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Quando il superindice indica la Luna…

di Nane Cantatore
da www.aprileonline.info

L’entusiasmo da parte dell’attuale governo per i dati OCSE indica solo una scarsa capacità di leggere gli indici, o forse una certa fiducia nella facilità con cui l’opinione pubblica si lascia manipolare. Il superindice, abbassando i potenziali di crescita, fotografa una situazione di scarso sviluppo e valuta in modo positivo un’economia colpita solo indirettamente dalla crisi, ma questa crisi è un fenomeno acuto, mentre la devastazione del tessuto economico italiano è un dato cronico

L’OCSE è un’organizzazione di allegri burocrati che fornisce pareri illuminati ma molto nebulosi sullo stato dell’economia e che, come altre organizzazioni di questo tipo, sbaglia la maggior parte delle previsioni ma continua a tirarne fuori come fossero oracoli ispirati da una sapienza infallibile. Lo strumento principe di questi vaticini è il cosiddetto superindice o, per chiamarlo con il suo nome vero, il CLI (Composite leading indicators), uno strumento che aggrega diversi dati disponibili in tempi rapidi per elaborare delle stime a breve termine, sei mesi al massimo, sull’andamento delle economie nazionali.

Questo indicatore, insomma, dovrebbe fornire previsioni attendibili sull’andamento del PIL o della produzione industriale totale, il che significa due indicatori ulteriori, non necessariamente efficacissimi, sullo stato di salute generale delle economie nazionali. L’aggregazione di diversi dati permette di ridurre statisticamente i margini di errore, ma ovviamente tutto dipende dalla logica con cui avviene questo processo; inoltre, la scelta di puntare su dati a breve termine, come la richiesta di autorizzazioni per la costruzione di immobili, la percezione dell’andamento economico e non meglio precisati dati finanziari e monetari, presenta due ordini di problemi.

Il primo è l’impossibilità di individuare le bolle di vario genere, che colpiscono in modo sempre più devastante le economie a carattere maggiormente finanziario. Il secondo è il rischio di sopravvalutare fattori congiunturali sul brevissimo periodo: per esempio, il cosiddetto piano casa ha prodotto un picco di richieste di autorizzazione, che hanno ottenuto un solo risultato concreto, quello di intasare gli uffici tecnici dei comuni.

Si tratta, insomma, di uno strumento molto tecnico, che non dice nulla sullo stato strutturale dell’economia ma si limita a cercare di prevedere la performance a breve, indicando l’attesa di fasi di espansione o di recessione, indipendentemente dai fattori scatenanti: ad esempio, una forte immissione di denaro pubblico può provocare un’espansione a breve, ma certamente innesca una fase di sofferenza delle casse pubbliche che, a sua volta, può causare notevoli sofferenze nel medio termine.

Sembra decisamente fuori luogo, insomma, esultare per i dati lusinghieri di queste stime per l’Italia. Del resto, anche la precedente rilevazione aveva predetto un buon andamento per l’economia italiana, senza che si siano poi visti grandi effetti. Nel caso specifico, poi, è la stessa OCSE a invitare alla cautela, visto che l’attesa di miglioramento della situazione economica per l’Italia, “può essere in parte attribuito a un calo degli stessi potenziali di crescita e non solamente a un miglioramento della stessa attività economica”.

Traducendo questa frase sibillina in linguaggio corrente, risulta che, se è vero che il superindice per l’Italia è cresciuto di 10,3 punti su base annua e che questa crescita è la più elevata tra i Paesi indicati, questa stima non indica tanto un’attesa di crescita del PIL, quanto una valutazione della performance sulla base di parametri più ridotti, vale a dire una crescita all’interno di uno scenario più contratto.

Se l’indice indica davvero qualcosa, allora, quello che viene indicato è un contesto di sostanziale stagnazione, in cui è difficile attendersi una buona performance economica in assoluto, ma nel quale è possibile che l’andamento a breve dell’economia italiana, anche grazie all’effetto immediato di una certa facilità nella spesa pubblica, possa essere di consolidamento invece che di ulteriore sprofondamento.

Tutto questo, senza che si dica nulla sulle cause effettive della crisi in Italia, che non sono la caduta dei mercati finanziari, che da noi restano solidi per una serie di fattori specifici, e che ci hanno colpito in modo indiretto, ma gli scarsi investimenti, i redditi bassi e la sostanziale assenza di mobilità sociale: elementi strutturali, che la crisi globale acuisce ma dei quali non è la causa diretta.

Il superindice, abbassando i potenziali di crescita, fotografa una situazione di scarso sviluppo e valuta in modo positivo un’economia colpita solo indirettamente dalla crisi, ma questa crisi è un fenomeno acuto, mentre la devastazione del tessuto economico italiano è un dato cronico. Anche in questo caso, quando il dito indica la Luna, lo sciocco guarda il dito.

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