura vent’anni, per questo un capo di Stato maggiore dell’Aeronautica che direziona e gestisce acquisti di tecnologie o sistemi, per esempio, non può lavorare uno o due anni dopo per Augusta-Westland. E’ evidente il conflitto, e questo va impedito. Ma bisogna impedire anche il contrario, ovvero che chi lavorava in politica finisca nelle industrie belliche: l’Italia aveva un ambasciatore a Washington che era anche vice-presidente di Finmeccanica, Castellaneta. L’ex-sindaco di Novara, dove verranno costruite le ali dell’F-35, oggi è nel consiglio di amministrazione di Alenia Aeronautica. Mi domando come, all’epoca, poteva essere libera da ogni pressione la sua risposta alla costruzione del velivolo. Una scelta fatta solo per creare posti di lavoro? Non credo. Un sindaco che va a lavorare per la Sanofi Aventis dopo aver sempre parlato bene dell’industria dei farmaci non è molto ben visto. Nel settore militare questa indignazione non avviene, purtroppo.

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