Home Politica e Società L’Aquila, sette mesi dopo: 1600 persone ancora in tenda

L’Aquila, sette mesi dopo: 1600 persone ancora in tenda

di Samanta Di Persio
da www.articolo21.info

Dopo sette mesi cosa sta accadendo a L’Aquila? La Protezione civile ha deciso che le tende vanno smantellate. Forse la spesa ora sta diventando esorbitante, forse il freddo ha fatto ammalare i vigili del fuoco e di conseguenza anche i volontari a servizio della Presidenza del consiglio. Intanto gli aquilani dove sono?

A luglio Berlusconi aveva garantito un tetto per tutti a settembre. Fino ad oggi rimangono 1600 persone nelle tende e più di ventimila negli alberghi. Un tetto ce l’anno, ma non di una casa. Le abitazioni con danni leggeri ancora non iniziano i lavori. L’inverno è arrivato, se ne parla a primavera.

Il piano C.A.S.E. è stato previsto solo per chi ha la casa classificata inagibile o nella zona rossa. Ma gli alloggi non bastano. A novembre si chiedono camper e roulotte, ancora stufe. La notte è fredda. Donatella ed i suoi due figli vivono in roulotte, il figlio di dieci anni le dice: “Mamma che bella invenzione la borsa dell’acqua calda”.

Già, la stufa potrebbe essere pericolosa. Il 3 novembre Alfonso Tursini ha perso la vita, ucciso dal monossido di carbonio. La moglie è in gravi condizioni. La loro casa era nella zona rossa del paese Paganica. Dormivano in un camper. Chi ha paura dorme in macchina. Chi non ha un alloggio perché i campi di accoglienza sono stati chiusi è tornato nella casa inagibile.

Oppure ha rifiutato la proposta della protezione civile di andare a cento chilometri da L’Aquila. sono state offerte località sciistiche come Roccaraso, Rivisindoli a due ore dal capoluogo. La vera emergenza è adesso. Adesso che tutti credono che per una volta non abbiamo messo i terremotati nei container. Invece questi ci sono.

Carlo ne ha acquistato uno perché non poteva viaggiare, la moglie lavora in ospedale. Aspetta la casa, forse a dicembre. Chi vive nelle newtown, perché sono delle vere nuove frazioni con tanto di vie: Via Magnani, Via Gasman, (speriamo di non trovare via Patrizia, Noemi, ecc) racconta di case da weekend. Abitabilità zero.

Tre persone in un appartamento con un angolo cottura e tinello, una camera ed un bagno (senza balcone). Qualcuno dorme sul divano. Qualcuno non ha un minimo di privacy. Qualcuno se studente non ha una scrivania. Ma la scrivania non c’è nemmeno per la seconda camera del nucleo familiare con quattro persone.

Al presidente del consiglio gli italiani piacciono ignoranti. Così appendono cartelli come nel cantiere di Cese di Preturo: “L’unico uomo in grado di fare miracoli: Berlusconi” Eppure le case sono ancora tutte come il 6 aprile. Perfino le macerie sono tutte come allora, non si capisce se deve occuparsene la regione o il comune.

Forse vedremo presto gli aquilani con i secchi a raccogliere ciò che resta del loro passato. Intanto si aspetta di gridare al miracolo dell’Aquila ricostruita.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

