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Usa, la crisi che affama

di Luca Galassi
da www.peacereporter.net

Cinquanta milioni di americani soffrono di denutrizione. Uno su quattro è un bambino.
La crisi ha portato recessione, fallimenti, disoccupazione. E fame. Uno studio ha dimostrato che oltre il 16 percento della popolazione statunitense è denutrita. Lo scorso anno circa 50 milioni di persone, tra le quali almeno un bambino ogni quattro, ha faticato per avere cibo a sufficienza.

Nel momento più duro della crisi le analisi economiche si sono concentrate solamente sulla crescita della disoccupazione e gli effetti della recessione. Il dipartimento dell’Agricoltura americano, invece, ha recentemente stilato un primo ritratto dettagliato delle difficoltà alimentari degli americani.

Il notevole incremento delle persone che non possono permettersi abbastanza cibo e in alcuni casi arrivano a soffrire la fame ha colpito perfino chi lavora nelle associazioni per la lotta contro la povertà, abituati alle lunghe file nelle strutture delle organizzazioni umanitarie che distribuiscono cibo alle persone bisognose. Il presidente Barack Obama ha definito lo studio ‘inquietante’, promettendo azioni concrete per l’eradicazione dello spettro della povertà.

Una della aree più colpite dalle conseguenze alimentari della crisi è quella del distretto di Washington: qui si stima che negli ultimi tre anni, intorno al 12,4 percento delle famiglie abbia avuto problemi nel comprare alimenti. Nel Maryland, la percentuale è del 9,6, in Virginia dell’8,6.

Il Segretario del Dipartimento dell’Agricoltura, Tom Vilsack, ha attribuito la difficoltà nell’accesso al cibo principalmente all’aumento della disoccupazione, che ha superato il 10 percento della popolazione, e all’esistenza di vaste fasce di sotto-occupati. Vilsack ha annunciato che i numero delle person in difficoltà è destinato a crescere quest’anno, e che non si ha alcuna certezza dell’efficacia delle misure che l’amministrazione Obama intraprenderà per combattere il problema e stimolare l’economia.

In merito al quadro economico statunitense, il presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, Ben Bernanke, ha offerto un quadro non incoraggiante della ripresa economica, indebolita anche da un credito bancario ancora scarso e dalle difficoltà del mercato immobiliare. I suoi commenti segnano una svolta dopo mesi di rassicurazioni sull’efficacia della politica dei bassi tassi di interesse e dei programmi di stimolo varati dal governo. Il leader della Fed ha ammesso che la situazione del mercato del lavoro e dei prestiti induce a prevedere un’espansione meno solida di quanto si potesse sperare.

Il livello dell’inflazione è tale da consentire di mantenere il costo del denaro eccezionalmente basso per un periodo prolungato, anche se ciò potrebbe comportare il rischio di bolle speculative. Contrariamente alle sue abitudini, Bernanke ha espresso commenti anche sulla debolezza del dollaro, argomento di solito lasciato al dipartimento del Tesoro, sottolineando che la banca centrale sta monitorando attentamente l’andamento dei cambi. Un dollaro troppo debole, infatti, potrebbe provocare una spinta inflazionistica, e la caduta del biglietto verde ha già contribuito al rincaro delle materie prime.

Il ritorno a una piena occupazione, ossia a un tasso di disoccupazione compreso tra il cinque e il sei per cento, è distante anni. Attualmente la percentuale è del 10,2 per cento, la più elevata dalla recessione del 1982 e al di sopra delle stime di qualche mese fa. Si prospetta la possibilità di una ripresa senza occupazione. La crisi del lavoro colpisce soprattutto gli uomini nei primi anni di servizio: in questa fascia la quota dei disoccupati è passata dal quattro al dieci per cento. Altra categoria duramente colpita è quella dei giovani afroamericani: tra loro il tasso di disoccupazione ha superato il 30 per cento.

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