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Torna la guerra preventiva?

di Luca Mazzucato
da www.altrenotizie.org

Bush se n’è andato ma la sua dottrina torna di moda alla Casa Bianca. L’ex-presidente americano andrà fiero dell’ultimo discorso di Barack Obama e della sua pesante escalation militare in Afghanistan. Nonostante la presenza di Al Qaeda sia stata debellata, gli USA nell’ultimo anno hanno raddoppiato le truppe, ufficialmente per “prevenire il ritorno di questo cancro” nel paese. Facendosi beffe non solo degli afghani, ma della stessa maggioranza di americani, contraria alla guerra.

Se lo scopo dell’occupazione militare dell’Afghanistan fosse stato debellare il network terrorista di Osama Bin Laden e i suoi campi di addestramento, Barack Obama potrebbe senz’altro proclamare “missione compiuta,” come fece Bush all’indomani dell’invasione irachena. Ma al contrario del tragicomico autogol di Bush allestito su una portaerei a San Diego, questa volta la missione è stata portata a termine con successo. Come ha confermato il generale James Jones, consigliere per la Sicurezza Nazionale, la presenza di Al Qaeda in Afghanistan “è stata ridotta a meno di cento combattenti, nessuna base, nessuna capacità di lanciare attacchi contro di noi e i nostri alleati.”

Se Al Qaeda è stata sconfitta, a cosa serve la colossale escalation militare che porterà il numero di truppe americane ad un totale di centomila unità? Obama ha fornito la nuova versione dei fatti: si resta in Afghanistan per prevenire il ritorno degli jihadisti. Bentornata guerra preventiva. Per quanto possa sembrare paradossale, questa è la nuova/vecchia strategia americana.

La commentatrice liberale americana Rachel Maddow ha fatto un breve esperimento mediatico in diretta su MSNBC, sovrapponendo i due discorsi tenuti a West Point da Obama questa settimana e da Bush nel 2002, all’indomani dell’invasione. Gli Stati Uniti non possono lasciare l’Afghanistan perché “se aspettassimo che le minacce si materializzino pienamente, avremmo atteso troppo a lungo. Dobbiamo portare l’attacco in campo nemico, scompaginare i suoi piani e confrontare le minacce più insidiose prima che vengano alla luce.” Parole di Barack Obama? No, si tratta di George W. Bush e della famosa dottrina sulla guerra preventiva che avrebbe portato da lì a un anno all’attacco all’Iraq. Chi pensava che quella dottrina fosse stata sepolta per sempre tra le aberrazioni della storia, si sbagliava di grosso.

Secondo Obama, l’escalation militare in Afghanistan servirà a creare una polizia e un esercito afghano e “nell’estate 2011 le truppe americane potranno cominciare il ritiro”, giusto in tempo per la campagna elettorale per le elezioni presidenziali dell’anno successivo (ma il Segretario alla Difesa Gates ha già corretto il tiro verso il 2013).

Tutto il Pentagono è schierato per l’aumento delle truppe, forte del successo della celebre “surge”, l’escalation che nel 2007 portò ad un definitivo miglioramento della situazione in Iraq. A Baghdad, la feroce guerra civile tra i diversi gruppi armati, sciiti contro sunniti e jihadisti contro tutti, causava ogni giorno decine di morti civili iracheni. La popolazione civile era stremata dalle tensioni etniche e dai continui attacchi dei militanti e dunque l’escalation americana, portando sicurezza in alcune zone del paese e ponendo fine alla carneficina, riuscì in parte a vincere il consenso della popolazione. Grazie soprattutto all’idea di mettere a libro paga i combattenti sunniti al prezzo di dieci dollari al giorno.

In Afghanistan, le truppe occidentali dovrebbero stanare e sconfiggere la resistenza talebana. Ma questi militanti non stanno orchestrando una guerra civile. I loro attacchi sono per lo più rivolti contro le forze di occupazione occidentali e contro le strutture del governo Karzai, considerate al soldo dell’esercito americano. Dunque un’operazione analoga alla “surge” irachena avrebbe l’effetto opposto di aumentare la violenza della guerra, non diminuirla. L’origine del conflitto in Afghanistan è la presenza stessa delle truppe straniere. La soluzione al conflitto, dunque, non è militare, ma politica: si tratta della “riappacificazione” tra Karzai e il Mullah Omar, voluta dallo stesso Karzai, che si è detto pronto ad aprire il dialogo con il capo della resistenza.

