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Ascarismo italiota e patriottismo di liberazione

di Redazione
da www.rivistaindipendenza.org

Il premio Nobel per la pace, il presidente USA Barack Obama, annuncia la «new strategy» (imperiale) degli Stati Uniti in Afghanistan: prima una dichiarazione-immagine (ritiro entro luglio 2011) poi la sostanza (comprare i capi e clan taliban e, soprattutto, incremento delle truppe con 30mila uomini).

Al Corriere della Sera, il ministro della Difesa Ignazio La Russa dice che l’Italia invierà circa 1.000 soldati(/ascari) per sostenere gli USA. «Finora, gli americani pensavano che prima si dovesse mettere in sicurezza un’area e poi avviare la ricostruzione. Ora si sono convinti che le due operazioni devono marciare insieme (…). C’è da parte nostra la condivisione del piano ed è cambiato l’atteggiamento americano: non siamo più esecutori ma partecipi di un’operazione comune».

Insomma, da «esecutori» ascari a «partecipi» ascari. Muta la forma delle parole, non la sostanza dei fatti. La Russa ammette una subalternità dell’Italia che deve molto far riflettere sulla condizione di sudditanza di questo paese. La politica estera è sempre la punta di un iceberg, la spia dello status interno di ogni paese.

Il capo del Pentagono, Robert Gates, ha detto di sperare in un incremento del numero delle truppe alleate in Afghanistan da 44 a 50mila uomini. Svariati analisti giudicano l’affermazione di Obama sul ritiro «rischiosa» e «irrealistica». Non si annuncia una data di ritiro ancora prima dell’inizio di una nuova fase di operazioni varata per ribaltare l’esito della guerra. E’ ovvio che l’idea del «ritiro» serve ad indorare la pillola oltre che propagandisticamente.

A parte gli esiti incerti (in termini militari, geopolitici e di perdite), vi sono costi pesanti che torneranno ad essere chiesti anche ai governi dei paesi alleati/subalterni, oltre che al contribuente americano. Obama ha ammesso che la nuova strategia sarà costosa e ai contribuenti americani ha già parlato, per il prossimo anno, di ulteriori 30 miliardi da rastrellare… Insomma, stessa politica e stesse parole di Bush.
I taliban hanno già risposto promettendo agli invasori sangue a fiumi.

La sudditanza politica della nostra nazione tocca anche le tasche. Con buona pace dei pesanti effetti della crisi americana in atto riverberatisi anche nel nostro paese, con i tagli e restrizioni sociali come da un paio di decenni, il Consiglio dei Ministri ha varato con quattro giorni di anticipo sulla scadenza la proroga trimestrale al 31 dicembre 2009 per le “missioni di pace” con uscite autorizzate che arriveranno a fine anno a 1 miliardo e 521 milioni di euro. In realtà, per le operazioni di “ascarismo militare all’estero” si arriva a quasi 2 miliardi e mezzo di euro compresi i “rilievi” denunciati dalla Corte dei Conti che risultano omessi nella contabilità. Il ministero per lo Sviluppo Economico e l’Industria ha contribuito nel 2008 a finanziare la Difesa per 1.8 miliardi, il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (e si continua a tagliare nella scuola…) ha contribuito per 1 miliardo.

Con i “rientri” di capitale dal gettito dello scudo fiscale, La Russa ha dichiarato che si prevede di incassare da Tremonti 1.1 miliardi dei 5 previsti con una destinazione di spesa di 480 milioni di euro per le “missioni di pace” del 2010 che vedranno un ulteriore aumento di militari italiani impegnati in Afghanistan. E si sa già che la spesa lieviterà ulteriormente. La Russa è stato esplicito: «Le illazioni, i numeri e le date apparse sui giornali sono tutte ipotesi (…). Quello che è sicuro è che guardiamo con grande attenzione alla richiesta che viene dalla NATO e dagli Stati Uniti». Insomma, pare si speri solo che Washington sia clemente nel non appesantire l’onere da pagare.

Non c’è opposizione reale, su “queste” problematiche reali, in Italia. Non ci sono più nemmeno i testimoniali cortei pacifisti di un tempo. Non c’è nemmeno quell’ “imperialismo italiano” che è solo servito a non guardare in faccia la realtà della condizione coloniale dell’Italia ed ha consentito di eludere il nodo decisivo di una questione nazionale irrisolta legata a doppio e triplo filo allo status dei rapporti sociali dominanti in questo paese.

Non emergono, dietro questo ascarismo militare italiota, ragioni politiche e nemmeno interessi finanziari, commerciali, industriali. Niente che possa almeno giustificare l’enormità delle risorse profuse e da profondere ancora, nemmeno autonomi interessi capitalistici interni contro cui scagliarsi. I ritorni, per quanto se ne sa, oscillano tra il modestissimo e l’inesistente.

Urge più che mai (e latita da troppi decenni) l’assunzione di una rivendicazione patriottica di liberazione in questo paese. E’ giunta l’ora di cominciare a muoversi significativamente in questa direzione.

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