da: http://miskappa.blogspot.com


giovedì 5 novembre – Di oggi e di ieri

I cittadini consapevoli, coloro che intendono adoperarsi per la rinascita di L’Aquila, hanno deciso di ignorarlo, quando arriva dalle nostre parti. Hanno deciso di ignorare i suoi spot, i suoi sorrisi fuori luogo, le patetiche battute da osteria, la superficialità delle sue osservazioni e valutazioni. Ieri, subito dopo pranzo, ero nella casa che mi ricovera. Perdonatemi, mi è difficile dire che abito questa casa. Il rumore di un elicottero che volava basso, siamo a pochi metri dall’insediamento delle C.A.S.E. di Sant’Elia, mi ha fatto pensare che fosse lui, l’imperatore in visita al cantiere. Son salita al piano superiore, dove un balconcino guarda tristemente su quelli che prima erano campi ed ora son periferie di enormi casermoni ammassati l’uno all’altro, ed ho visto trambusto. E auto blu. Era lui, con il suo show. Un premier di plastica, fra case di plastica. Non si ha notizia di cosa sia accaduto: l’omino ha interdetto i giornalisti dal suo percorso. Poi a Fossa, ad inaugurare le case provvisorie pagate dalla regione Friuli. Altro spot: si autoproclama zio del nascituro di Tatiana ed Andrea, freschi inquilini delle graziose casette in legno. Non pago, si autoproclama zio di tutti i bimbi che nasceranno da queste parti. Ovvio che la parola nonno non gli si addica, e non la voglia. Zio per i bimbi, per poi diventare papi delle bimbe cresciute. Pochi giornalisti vengono ammessi a Villa Sant’Angelo, altro borgo devastato dal sisma, in tempo per raccogliere qualche “bravo Silvio, torna presto”. Uscendo da una casina di legno, già abitata da qualche giorno, ha commentato “qui è stupendo,verrò a passarci le vacanze”. Lo immagino, il premier sfollato, in quarantacinque metriquadri arredati Mondo Convenienza. Ma con la TV satellitare, ovvio. Ha concluso la lunga giornata visitando il centro storico. Le macerie ancora tutte lì. “Dobbiamo toglierle subito. Sarebbe una buona idea farne delle collinette e ricoprirle di verde”. Già, collinette da campagna toscana e casermoni da interland milanese, qui, nella nostra città. Una città che porta vestigia duecentesche e illustra con i suoi tesori architettonici tutti i secoli successivi. Una città che ha vissuto tre terremoti devastanti, prima di quello attuale. E che è sempre risorta. Dove era. Ci racconta Buccio da Ranallo, nelle sue Cronache Aquilane, che,dopo il terremoto del 1349,quando i cittadini trascorsero il lungo inverno al freddo, in capanne di fortuna, il triarca Pietro Lalle Camponeschi fece chiudere con tavoloni di legno le brecce che si erano aperte nella cinta muraria della città e fece presidiare tutte le porte di ingresso, impedendo così agli Aquilani di lasciare la loro terra. Impedendo lo spopolamento e la disgregazione delle genti e l’inevitabile cancellazione di L’Aquila dalle città del Regno di Napoli. E l’epoca successiva fu epoca d’oro. La città rinacque splendida e la più ricca ed importante del Regno. I cittadini uniti riedificarono L’Aquila dove era, e la restituirono alla storia.

martedì 3 novembre – L’Aquila oggi

E’ difficile provare a ricostruire una vita. A ricostruire la quotidianità, quando tutto intorno è cambiato. Ed anche dentro te stesso tutto è diverso. Io ci sto provando. Noi, qui, ci stiamo provando. E come tutto appare estraneo. Anche il tuo corpo ed il tuo cervello. Sentire la tua anima straniera. Insieme con il panorama che vedi dalla finestra. Sentire a tratti che ce la farai. Piangere e stringere i denti, quando hai paura di non farcela. I punti di riferimento sono inesistenti. Le persone mancano. Manca quel collante che possa unire il nostro sentire comune. La strada è impervia. Ed è in salita. La cima, lontana. Basterebbe fare un salto di cento chilometri per ritrovarsi nel mondo degli altri. Ma tu resti qui. Attaccato a questi monti. A dare ancora un’opportunità alla tua città, alla tua terra. Ed a te stesso. Inoltro lo scritto di un Aquilano, Goffredo Juchich. Un’altra voce che parla di quello che vede. E il video di due ragazzi, Aquilani anche loro: come sorridere, pur nella difficoltà di questi giorni. Forse servirebbero i sottotitoli. Gli Aquilani che mi leggono ne beneficieranno. Gli altri ascolteranno la cantilena del nostro dialetto che ci è tanto cara.