Il vero problema è il Pakistan: lì si sta combattendo la guerra sporca delle forze della CIA, che agiscono sotto copertura e bombardano incessantemente le zone al confine con l’Afghanistan usando i famigerati “droni,” velivoli senza pilota comandati elettronicamente. Le stragi di civili, causate dai droni americani, hanno fatto infuriare la popolazione pakistana, per la quale Osama Bin Laden è ormai molto più popolare dello stesso presidente pakistano. Ma per assicurarsi la stabilità in Pakistan, il Congresso USA ha letteralmente inondato il paese di soldi: sette miliardi e mezzo di dollari in cinque anni solo in aiuti civili, oltre ai 5,8 miliardi già regalati finora. Il 76% dei quali, secondo il Boston Globe, sono letteralmente spariti.

Ma se le truppe in Afghanistan non servono a sconfiggere i terroristi, e se per fermare la guerra con i talebani sono in arrivo dei negoziati tra Karzai e il Mullah Omar, allora a cosa servono questi centomila soldati americani? A chiederselo sono ormai la maggioranza degli americani. Il 55% della popolazione disapprova il modo in cui Obama sta gestendo la guerra (era solo il 34% in Marzo). Un’opposizione in aumento costante che rappresenta un ostacolo pesantissimo sul futuro politico del presidente, la cui popolarità è in caduta libera (dal 70% di quest’inverno è passata al 51%).

L’escalation in Afghanistan è off limits per la sinistra del partito democratico, già messa alle strette dalla battaglia sulla riforma sanitaria. Il risparmio di 26 miliardi di dollari derivante dal ritiro delle truppe dall’Iraq verrà spazzato via dall’aumento di 30 miliardi all’anno della nuova escalation. Portando così il bilancio militare americano per il prossimo anno a raggiungere l’ennesimo record di 774 miliardi di dollari. Le spese per la guerra aumentano a dismisura, togliendo linfa vitale al budget per il piano di stimolo occupazionale in discussione giovedì alla Casa Bianca. Si è tornati allo scontro “armi contro burro” in voga tra i democratici durante la guerra del Vietnam.

Il parallelo con la guerra del Vietnam offre probabilmente l’unica chiara chiave di lettura di questa escalation militare. Secondo Tom Engelhardt della rivista liberale The Nation, Obama si è trasformato da “comandante in capo” a “comandato in capo”, piegando il capo di fronte alle richieste insubordinate dei suoi generali, che da mesi chiedevano un’escalation in stile Vietnam.

La situazione in cui si trova Obama è molto simile a quella in cui si trovò il presidente democratico Lyndon Johnson nel 1964. Con una situazione drammatica in patria, mentre preparava la prima grande riforma sanitaria (proprio come Obama ora) e le leggi per i diritti civili, LBJ decise la massiccia escalation militare che portò dopo molti anni ad una rovinosa sconfitta, con tre milioni di morti vientnamiti e sessantamila morti americani.

“Non penso che valga la pena combattere questa guerra e non penso che riusciremo a venirne fuori. È il più grande dannato casino che abbia mai visto,” diceva LBJ, mentre con l’altra mano firmava l’ordine di aumento delle truppe. Ritirarsi avrebbe provocato “l’effetto domino,” la caduta nelle mani dei comunisti di tutti i paesi confinanti. Pericolo rosso ieri, guerra al terrore oggi, cambia il pretesto ma non il risultato. Per non apparire “debole sulla sicurezza”, Barack Obama ha fatto sua la guerra in Afghanistan fin dalla campagna elettorale e, con questa escalation, vuole raggiungere un seppur minimo risultato che gli permetta di “ritirarsi con onore” fra qualche anno.

L’inquietante parallelo con la guerra in Vietnam viene richi
amato quotidianamente sui media americani e senza dubbio entrerà a far parte del discorso politico nei prossimi anni. Persino il Nobel per la pace ad Obama ricorda sinistramente quello conferito ad Henry Kissinger nel 1973, dopo una conferenza di pace che certamente non pose fine alla guerra e nonostante il suo ruolo cruciale nel colpo di Stato in Cile e nel bombardamento della Cambogia. Rimane una magra consolazione: pensate a quante più truppe avrebbe spedito Barack Obama a Kabul se non gli avessero dato il Nobel per la Pace!

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Soldi e soldati per Kabul
di Michele Paris

Dopo tre mesi di incertezze e ripensamenti, Barack Obama ha alla fine ceduto alle richieste dei vertici militari americani dando il via libera all’invio di 30.000 soldati da impiegare in Afghanistan entro la metà del prossimo anno. La decisione definitiva è stata annunciata in diretta televisiva dal presidente presso l’Accademia Militare di West Point di fronte ad un pubblico di 4.000 cadetti, molti dei quali destinati a morire in territorio afgano nei prossimi mesi. Nonostante il richiamo a quell’unità che gli Stati Uniti avevano dimostrato all’indomani dell’11 settembre, il discorso dell’inquilino della Casa Bianca è sembrato estremamente contraddittorio, rivelando le profonde divisioni all’interno dell’establishment politico e tra gli stessi cittadini americani su un conflitto che appare ormai a molti senza via d’uscita.

