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Un golpe tira l’altro…

di Claudia Fanti
da www.adistaonline.it

Rischia una battuta d’arresto il processo di trasformazione in corso in America Latina: la vicenda honduregna ha già iniziato a far sentire i suoi effetti in altri Paesi, a cominciare dal Paraguay, rischiando di destabilizzare a fondo l’intera regione. E ciò mentre sul subcontinente latinoamericano si allunga l’ombra minacciosa delle basi Usa in Colombia, a causa delle quali è nuovamente salita la tensione tra il governo di Uribe e quello di Chávez. A preoccupare il Venezuela, ma anche la Bolivia e l’Ecuador, è, in particolare, un documento della forza aerea degli Stati Uniti che considera conveniente l’uso delle basi colombiane a fronte della presenza nella regione “del narcotraffico, del terrorismo e di governi anti-statunitesi”.

Honduras, accordo fallito

Fallito in Honduras l’accordo siglato il 30 ottobre scorso con la mediazione di Thomas Shannon, il segretario aggiunto di Stato per gli Affari Continentali Usa (v. Adista n. 114/09), rimane l’interrogativo sul perché il governo golpista di Micheletti abbia rinunciato a una soluzione che favoriva espressamente le forze dell’oligarchia. Perché, cioè, non far tornare Manuel Zelaya per i pochi giorni che restavano prima delle elezioni del 29/11, ottenendo così, a un prezzo sicuramente ragionevole, il riconoscimento internazionale della vittoria, data per sicura, di un candidato conservatore?

Forse Micheletti temeva comunque l’effetto, sicuramente strepitoso, che sul popolo avrebbe avuto lo spettacolo del ritorno di “Mel”, come viene chiamato Zelaya, al Palazzo presidenziale (per quanto senza più poteri effettivi); che, cioè, tale effetto avrebbe avuto inattese ripercussioni sul processo elettorale, fino a ribaltarne l’esito a detta di tutti scontato. Oppure voleva semplicemente tirare ancora la corda, per guadagnare altri preziosi giorni, posticipando quanto più possibile quel temuto spettacolo.

Probabilmente aveva pensato che le dichiarazioni di Shannon – il quale in un’intervista alla Cnn aveva considerato la restituzione del potere a Zelaya un aspetto secondario rispetto alla costituzione del governo di unità e riconciliazione previsto dall’accordo – potessero garantire la legittimità delle elezioni anche a prescindere dal ritorno del presidente costituzionale. In ogni caso, in assenza del previsto pronunciamento del Congresso sul suo rientro, Zelaya si è nettamente rifiutato di indicare i 10 rappresentanti che, insieme a quelli filo-golpisti, avrebbero dovuto dar vita al governo di unità e riconciliazione (alla cui guida, peraltro, si era posto lo stesso Micheletti). E, così, l’accordo è stato definitivamente affossato.

Come evolverà a questo punto la situazione del Paese non è dato saperlo. Il Fronte Nazionale di Resistenza contro il Golpe ha immediatamente dichiarato il “disconoscimento attivo” delle elezioni del 29/11, considerandole nient’altro che “una forma di legittimazione della dittatura dell’oligarchia a livello nazionale e internazionale, e un metodo per assicurare la continuità di un sistema che emargina e sfrutta i settori popolari per garantire i privilegi di pochi”.

E si è subito ritirato dal processo elettorale (ma “non dalla resistenza e dalla lotta”) il candidato progressista e leader operaio Carlos Humberto Reyes, espressione della Candidatura Indipendente Popolare (integrata al Fronte): “Queste elezioni – ha detto – non sono nostre, bensì dei padroni. Da esse uscirà un governo spurio e senza l’avallo del popolo: non sarà in grado di governare e noi dovremo approfittare di questa debolezza per farlo cadere e incamminarci verso l’Assemblea Costituente”.

Si affaccia, intanto, anche l’ipotesi di un ricorso alla lotta armata contro il governo de facto, come sembra indicare il ripetersi, nelle ultime settimane, di attacchi violenti a personalità legate al regime. Per quanto il Fronte di Resistenza al Golpe abbia sempre orgogliosamente rivendicato il carattere pacifico della propria lotta, l’esasperazione per la mancata risposta internazionale alla crisi potrebbe senz’altro favorire, come ha rimarcato tante volte Zelaya, una svolta violenta. E le voci su un presunto reclutamento da parte del governo golpista di paramilitari colombiani non contribuiscono certo a calmare gli animi.

Il turno del Paraguay?

Ispirandosi chiaramente ai fatti honduregni – come aveva messo in guardia Zelaya, lo “schema Honduras” rischia di far scuola – anche in Paraguay l’oligarchia è pronta a sferrare l’attacco contro il governo democratico. Se il pericolo è stato al momento scongiurato dall’intervento di Fernando Lugo, che, in mezzo a voci di un imminente golpe, ha sostituito tutti i vertici delle forze armate del Paese, e da un’immediata e piuttosto inedita mobilitazione di tutta la sinistra, la situazione resta indubbiamente critica.

Per quanto il governo Lugo non sia stato ad oggi capace di intaccare seriamente strutture di potere consolidate da decenni, bastano senz’altro i propositi di cambiamento del presidente – in termini di democratizzazione della società, di riforma agraria e di recupero della sovranità nazionale – ad allarmare l’opposizione, timorosa che le pur timide aperture di Lugo possano creare le condizioni di una crescita della sinistra nel Paese.

E hanno decisamente scontentato l’oligarchia due misure adottate dal governo: l’apertura degli archivi sui crimini della dittatura Stroessner e la cancellazione delle esercitazioni congiunte tra Paraguay e Usa, nel quadro di un programma chiamato “Nuovi Orizzonti” che prevedeva per il 2010 l’ingresso di 500 soldati statunitensi nel Paese. Un Paese che, è bene ricordare, è già sede della strategica base militare Usa di Estigarribia e che rappresenta una privilegiata porta d’accesso all’Acuífero Guaraní, una delle maggiori riserve sotterranee di acqua del mondo.

L’intenzione dell’opposizione è quella di porre Lugo in stato di accusa, rimpiazzandolo – a garanzia della “continuità costituzionale” – con il vicepresidente Federico Franco, ormai in chiara rotta di collisione con l’ex vescovo. La modalità sarebbe assai simile a quella che ha dato frutto in Honduras: far leva su un Congresso controllato dalla destra e contare sul sotterraneo appoggio degli Stati Uniti (evitando magari di prelevare Lugo in pigiama di notte per portarlo in un altro Paese).

E se il pretesto è offerto dalla polemica esplosa in materia di sicurezza con il sequestro di un latifondista, Fidel Cabala, a metà ottobre, attribuito all’Ejército del Pueblo Paraguayo – un gruppo guerrigliero di cui non è certa neppure l’esistenza e che l’oligarchia tenta di vincolare a Lugo – è sufficiente, per l’accusa di violazione della Carta costituzionale, il discorso, definito “incendiario” e “criminale” dall’opposizione, in cui il presidente ha accusato i ricchi di bloccare il processo di cambiamento.

E questo mentre, dalle file dell’oligarchia, Eduardo Avilés, un allevatore cileno residente in Paraguay da trent’anni, ha invitato i colleghi a costituire un Comando anticomunista allo scopo di “perseguitare” e “liquidare fisicamente tutti i comunisti che attentano contro le nostre vite e le nostre proprietà”, comunicando pubblicamente al governo Lugo “che la sua festa sta per finire, che il suo idillio con Chávez, Morales, Correa, Castro e altri ha i giorni contati”. (claudia fanti)

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