L’Aquila oggi – Non è facile raccontare di come siamo ridotti senza provare sentimenti di rabbia e costernazione nei confronti di una ricostruzione che non esiste e che invece viene percepita nel Paese come fosse in stato avanzato. Cominciamo a dire che a L’Aquila è in atto una COSTRUZIONE di enormi quartieri fatti di casermoni di legno e alluminio che ad oggi (29 Ottobre)ospitano 2500-3000 sfollati a fronte di una popolazione attualmente senza tetto ancora di oltre 40mila.Quando i cantie
ri saranno tutti chiusi, si pensa a gennaio, arriveranno a contenere 15mila persone, le altre dovranno aspettare che parta la vera RICOSTRUZIONE,assolutamente bloccata. I cantieri aperti sulle abitazioni degli Aquilani si contano sulle dita di una mano, questo perchè le ditte nn si fidano di anticipare per iniziare i lavori. Sanno bene che i soldi sono spalmati da oggi fino al 2032 e hanno paura di non vederli per niente. Bisogna intervenire sulle case vere che tra quelle classificate b-c(relativamente poco lesionate, a guardarle fanno spavento,la cosidetta ricostruzione leggera..)e zone rosse(i centri storici della città e delle sue dodici frazioni)rappresentano l’80% del patrimonio immobiliare di L’Aquila. Nel frattempo abbiamo ancora diverse tendopoli aperte con 3500 persone al gelo(due settimane fa una notte -4)e 30mila al mare. Nelle case agibili qua ormai si sta in 10, modello anni ’30. Se parliamo poi del patrimonio artistico, penso che L’Aquila bella com’era non lo tornerà mai più. Fa male scriverlo ma lo penso,purtroppo,in centro, case, chiese, fontane,palazzi, sono da mesi sventrati sotto i colpi del tempo che tra un po’ sarà ancora più inclemente tra gelo e neve..Dei monumenti adottati dai paesi stranieri durante il G8 solo nella chiesa delle Anime Sante, in piazza Duomo, la Francia ha dato seguito alle promesse con atti concreti.Il disastro è talmente enorme che si fa fatica ad elencare tutto quello che non va. Altri esempi:l’ospedale(quello famoso costruito di un piano su un’area immensa perchè si diceva che così fosse antisimico,e che la notte del sei aprile con morti e feriti era inagibile al 90%..)è ancora inagibile per due terzi a oltre sei mesi dal sisma. Le scuole, ripartite tra enormi difficoltà, accorpano orari e studenti per gestire una evidente mancanza di spazi. L’Università passa da 30mila studenti dell’anno accademico 08/09 ai 12mila di oggi che sono destinati a diminuire perchè per loro si dispone di solo 200 posti letto .L’Aquila aveva 72mila residenti nel comune e 30mila nel comprensorio, con una popolazione lavorativa di 40mila persone prima del terremoto, oggi tra autonomi e dipendenti abbiamo 20mila richieste di cassa integrazione straordinaria, artigiani e piccoli commercianti sono fermi da mesi e non possono riaprire perchè le loro attività erano nei centri storici. Idrammi privati si intrecciano a quelli collettivi nella mia città. Questo senza che nemmeno gli Aquilani si rendano bene conto di quello che sta succedendo. Chi entra nel prgetto C.A.S.E (i casermoni) mette le lenzuola alle finestre per ringraziare l’uomo dei miracoli e chi resta fuori spera di entrare. Aproposito, hanno assegnato gli alloggi senza fare una graduatoria con i requisiti o almeno nn li hanno resi noti ma tutto viene giustificato con l’emergenza.Con l’emergenza hanno espropriato i terreni per costruire a chi aveva perso la casa. Fantastici! Mancano spazi di socialità. La città che viveva nel centro storico, nei locali, nelle piazze, i suoi momenti di vita comune è andata distrutta senza essere sostituita da niente. Tra un po’ qualcuno andrà fuori di testa.Purtroppo questa è più o meno la situazione, mentre i riflettori si spengono e su di noi incombe un inverno freddissimo. Goffredo

