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In gita a Fort Benning, Georgia, Stati Uniti

di Stella Spinelli
da www.peacereporter.net

La Escuela de las Américas (School of Americas, Soa), Fort Benning, Georgia, oggi conosciuta come Istituto di cooperazione e sicurezza dell’emisfero occidentale (Whinsec), continua a essere un centro militare dove si insegna il concetto di nemico interno, oggi espresso e nascosto nella supposta lotta al terrorismo e al narcotraffico, sostenuta dagli Usa a livello mondiale. E si tratta di casi piuttosto eloquenti della dottrina e della filosofia militare che l’Esercito degli Stati Uniti va insegnando da decenni al resto dei militari delle Americhe.

Risale al 2000 il tentativo del Pentagono di confondere le acque, pressato dall’opinione pubblica nazionale e internazionale, scossa dai pacifisti e dai manifestanti che ne denunciavano usi e costumi: la chiuse per qualche tempo e la riaprì con un nome tutto nuovo, appunto. Ma le Ong e i movimenti sociali non si sono lasciati trarre in inganno convinti che il cambiamento fosse solo di facciata. E così fu: nel 2001, l’istituto è ricomparso nel medesimo luogo, con i medesimi istruttori e con gli stessi identici obiettivi: indottrinare i soldati dell’America Latina e manipolarli al fine di controllare il suo cortile di casa.

Ma la storia sinistra di tanti abusi e soprusi resta a parlare, resta a denunciare, resta, per non dimenticare. E in nome dei tanti morti ammazzati, torturati, fatti sparire, di famiglie sventrate e leggi, umane e divine, violate, il movimento ne pretende la chiusura. Non smette. La chiede da anni. Ogni anno, ogni giorno.

Mai nessuno degli uomini di Fort Benning, pur incastrati dai fatti, ha risposto dei crimini commessi. Crimini appresi, passo passo, sugli allucinanti manuali distribuiti agli studenti. E lo ammette persino la Casa Bianca, che nel 1996 ha pubblicamente fatto ammenda.

Las Americas ha forgiato golpisti e torturatori, assassini e paramilitari, tutti indistintamente marionette nelle mani del Pentagono. Tanti, troppi, i colpi di stato, tentati o riusciti, degli studenti modello della Georgia. Senza andare troppo in là: il tentato golpe in Venezuela nel 2002, e l’ulltimo riuscitissimo del giugno scorso in Honduras.

Queste le ragioni di un movimento tanto vasto e organizzato che ne chiede la chiusura: dalla Terra del fuoco al Centroamerica, senza soluzione di continuità. Perché come se niente fosse, molti governi continuano a inviano reclute in Georgia, anche se, merito del nuovo vento che soffia sul continente, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina e Nicaragua hanno già chiuso ogni rapporto.

Ma resta il Cile, per esempio: duecentodieci uomini nel solo 2008. E che dire della Colombia che, non stupirà, detiene il record indiscusso degli addestrati a Fort Benning. La maggioranza dei colombiani in mimetica hanno avuto a che fare con addestramenti Usa. Fuori o dentro casa. Perché in questo caso sarebbe comunque insufficiente chiudere Las Americas, per evitare che gli ormai famigerati metodi impartiti in Gerogia arrivino a contaminare l’esercito colombiano.

La Colombia di Uribe ha una Las Americas in ogni dove, in ogni angolo caldo del conflitto interno. E quei ragazzi armati fino ai denti che si “sacrificano per la patria” ne vanno pure fieri. Tra i soldati incontrati durante il viaggio nel Caquetà, nel cuore dell’Amazzonia colombiana, persino la potente lozione repellente contro le devastanti zanzare era targata “3M Company, Saint Paul, Minnesota”. E perlomeno, la creazione di altre sette basi Usa in Colombia, non farà che ufficializzarla questa dilagante colonizzazione, portandola alla luce del sole e legittimando gli attacchi diplomatici incrociati degli Stati vicini. Non tutto il male vien per nuocere.

Casi disperati a parte dunque, la chiusura di Las Americas gioverebbe comunque ai più, per questo si protesta anche quest’anno, come ogni novembre ormai da anni.

A coordinare il tutto, chi se non Soaw, ossia lo School of Americas Watch, l’osservatorio permanente sui crimini commessi dall’istituzione militare statunitense, fondato da un prete dei missionari di Maryknoll, Roy Bourgeois, ormai personaggio mitico per tutto il movimento in difesa dei diritti umani.

Missionario in Bolivia, è stato testimone degli effetti dell’addestramento alla Scuola delle Americhe, lanciando l’allarme negli Stati Uniti sulle tecniche di tortura insegnate. In quel periodo l’obiettivo era terrorizzare i contadini centroamericani in lotta per la difesa dei propri diritti; una sorta di guerra contro l’umanità che gli Usa hanno finanziato e che ha mantenuto al potere molti dittatori. Da allora la voce di padre Roy non si è mai spenta, anzi.

Appoggiato inizialmente da una manciata di persone, i suoi raduni anti Soa sono arrivati a contare più di 15.000 dimostranti ogni anno. “Grazie a lui – per usare le parole di Joan Chittister pubblicate su Adista – la pressione pubblica per un cambiamento nelle politiche Usa alla Scuola delle Americhe è diventata, negli ultimi vent’anni, uno dei momenti più gloriosi tanto degli Stati Uniti quanto della Chiesa.

I primi mesi di quest’anno, la novità Obama negli States, almeno sulla carta sembrava preannunciare un movimento anti Soa meno accanito, più sopito. I proclami presidenziali erano lontani dai bushismi, e magari c’era chi pensava alla possibilità di un dialogo più mediato e magari più fruttuoso. E invece, di contro, è arrivata, doccia fredda, il golpe in Honduras. E la protesta si è riaccesa, è cresciuta, è dilagata. Ci risiamo.

Di nuovo, quel colpo di stato in Centroamerica è stato pensato, preparato, provato nella Scuola delle Americhe. Un golpe che è andato di pari passo all’aumento incontrastato delle basi militari Usa in Colombia. E che chiudono il quadro sulla politica che ci sta dietro: riappropriarsi del cortile di casa, a tutti i costi. Quindi, ancora una volta, tutti a Fort Benning per una veglia e per orchestrare atti di disobbedienza civile per denunciare “l’infame Esculea e predentendere un cambiamento di politica degli Usa nei confronti dell’America Latina – spiegano gli organizzatori –

E quest’anno si è chiamati a ricordare anche il ventesimo anniversario del massacro dei gesuiti in Salvador da parte degli studenti modello della Soa, nonché a commemorare le migliaia di vittime dei nostri popoli per mano di quei militari made in Usa”.

E in Georgia voleranno sopravvissuti alle torture, attivisti, come Bertha Oliva, Coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), difensori dei diritti umani in Colombia, tutti per partecipare, compartire, agire, far grande la mobilitazione. Quest’anno più che mai. È appunto una fase cruciale, questa. Perché Obama ha promesso, e ancora non mantenuto. Perché si deve farlo riflettere, rimuginare, decidere. “La Escuela deve chiudere”, ripetono.

E poi, qualcosa si è mosso. Poche settimane fa, un Comitato congiunto del Congresso degli Usa si sono accordati per includere nella legge di Autorizzazione della Difesa, una clausola che obbliga il Pentagono a rendere pubblici i nomi dei diplomati alla Scuola. Archivi che erano diventati segreto militare proprio per proteggeri quei volti, molti dei quali noti a tanti, troppi popoli oppressi nelle Americhe.

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