Home Politica e Società La Costituzione più bella è quella scritta nel cuore

La Costituzione più bella è quella scritta nel cuore

di Susanna Tamaro
da www.corriere.it

Leggendo, nei giorni scorsi, la notizia e i commenti sull’inse­rimento » del nuo­vo corso di «Cittadinanza e Costituzione» nelle scuole di ogni ordine e grado, mi so­no trovata a fare alcune rifles­sioni. Nei miei anni di scuo­la si studiava educazione civica, materia in realtà alquanto negletta anche dagli insegnanti che il più delle volte preferivano assorbirla nelle mate­rie più importanti — italiano, storia, latino — sempre in affanno sui tempi nel programma. Non conosco dunque la Costituzione, e confesso di non averla mai letta neppure in seguito, mal­grado ciò mi considero una persona che conti­nua, nonostante le vicende pietose che ci circon­dano e ci avviliscono, a rispettare le leggi dello Stato, a credere nell’importanza del bene comu­ne e ad amare il mio Paese, pur rattristata dalla vergogna a cui tutti i cittadini per bene — che sono, per fortuna, la maggioranza — vengono sottoposti da una classe politica il cui primo trat­to, al di là delle parti, sembra essere quello del­l’immaturità.

Così non posso non chiedermi, quali sono le cose che concorrono davvero, nell’educazione, a fare di un bambino un essere capace del vivere civile? Sono forse la grande quantità di corsi e di­scorsi che invadono da anni la scuola italiana — sulla tolleranza, sul multiculturalismo, su un ge­nerico irenismo, ed ora anche sulla Costituzione? Lo dubito, anzi ho la sensazione che tutta questa marea di ossessivo buonismo rischi di produrre effetti opposti. Per quale ragione si deve rispetta­re il diverso, si deve preferire sempre la pace, si deve essere buoni quando è piuttosto evidente che il mondo è dei violenti e che la corruzione paga molto più dell’onestà? Ci salverà forse la co­noscenza degli articoli della Costituzione da que­sto degrado? Credo che tutti questi corsi non sia­no molto diversi delle guarnizioni di una torta di gesso esposta nella vetrina di una pasticceria. Ci sono ciliegine, canditi, panna montata, tutto sem­bra molto appetitoso ma in realtà, sotto quella torta, c’è solo una vuota anima di cartone.

Forse bisogna tornare a considerare il fatto che l’educazione ha bisogno soprattutto di due qualità: di semplicità e di coerenza. La semplici­tà è la Cenerentola di tutte le teorie educative par­torite negli ultimi decenni dai pedagoghi; come le sorelle della fiaba, l’hanno rinchiusa in un sot­toscala e da lì si guardando bene di farla uscire. La semplicità è guardare in faccia la natura del­l’uomo e capire di cosa ha bisogno, questa natu­ra, per crescere il più possibile armoniosamente. La semplicità è fare capire che la vita è, prima di tutto, politically incorrect e che essere uomini vuol dire sapersi rapportare con la conflittualità e la contraddittorietà dei nostri giorni nei quali non sempre sventola l’iridata bandiera della pa­ce. In qualsiasi campo si operi, la via semplice è sempre la più difficile perché ci lascia inermi, sforbiciando via tutto ciò che non è essenziale, tutto ciò che allontana dal cuore del problema. La patina di buonismo, del politically correct, evita di mettere a fuoco ciò che è più importante, e cioè che il male è dentro di noi, è una della no­stre possibilità e che, per crescere, dobbiamo de­cidere in che modo rapportarci ad esso.

Si tratta di una scelta individuale che è in stret­ta relazione con l’idea di coscienza. E la coscien­za conduce a quel nucleo misterioso dell’uomo che lo rende essere capace di libertà. È questo che ci differenzia dalle scimmie antropomorfe, con le quali pur condividiamo una gran quantità di codici etologici. Entrambi abbiamo impressi nei nostri geni i comportamenti che ci consento­no di creare una comunità stabile e di mutua assi­stenza, con la differenza che, da loro, comanda il maschio adulto e più abile nel tenere insieme il gruppo mentre da noi, purtroppo, anzianità di anni e saggezza di governo non vanno sempre di pari passo.

Crescere vuol dire saper scegliere e sapere che, scegliendo, si rinuncia a qualcosa. Ma sono proprio quelle rinunce a costruire l’impalcatura solida della vita. In un mondo bulimico che sem­pre più prospetta l’esistere come una corsa con­vulsa in cui afferrare più cose e più occasioni pos­sibili, in cui ci viene proposto di essere tutto e il contrario di tutto, e che questo sia conciliabile, il discorso della scelta diventa quanto mai necessa­rio. La scelta, naturalmente, richiede l’entrata in campo di un’altra grande derelitta di questi tem­pi, la volontà. È la volontà che ci permette di sce­gliere, che ci permette di costruire e di dare un senso preciso ai nostri giorni. Senza esercizio del­la volontà, la nostra vita diventa qualcosa di non molto diverso da quella degli oggetti di plastica che cadono nei fiumi e vengono trascinati dalla corrente fino ad arenarsi in un’ansa.

È vero, viviamo in tempi complessi, tempi in cui avvengono mutazioni di portata straordina­ria e queste mutazioni ci intimoriscono, ci fanno temere che le vie usuali dell’educazione non sia­no più in grado di creare gli uomini di domani. Ed è forse proprio questo timore a far proliferare sistemi educativi sempre più farraginosi e astru­si, sempre più omologanti, volti a inseguire il nuovo, qualunque esso sia. Quest’ansia, però, ci fa dimenticare che la natura profonda dell’uomo è sempre la stessa e che costruire senza aver pri­ma fissato le fondamenta dell’etica vuol dire in­nalzare possenti edifici sulla sabbia.

Ricordo una serata trascorsa con un bambino di sette anni. Tra un discorso sui Gormiti e uno sugli Invincibili, non ricordo come, ci siamo tro­vati a parlare del bene e del male e del senso che essi avevano nelle nostre vite. Scegliere il bene vuol dire scegliere la vita, gli ho detto, co­struire un mondo in cui le persone imparano, anche sbagliando, a volersi bene, scegliere il ma­le vuol dire invece scegliere la morte, scegliere la menzogna che si insinua nei giorni, falsifican­do i rapporti e trasformando l’amore nel ghigno di una maschera. «Io voglio essere buono. Che cosa devo fare?» mi ha chiesto a un certo punto. Ci siamo seduti allora sul divano e abbiamo ra­gionato a lungo su tutto ciò che, nella sua vita di bambino, portava al male o al bene. «C’è una voce dentro di te», gli ho detto. «E questa voce ti dice quello che è giusto e quello che è sbaglia­to. Tu devi imparare solo ad ascoltarla». A quel punto lui, altrimenti iperattivo, si è sdraiato, ha chiuso gli occhi e, con un sorriso beato, ha det­to: «Questo per me è un momento bellissimo» e si è addormentato. Sì, è davvero un momento bellissimo per i bambini capire che il bene e il male sono in noi e che, in noi, c’è sempre la vo­ce della coscienza ed è questa voce che ci spin­ge a scegliere.

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