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Vittime di guerra

di Stefano Rizzo
da www.aprileonline.info

Tredici morti (dodici soldati e un civile) e 31 feriti: e l’America rimpiomba nella paura. Uno psichiatra 39enne, il maggiore dell’esercito Nidal Malik Hasan, specialista in stress post-traumatici e di origine giordana, ha aperto il fuoco contro i suoi compagni della base militare di Fort Hood, in Texas, e ha fatto una strage. E questa non è una strage come le altre

Questa non è una strage come le altre. E’ diversa dalle molte che si ripetono con frequenza quasi annuale negli Stati Uniti e che sono il risultato della miscela esplosiva costituita dall’incontro tra uno psicopatico e un’arma letale, entrambi abbondanti in quel paese. Questa volta l’autore della strage, il maggiore dell’esercito Nidal Malik Hasan, che ieri nella base di Fort Hood in Texas ha ucciso 13 persone e ferito un’altra trentina sparando nel mucchio tra i soldati e i civili, non è uno psicopatico, almeno non in un modo ovvio: è un medico, uno psichiatra il cui compito era valutare lo stato di salute mentale dei soldati prima di mandarli in guerra.

Il dottor Hasan non era mai stato in guerra, ma la conosceva bene dai racconti dei militari che tornavano dal fronte raccontando le storie orribili di bombe e di stragi in cui avevano perso i loro commilitoni. Tra i suoi compiti c’era anche quello di curare i soldati che ritornavano dalle missioni all’estero di quella che viene chiamata la sindrome da stress post-traumatico, o PTSS, un nome apparentemente scientifico per indicare quello che succede nella mente di un essere umano quando viene posto nelle condizioni di uccidere e di essere ucciso, così che dopo un po’ crolla ed è capace di qualunque cosa. Ragazzi tranquilli, “bravi figlioli” in tempo di pace, sprofondano nella depressione dopo l’esperienza della guerra, diventano violenti, in numero allarmante picchiano e uccidono le loro compagne, si suicidano.

Il dottor Hasan sapeva dei suicidi e degli omicidi, della depressione e dell’alcolismo dei soldati affidati alle sue cure; sapeva della paura di quelli che dovevano partire e dei terrori di quelli che erano ritornati. Sapeva che per andare in guerra e per superare il trauma del campo di battaglia, per potere convivere con il ricordo della violenza subita o perpetrata, un uomo e una donna deve sentire dentro di sé delle ragioni valide, provare motivazioni forti. Ma queste due guerre, quella irachena e quella afgana, di motivazioni convincenti non gliele danno. Gli uomini politici e i generali ci provano, ma il soldato non è convinto.

Se va in guerra è soprattutto perché non trova un lavoro in patria o perché ha bisogno della diaria e del premio di ingaggio per pagare il mutuo della casa o, al suo ritorno, per andare al college. Le interviste che i giornalisti fanno ai soldati dicono che la maggior parte di loro non capisce il senso di queste guerre e vorrebbero che finissero. Vedono i propri compagni morire, senza che il fronte avanzi, perché il fronte non esiste: il tutto appare insensato, così che ad un certo punto non ce la fanno più.

Anche il dottor Hasan evidentemente non vedeva il senso della guerra. Si era arruolato 18 anni fa, l’esercito l’aveva fatto studiare, diventare medico e psichiatra. Adesso però voleva uscirne perché non voleva essere mandato in Iraq o in Afghanistan: sperava che Obama ritirasse i soldati e ponesse fine alla guerra. L’avvocato che aveva consultato gli aveva detto che non poteva lasciare l’esercito fino alla scadenza del contratto e finché non avesse restituito i soldi che aveva ricevuto per studiare. Tutti alla base, ufficiali e soldati, sapevano come la pensava anche se nessuno aveva sospettato a quali conseguenze sarebbe arrivato.

Forse c’erano anche ragioni personali. Nidal Hasan era nato negli Stati Uniti, era cittadino americano, figlio di immigrati palestinesi o giordani, che avevano lasciato la Palestina dopo la guerra e l’occupazione israeliana del 1967. Anche i suoi genitori erano fuggiti dalla guerra e dall’occupazione militare. Negli Stati Uniti si erano rifatti una vita, avevano messo su un ristorante in Virginia e in qualche modo realizzato il sogno americano. Pochi anni fa erano morti entrambi e Nidal, che non si era mai sposato, è rimasto solo.

In passato non era mai stato molto religioso, ma adesso si era avvicinato nuovamente all’Islam; sembra che avesse cercato una moglie “buona mussulmana”, ma non era riuscito a trovarla; sembra anche che una delle ragioni per cui voleva lasciare l’esercito era la discriminazione cui era sottoposto (o pensava di essere sottoposto) a causa del suo nome arabo. Forse era cresciuta in lui l’indignazione per le sofferenze patite dai genitori e, prima di loro, dai loro genitori a causa del colonialismo europeo e poi dell’espulsione dalle loro terre da parte degli siraeliani. Nella sua mente a questo punto chiaramente disturbata deve essere avvenuto un cortocircuito che ha collegato gli eventi di quaranta anni fa che colpirono la sua famiglia con le vicende di questi anni: il terrorismo, la guerra, l’occupazione – ancora una volta nella storia del mondo arabo – del Medioriente da parte dell’Occidente.

E così ha deciso di non volere essere più parte di questa storia, di impedire a se stesso e ad altri quaranta soldati cui ha sparato e ha ucciso di andare in guerra, diventando così, ancor prima di partire, lui e gli altri vittime di guerra. Il gesto di un folle, certamente, irragionevole e folle, ma non immotivato.

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