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Falsa partenza?

di Gerardo Honty
da Alai-Amlatina, agenzia latinoamericana di informazione

Venerdì 9 ottobre è terminata la riunione della Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento climatico tenutasi a Bangkok. All’inizio dell’anno credevamo che questa sarebbe stata l’ultima riunione prima di Copenaghen ma già in giugno se n’è aggiunta un’altra a Barcellona (per i primi di novembre) e c’è la possibilità che se ne faccia un’altra tra Barcellona e Copenaghen.

Tuttavia tutti qui a Bangkok sanno che il problema non è la mancanza di tempo ma la volontà politica. I delegati passano ore, giornate intere riuniti elaborando bozze su ogni tema in discussione. Ma queste rimangono – e ad esse vengono anche aggiunti – testi in discussione poiché non c’è accordo politico sugli argomenti fondamentali. Perciò ci sono progressi, come dicono alcuni delegati, però sui testi, sul linguaggio, sulla formulazione delle diverse opzioni: non in merito all’accordo sulle diverse opzioni.

Ci sono decine di grandi temi su cui ci sono profonde divergenze. Ma tre sono forse i più importanti poiché determinano il resto. Il primo è la percentuale di riduzione delle emissioni che i Paesi sviluppati si impegneranno a rispettare. Il secondo è il volume delle risorse che questi stessi Paesi metteranno a disposizione di quelli in via di sviluppo per finanziare i piani di adattamento e di sviluppo. Il terzo è la cornice legale dell’accordo che si spera di raggiungere e il suo rapporto con il Protocollo di Kyoto e la Convenzione.

Mercati e risorse

Gli Usa non hanno presentato nessun obiettivo di riduzione e gli altri Paesi sviluppati (tranne apprezzabili eccezioni come la Norvegia) hanno evitato di assumersi maggiori impegni di quelli, scarsi, che hanno preso finora. Realizzare ampi tagli nelle emissioni dei Paesi più industrializzati è la chiave per evitare il cambiamento climatico.

Inoltre, il livello di questi impegni di riduzione ha una conseguenza diretta sulle altre materie di questi negoziati: il ruolo del mercato di carbonio (sistema per cui si scambiano ‘diritti di inquinare’: certificati che attestano che un certo numero di tonnellate di Co2 non sono state emesse nell’atmosfera dal venditore e che possono pertanto essere emesse dall’acquirente, ndt) nell’attenuazione del cambiamento climatico. È evidente che dalla dimensione della riduzione dei Paesi sviluppati dipende il volume potenziale del mercato di carbonio. Minori saranno gli impegni minore sarà l’eventuale quantità di certificati che i Paesi industrializzati potranno acquistare sul mercato. Da questo dipende a sua volta tutta una serie di definizioni: come saranno le nuove regole del Meccanismo di Sviluppo Pulito, quali attività saranno permesse, i progetti di settore, le misure di attenuazione nei Paesi in via di sviluppo, ecc…

Dall’altra parte c’è una forte pressione dei Paesi industrializzati affinché la maggior parte dei trasferimenti di risorse verso i Paesi del Sud si faccia attraverso meccanismi di mercato, mentre la maggioranza dei Paesi in via di sviluppo preferisce limitare questo tipo di meccanismi e ampliare il trasferimento di fondi direttamente per finanziare le proprie necessità di adattamento e attenuazione. Alcuni Paesi in particolare, come Venezuela e Bolivia, semplicemente rifiutano qualsiasi forma di mercato delle emissioni.

Il G77 con in più la Cina, a dispetto delle molte differenze interne, ha una posizione ferma e consolidata rispetto al fatto che se non c’è un chiaro e grande impegno da parte dei Paesi industrializzati in merito al trasferimento di risorse e tecnologia (così come stabilisce la Convenzione) non ci sarà accordo a Copenaghen. E su questo non si è fatto nessun passo avanti qui a Bangkok.

Cresce la divisione

Gli Stati Uniti sono arrivati a questa riunione convinti della necessità che i Paesi in via di sviluppo si assumano l’impegno a ridurre le emissioni. Non è un fatto nuovo. È una delle ragioni per cui gli Usa non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto. Tuttavia ha destato qualche speranza di cambiamento, o almeno di moderazione, la nuova amministrazione Obama. Questa illusione sembra essersi definitivamente spenta a Bangkok. La pretesa con cui gli Stati Uniti sono arrivati in Thailandia era concludere con la divisione tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo stabilita dalla Convenzione e dal Protocollo di Kyoto e porre a tutti uno stesso sistema di impegni, anche se con differenti tipi di obblighi. Nel corso della riunione è stato chiaro che non solo gli Stati Uniti aveva questo proposito ma anche l’Unione Europea e i Paesi industrializzati in generale. Ovviamente questa posizione è stata fermamente combattuta dai Paesi in via di sviluppo riuniti nel G77 con l’aggiunta della Cina.

La divisione tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo sembra essersi acuita a Bangkok. Durante questa settimana il G77 voleva fare una dichiarazione denunciando l’intenzione dei Paesi industrializzati di spazzare via il Protocollo di Kyoto e la Convenzione con queste nuove proposte. Tuttavia questo tentativo è stato bloccato con l’opposizione di 8 Paesi latinoamericani: Colombia, Costa Rica, Cile, Repubblica Dominicana, Guatemala, Panama, Perù e Uruguay.

Un treno senza combustibile

Visto che non ci sono stati progressi sui grandi temi politici e le divergenze sembrano aumentare, i passi avanti sul consolidamento e la nuova redazione di testi risultano completamente inutili. Se non si trova nessun accordo di livello sui temi principali, per quante riunioni e ore di lavoro si facciano nei “gruppi di contatto”, il vertice di Copenaghen del prossimo dicembre sembra condannato al fallimento. Un osservatore qui a Bangkok illustrava così ciò che sta succedendo nella capitale tailandese: “I delegati stanno per salire su un treno e discutere sul colore e il materiale dei sedili ma non hanno verificato che il treno abbia il combustibile necessario per partire”.

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