Dopo otto anni di conflitto, oltre 900 soldati americani deceduti e più di 200 miliardi di dollari spesi, la sfida di Obama per rovesciare in Afghanistan una tendenza che ha visto il crescente controllo del paese da parte dei ribelli talebani, porta con sé non pochi rischi. L’appoggio ad un governo profondamente corrotto e screditato come quello di Karzai, l’intensificarsi delle azioni militari che inevitabilmente produrranno migliaia di ulteriori perdite tra la popolazione civile e l’inasprimento delle tensioni nel continente asiatico in seguito alla maggiore presenza americana, difficilmente si tradurranno da qui a un paio d’anni in risultati concreti. E le conseguenze politiche del prevedibile fallimento finiranno per pesare come un macigno sulle prospettive di Obama nelle elezioni presidenziali del 2012.

La promessa di nuove truppe che dovrebbero essere integrate dai contingenti di alcuni paesi europei – Italia compresa – è stata accompagnata dall’annuncio di un impegno per una “exit strategy”, il cui inizio è stato inverosimilmente fissato per la metà del 2011. La contemporanea espansione del coinvolgimento americano e il profilarsi di una fine della guerra, sia pure vincolata alle condizioni sul campo, riflette la necessità di Obama di districarsi tra lo scetticismo, da un lato, di una buona fetta dei parlamentari democratici e dell’opinione pubblica e il desiderio, dall’altro, dei militari e di un’opposizione repubblicana che sarà probabilmente decisiva in vista della prossima approvazione al Congresso dei fondi necessari all’escalation.

Il prolungamento dell’impegno militare americano costerà circa 30 miliardi di dollari solo nel prossimo anno e le risorse economiche per sostenerne il costo dovranno uscire da un dibattito parlamentare che si annuncia teso. Se i repubblicani – in gran parte entusiasti per l’invio di nuove forze ma delusi dalla scadenza fissata per il disimpegno militare – saranno pronti a rimediare a defezioni tra le file della maggioranza, già si sono detti contrari ad appoggiare una tassa aggiuntiva sui redditi proposta dai democratici per continuare a finanziare la guerra.

Dopo le delusioni incassate negli ultimi mesi, lo sconforto tra la sinistra del partito di governo e l’elettorato liberal è così aumentato ulteriormente all’indomani dell’annuncio di una strategia che molto ricorda quella avviata dall’allora presidente Bush nel 2007 per invertire le sorti del conflitto in Iraq, alla quale Obama si oppose. Come il cosiddetto “surge” iracheno, dicono dalla Casa Bianca, il piano stabilito per Kabul prevede la (ri)costruzione dell’esercito afgano e delle forze di polizia locali che dovrebbero farsi carico in futuro della sicurezza interna. A differenza di quanto avvenuto in Iraq, tuttavia, l’aiuto fornito all’Afghanistan sarà vincolato a determinati traguardi che il governo di Karzai dovrà raggiungere. Meno chiare sono però le conseguenze alle quali quest’ultimo andrà incontro in caso di mancato adempimento degli obblighi stabiliti da Washington.

Altro punto fondamentale della strategia americana sarà il Pakistan, da dove si teme un’uscita di scena troppo rapida degli Stati Uniti dall’Afghanistan, ma allo stesso tempo viene visto con timore un aumento delle forze occupanti nel paese confinante per possibili nuove ripercussioni interne. Per quanto Obama non abbia definito in maniera esplicita la posizione degli USA nei confronti di Islamabad, pare che già ci sia l’OK della Casa Bianca ad una maggiore presenza della CIA in questo paese e per un aumento delle incursioni dei droni che hanno causato centinaia di vittime civili negli ultimi anni ed alimentato un diffusissimo sentimento anti-americano.

Con la presenza in Afghanistan di militanti di Al-Qaeda ridotta, per stessa ammissione del Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Obama, Generale James L. Jones, a un centinaio di uomini, il pantano afgano a otto anni dall’invasione dimostra allora, e in maniera sempre più evidente, il carattere imperialista di un conflitto combattuto ormai contro la volontà della maggioranza delle popolazioni americana ed europea (per non parlare di quella afgana).

La decisione, che minaccia di avere conseguenze rovinose, oltre che per le condizioni di vita delle popolazioni locali e le sorti dei soldati impegnati, per le stesse prospettive dell’intera presidenza Obama, condurrà fatalmente ad un coinvolgimento americano della durata indefinita e dagli effetti destabilizzanti. Un’occupazione senza alcuna fine in vista e asservita unicamente ad assicurare a Washington una posizione dominante in un’area del pianeta ricca di risorse naturali e strategicamente fondamentale per controbilanciare la crescente influenza di altre potenze come Cina, India, Russia e Iran.

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