giovedì 29 ottobre 2009 – Il nemico

Bertolaso è uomo tutto d’un pezzo. Si fa come dice lui. E non si discute. “Case e non container per gli sfollati” tuona dall’alto della sua cattedra. Dimentica però di mettere i puntini: c.a.s.e. ” Voglio tornare qui, fra uno o due anni, e incontrare persone che vivono serenamente nelle case che gli abbiamo dato. Non voglio trovare gente che si lamenta perché vive nei container, al freddo d’inverno ed al caldo rovente d’estate”. Toni decisi, da duce. Probabilmente, oltre agli alloggi, fornirà anche la serenità, che, come tutti sappiamo, si vende a peso, nei supermarket.Sulla stessa linea il suo suddito e dipendente dottor Fabrizio Curcio che è intervenuto ieri all’assemblea cittadina, voluta dai comitati, alla quale non hanno partecipato la Provincia, né la Regione, né il nostro plenipotenziario. Ha inviato un emissario. Indottrinato, ma sprovveduto. E’ pateticamente caduto davanti alle domande degli Aquilani. E ha fatto la figura del cretino. Il sindaco era presente, ed è riuscito a barcamenarsi fra le istanze pressanti degli sfollati. Ha buona scuola di partito alle spalle. Le richieste erano chiare: moduli abitativi alternativi alle tende, da posizionare nei campi d’accoglienza per coloro che non intendono o non possono lasciare la nostra città, chiarezza sul metodo di assegnazione delle abitazioni del piano c.a.s.e., e trasparenza su tutte le spese che la protezione civile opera sul business terremoto. Le conclusioni? Poche e deludenti. Ci è stato detto che per avere delle case mobili è necessario bandire appalti ed aspettare tempi lunghi. Ovvio che ciò suoni quantomeno strano, alla luce del fatto che, per allestire assi viari inutili, aereoporto altrettanto inutile, poichè mai utilizzato, e faraonici alloggi per i “grandi” della terra si è impiegato poco più di un mese. Basti pensare che un modulo removibile, in classe A, agevolmente e dignitosamente abitabile a lungo termine, costa settemila euro a persona. Uno sfollato in hotel o in tenda costa millecinquecento euro al mese, che, per sei mesi, porta a novemila euro, fino ad oggi. Di fronte a queste cifre schiaccianti, la protezione civile, nella persona del dott. Curcio, non ha saputo rispondere. Così come, miseramente, è caduta di fronte all’evidenza che il piano c.a.s.e. è un fallimento totale. Il dottore ha sostenuto di ignorare quale fosse il numero degli sfollati, quando si è pianificato lo scempio. Gli abbiamo risposto che noi, cittadini, lo andiamo urlando dal mese di maggio quel numero. La protezione civile lo ignorava. Gli abbiamo fatto notare che il metodo Augustus è stato applicato su questo territorio come in un laboratorio. Noi le cavie. Ignorava, il poverino, cosa fosse il metodo Augustus. Eppure è chiaramente riportato sul sito della protezione civile. Ed è un documento che si occupa di pianificazione nel campo delle emergenze. Qui lo potete leggere tutto (http://www.ispro.it/wiki/images/9/95/Metodo_Augustus.pdf). Io ve ne offro qualche stralcio:
“La popolazione è comunque sempre coinvolta nelle situazioni di crisi, sia emotivamente (teme di essere toccata dagli eventi, partecipa ai problemi di chi è coinvolto), sia fisicamente (se non ha subito danni, comunque è costretta a sopportare disagi).
[…]Se la sua controparte istituzionale sarà sufficientemente autorevole e determinata, la maggior parte dei cittadini sarà disponibile ad abdicare alle proprie autonomie decisionali, a sottoporsi a privazioni e limitazioni, ad “ubbidire” alle direttive impartite.
[…] Un chiaro piano di comunicazione […] permetterà una più agevole accettazione delle misure adottate. Non solo: qualora il precipitare degli eventi lo rendesse necessario, sarà più facile imporre una disciplina più ferrea e chiedere sacrifici più duri. […] E’ inutile perdersi in dettagli poco importanti, per esempio parlare della reazione incontrollata di una piccola parte della popolazione, quando la comunità si è comportata, in generale, in maniera corretta.”
Con la protezione civile non si discute, si deve solo obbedire. Dispone di un esercito di un milione e trecentomila fra volontari, impiegati e funzionari. Una macchina da guerra che spadroneggia e dispone come meglio crede. E lucra vergognosamente. I cittadini? Numeri e basta, in attesa di essere collocati nelle costosissime casette finte, ma , se ci ammaliamo, il nostro ospedale è ancora nelle tende, anche il laboratorio di analisi. E la situazione è disperata.
Voglio concludere con una nota positiva, della quale do pieno atto al sindaco Cialente. Si è impegnato ad incontrare i cittadini una volta al mese per cercare di prendere decisioni condivise. Ormai si è capito che qui il nemico principa
le è la Protezione Civile.

Leave a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.