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Si conclude il Forum della società civile sulla sovranità alimentare

di Carta.org

Si è concluso oggi il Forum sulla sovranità alimentare. Perplessità sulla distanza tra le parole dei potenti e i fatti. E molte preoccupazioni per la riforma della Fao che i paesi del G8 stanno cercando di insabbiare.

Le Organizzazioni non governative e i movimenti contadini protestano oggi contro «le multinazionali che utilizzano il cibo come mezzo di speculazione», davanti alla sede della Fao dove si svolge il vertice mondiale sulla sicurezza alimentare. I partecipanti del Forum parallelo della società civile hanno denunciato «le politiche agricole dei paesi ricchi nel sud del mondo». La fame, sottolineano, «si vince solo se si sostiene la causa dei piccoli agricoltori e delle attività rurali su scala familiare». Per Henry Saragih, il coordinatore della Via campesina, serve «una vera e genuina riforma agraria globale, che difenda i diritti delle popolazioni a controllare la terra e l’acqua, e che consideri nuove strategie di adattamento ai cambiamenti climatici di cui il prezzo più alto è pagato proprio dai paesi poveri».

In mattinata, Via campesina ha acceso i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso, il «land grabbing», ovvero l’accaparramento delle terre dei contadini dei sud del mondo da parte delle multinazionali dei paesi ricchi. Ralava Beboarimisa, del Collectif pour la défense des terres malgaches, spiega come in Madagascar «lo scorso anno, la multinazionale coreana Daewoo ha ottenuto dal governo la cessione in leasing per 99 anni di 1,3 milioni di ettari di terra, la metà della superficie agricola del paese. L’intenzione della compagnia era di impiantare monoculture di mais e alberi di palma per farne agrocombustibili e materie prime da importare in Corea. Accanto ad ogni città in Madagascar ci sono delle aree con le sepolture dei nostri antenati, che per noi sono sacre, dove svolgiamo le cerimonie religiose. Molte di queste aree sono nei terreni che la compagnia coreana vuole acquistare».

Il land grabbing era anche al centro della seconda giornata del vertice per la sicurezza alimentare: un giro d’affari, stimano gli esperti, da oltre 100 miliardi di euro e che interessa, secondo le stime dell’ong Grain, oltre 40 milioni di ettari di terra agricola, la metà dei quali in Africa. David Hallam, della Fao e Jean Philippe Audinet, dell’Ifad, hanno annunciato alla stampa che verrà redatto un Codice di condotta, che «partirà dalla necessità di individuare le ‘migliori pratiche’ per far sì che questi investimenti siano convenienti non solo per chi li fa, ma anche per chi vive in quei territori». Una misura apprezzata dal ministro dell’agricoltura italiano Luca Zaia, «vista la presenza imbarazzante della Cina che si sta comprando l’Africa. Come è stato sottolineato ieri da autorevoli interventi, stiamo passando di mano deserti che diventeranno giardini dell’Eden, quindi una doppia beffa. Ci deve quindi essere una carta etica rispetto agli acquisti internazionali».

Un parere lungi dall’essere condiviso da Ong e contadini, che denunciano un’iniziativa «pericolosa e già vista». «Ma che cosa potranno delle linee guida contro l’aggressione dell’agrobusiness? Già adesso ci stanno cacciando ogni giorno dalla nostra terra, ci uccidono se ci opponiamo. Noi indigeni siamo trattati come un cliché, folklore tipico, ma il nostro corpo è la terra, il nostro sangue è l’acqua eppure, nonostante convenzioni internazionali, impegni super-ufficiali moriamo nell’indifferenza generale», ha dichiarato Julia Marlene Konoquilca, nativa quechua del Perù, nella conferenza stampa dei movimenti contadini del Forum Parallelo al Vertice Fao sulla sicurezza alimentare in corso a Roma. Ieri il leader libico Gheddafi si era scagliato contro il «neocolonialismo», mentre oggi il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe ha affermato che non consentirà «l’alienazione di terra degli agricoltori indigeni da parte di una nuova classe di aspiranti proprietari importati, perché questo negherebbe la nostra politica delle terra centrata sul popolo e creerebbe nuovi aspri conflitti».

«Niente in questa corsa alle terre contadine – spiega Antonio Onorati, dell’ong Crocevia e portavoce della piattaforma internazionale sulla sovranità alimentare IPC riconosciuta dalla Fao come rappresentanza ‘istituzionale’ dei movimenti – avviene negli interessi delle comunità locali in Pakistan, Cambogia, Filippine, Madagascar, Kenya, Sudan, Etiopia o Mali, dove questo fenomeno ha innescato sanguinose rivolte per il cibo. Molti di questi paesi non possono nulla, perché di per sé insicuri a livello alimentare e generale. Nessuno tenti di farci credere che quello che sta succedendo è pensato o può essere per il vantaggio dei piccoli produttori, visto che li sta cacciando a milioni dalle loro terre ancestrali, trasformandoli in affamati senza terra. Tutto ciò non potrà che rendere la crisi più aggressiva di quello che è stata finora. Non è un’agricoltura che sfamerà le persone, visto che non lo sta facendo. La prova è sotto gli occhi di tutti: ogni ettaro di terra strappata alla protezione delle comunità locali è andata in monocolture, Ogm, e agrocombustibili. Prodotti che non si mangiano, o alla meglio fanno male», conclude Onorati.

Intanto, sono molte le perplessità sulla grande distanza tra parole e fatti. Anche perché, come sottolineano alcuni rappresentanti del forum della società civile, «la riforma della Fao è determinante per far sentire la nostra voce nell’ambito delle politiche agricole globali e consideriamo questa un’opportunità nuova. I segnali che riceviamo da questo vertice, però sono di segno opposto». Se la Dichiarazione finale del vertice pone l’agricoltura contadina di medio-piccola dimensione al centro della nuova agenda, «verifichiamo che i paesi donatori del G8 stanno continuando a portare avanti l’idea di riunirsi da soli per stabilire proprie priorità e impiegare così i 20 miliardi di dollari destinati all’agricoltura». Questo, denunciano, «è chiaramente un percorso parallelo a quello Fao».

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