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di Giancarla Codrignani
da www.koinonia-online.it

All’inizio dell’Anno Sacerdotale apertosi a giugno, il Papa ha sostenuto che “senza il ministero presbiterale non ci sarebbe Eucaristia, non ci sarebbe missione, né chiesa”. Per quanto faccia parte dell’Associazione delle teologhe per competenze più di politica delle donne che specialistiche, credo che la definizione papale non sia teologicamente corretta. Anche perché per oltre due secoli (se non sbaglio fino al 215) non ci furono consacrazioni formali e, quindi, non c’erano divisioni nel popolo di Dio fra clero e laici. Tutti potevano, in quanto discepoli, essere maestri, profeti, seguaci degli apostoli e, quindi, apostoli.

Se è vero che “non c’è più fra voi né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna poiché siete tutti uno in Cristo Gesù”, come dice Paolo (Gal 3,28), il prete era ancora soltanto un presbitero, un anziano, una persona rispettabile. Paolo non era prete, come non lo era Gesù.

Per la Sinagoga degli ebrei e per i pagani, erano sacerdoti gli addetti ai riti e ai sacrifici, una casta dotata anche di grande potere; da questa tradizione derivarono poi anche per i cristiani una struttura e una terminologia innovative. Gesù, quando riconosce legittimo pagare la tassa al tempio – anche se i figli dovrebbero essere esentati (Mt.17,24-27) – pensa da laico al senso dei “ministeri”, che a quel tempo erano funzioni pubbliche di “servizio”. Naturalmente per il Maestro il servizio sia secondo Cesare, sia secondo Dio non era gestire potere e andare in giro in ricche vesti.

L’ordine sacerdotale nasce quando c’è bisogno di connotare un ordo nuovo, come c’erano ancora quelli dei senatori o dei cavalieri, per non parlare dei reparti dell’esercito. Così la cultura fa capire le ragioni che hanno indotto il Vaticano II (1964) a ridare al “popolo di Dio”, al laikòs battezzato, alla gente (e alle genti), come dice la Lumen gentium, profezia, regalità, sacerdozio. L’eucaristia Gesù l’aveva istituita in una comunità destinata a moltiplicarsi e dilatarsi nella verità di una presenza, reale quando anche pochi si raccolgono nel suo nome.

Per questo io credo che la grandezza del Concilio sia stata soprattutto quella di aver riportato la Chiesa non solo alle sue origini, ma alla continuità della sua verità. Gli “ordini”, infatti, per definizione si sclerotizzano e si consolidano in tradizioni che coprono realmente un “potere”. Per questo credo anche che tra i peccati di omissione ci sia da collocare, per i laici, il mancato riconoscimento della propria funzione. In tempi di passaggio storico da un’epoca ad un’altra ancora malamente intravista ma certamente trasformativa al massimo, i laici avrebbero dovuto avanzare i propri diritti di riconoscimento per una cooperazione salvifica per la stessa istituzione. E non avrebbero dovuto – non dovrebbero – lasciare soli quei propri pastori e quei maestri che, anche nel clero, vedono il pericolo di un recupero della tradizione come recupero del regime di cristianità.

La situazione la vediamo in Italia da un punto di vista (mi si consenta di dirlo, anche se a molti sembra solo di sofferenza) privilegiato, perché tutti i pronunciamenti, di fatto “temporali”, anche quando vorrebbero dirsi morali e dottrinali, riguardano problemi e comportamenti già adottati da lungo tempo negli altri paesi europei senza che si siano mai aperti conflitti con Roma e compromessi vaticani.

Fin dai tempi del divieto formale della contraccezione, il laicato tedesco, insieme con il suo primate, aveva premuto perché non si arrivasse ad un’enciclica priva di carità verso le famiglie che, a dispetto del riconoscimento conciliare dell’amore come requisito primario del matrimonio (e non della sola triade: riproduzione della specie, rimedio dell’istinto disordinato, mutua assistenza), ritenevano di essere diventate responsabili di scelte assolutamente non egoistiche.

In questi giorni il Papa ha tuonato (uso un verbo che funziona ormai solo per il mondo politico, sensibile a ragioni di potere e non di fede; mentre i cristiani tacitamente si comportano come tutti) contro la “famiglie allargate” che “rovinano i figli”. Potrei perfino non negargli qualche ragione; ma che cosa ha fatto la Chiesa per evitare sbandamenti dalla sua antica dottrina? Basta aver appoggiato qualche referendum? Possono le parrocchie senza l’impegno dei laici che vivono nella storia e possono far capire a preti senza figli come possa essere compresa e aiutata, in queste società, la famiglia?

In questi giorni il Vaticano e i singoli episcopati diocesani premono per ottenere ulteriori finanziamenti per le scuole private. In un periodo di crisi che vede in difficoltà le amministrazioni locali per i tagli ai finanziamenti statali e, in particolare, il settore scolastico a cui il governo ha tagliato otto miliardi di euro in tre anni, la Chiesa non potrebbe offrire collaborazione e sostegno alle autorità civili?

Credenti e laici (usa dire così, anche se i primi laici – vale a dire i primi a sostenere i diritti di tutti – dovrebbero essere i cristiani) prendono atto che non è così. Se anche le amministrazioni sono contente, diamo pure qualche finanziamento in più. Ma vorrei sapere perché la minoranza dei bimbi stranieri, anche islamici, e tutti quelli che le famiglie iscrivono solo per ragioni di vicinanza senza condivisione delle finalità religiose, dovrebbero aprire le giornate di scuola con la preghiera cattolica.

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