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L’ombra di New Dheli su Kabul

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Mentre l’amministrazione Obama si appresta ad annunciare l’invio di decine di migliaia di nuovi soldati in Afghanistan, la strategia americana deve fare i conti con un’ulteriore complicazione: la crescente influenza dell’India nel paese occupato dalle forze NATO all’indomani dell’11 settembre. L’ascendente di Nuova Delhi sul fragile stato afgano rischia infatti di inasprire le tensioni nella regione e di creare non pochi grattacapi agli Stati Uniti, impegnati a convincere il Pakistan – rivale storico dell’India – ad intensificare gli sforzi per combattere i talebani sul proprio territorio e contribuire così a stabilizzare un governo che Islamabad considera irrimediabilmente filo-indiano.

Fin dall’invasione dell’Afghanistan, l’India ha giocato un ruolo di primo piano nelle vicende di questo paese, fornendo innanzitutto un supporto decisivo agli americani in termini d’intelligence e favorendo i contatti con l’Alleanza del Nord anti-talebana. Scorgendo nell’occupazione afgana un’occasione unica per minare l’influenza del Pakistan in Afghanistan e promuovere i propri interessi geopolitici in un’area strategica del continente, l’India ha così progressivamente accresciuto la propria presenza. A tutt’oggi, Nuova Delhi ha investito 1,2 miliardi di dollari nella costruzione d’infrastrutture in Afghanistan, mentre oltre 4 mila cittadini indiani vi lavorano regolarmente nell’ambito delle costruzioni e della sicurezza.

Ulteriori progetti per la realizzazione di arterie stradali che collegano Iran, Afghanistan e India, tagliando fuori il Pakistan, minacciano di gettare ulteriore benzina sul fuoco nelle relazioni tra i vari paesi dell’area. Islamabad teme precisamente un accerchiamento e di veder ridotto il proprio ruolo di primo partner commerciale con l’Afghanistan, la cui quota di commercio estero è scambiato per oltre un terzo proprio con Islamabad. A ciò si aggiunga poi il dispiegamento di quasi 500 uomini delle forze di polizia indiane in territorio afgano, una presenza scaturita dal rapimento e l’uccisione di un ingegnere indiano da parte dei Talebani nel 2006.

L’intraprendenza indiana pone però un dilemma strategico agli Stati Uniti. Se Washington da un lato ha da tempo intrapreso un percorso di avvicinamento all’India in funzione di contenimento della Cina e, anche per questo, vede teoricamente di buon occhio un relativo coinvolgimento della più grande democrazia del pianeta in Afghanistan, dall’altro si trova costretta a muoversi con i piedi di piombo per non suscitare la reazione del Pakistan. Da questo paese dipendono infatti in buona parte le sorti della guerra al terrorismo che si consuma senza prospettive da otto anni a questa parte. Una nuova escalation del conflitto tra India e Pakistan è quindi quanto di peggio l’amministrazione Obama si possa augurare in questo momento.

Forse anche per questo le relazioni tra USA e India hanno fatto segnare un lieve raffreddamento con il cambio della guardia alla Casa Bianca. Mentre George W. Bush aveva promosso senza riserve l’ascensione dell’India a potenza planetaria – senza precedenti è stato, ad esempio, l’accordo sul nucleare nonostante Nuova Delhi non abbia mai firmato il Trattato di Non-Proliferazione – tra i due paesi si sono registrati alcuni attriti a partire da quest’anno. Già durante la sua campagna elettorale del 2008 d’altra parte, Obama aveva irritato il governo indiano quando aveva assicurato il contributo americano alla risoluzione del conflitto in Kashmir nell’eventualità di una collaborazione del Pakistan nella lotta contro Talebani e Al-Qaeda al confine con l’Afghanistan.

Allo stesso modo, in India non si guarda con favore agli sforzi di Obama per spingere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad adottare una risoluzione che inviti tutti i governi del pianeta a firmare il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT) e quello di Bando Complessivo dei Test Nucleari (CTBT). Entrambi i trattati secondo Nuova Delhi sono discriminatori e potrebbero mettere a rischio il proprio arsenale nucleare. Identici malumori stanno inoltre suscitando tra la classe politica e militare indiana le ipotesi avanzate da più parti negli Stati Uniti per coinvolgere una parte dei ribelli talebani in colloqui di pace con il governo di Karzai. Un’evoluzione che l’India – la quale non aveva mai riconosciuto il governo talebano salito al potere nel 1996 – vedrebbe inevitabilmente come un aumento dell’influenza pakistana a Kabul.

L’India d’altronde ha sempre indirizzato pesanti accuse nei confronti del Pakistan per un’indebita intromissione negli affari afgani. Non solo la presa del potere da parte dei Talebani a metà degli anni Novanta era stata appoggiata da Islamabad (e dagli USA), ma anche le attività del movimento fondamentalista sunnita fino a tempi più recenti hanno avuto il sostegno più o meno esplicito del potente servizio segreto pakistano (ISI), sempre in funzione anti-indiana. Nuova Delhi, così, non ha esitato ad accusare l’intelligence pakistana per il presunto coinvolgimento nei due attentati che hanno colpito la sua ambasciata a Kabul nel luglio del 2008 e lo scorso ottobre. Da parte sua Islamabad continua al contrario a lamentarsi dell’ingerenza indiana in Afghanistan e del sostegno offerto dal suo grande rivale al movimento separatista della provincia pakistana del Belucistan.

Nonostante le resistenze di Washington, da più parti in India si chiede da tempo una maggiore presenza anche militare in Afghanistan. I pochi soldati indiani attualmente presenti in territorio afgano si occupano infatti esclusivamente dell’addestramento delle truppe locali e partecipano a progetti umanitari. Un coinvolgimento militare più profondo nella lotta all’integralismo islamico, secondo la prospettiva di Nuova Delhi, determinerebbe effetti benefici allontanando il terreno del confronto con il Pakistan dal Kashmir e dalle città indiane all’Afghanistan occupato. Uno scenario realizzabile tuttavia solo con il consenso di una Casa Bianca ancora riluttante e che verrà certamente discusso nel corso dell’imminente visita del Primo Ministro Manmohan Singh nella capitale americana.

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