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Mai più soli

di Stella Spinelli
da www.peacereporter.net

La Dichiarazione finale della II Conferenza mondiale di revisione della Convenzione di Ottawa si pone due obiettivi: più attenzione alle vittime delle mine e un mondo libero dal micidiale ordigno
Più attenzione e appoggio alle vittime delle mine antiuomo. Questo il cuore della Dichiarazione di Cartagena de Indias, dal nome della splendida cittadina colombiana affacciata sui Caraibi, che ha ospitato la II Conferenza mondiale di revisione del Trattato di Ottawa. Ognuno dei 156 stati firmatari dell’accordo, che mette al bando i micidiali ordigni, ha siglato il documento finale dopo 4 giorni di un summit che ha visto mea culpa, buone nuove, nuovi propositi e proposte shock.

Al centro dei lavori, dunque, le storie di chi ha subito il dramma delle mine sulla propria pelle, e il grande difficile proposito di universalizzare quel Trattato nato nel 1997 e in vigore dal ’99, ma che ancora vede fuori 39 paesi, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina e Cuba. Di qui il mea culpa che ha serpeggiato in ogni dichiarazione uffiaciale. Nessuno si è tirato indietro nell’ammettere che la Convenzione non è stata capace di aiutare chi vive ogni giorno con questa minaccia di morte.
“Ribadiamo il nostro compromesso a porre fine alle sofferenze provocate dalle mine antiuomo e a fare del mondo un luogo libero da mine. Siamo convinti che ci riusciremo”, recita il documento ufficiale. Buoni propositi, dunque, ma anche traguardi già raggiunti.

Negli ultimi dieci anni sono state distrutti 42 milioni di ordigni, che equivalgono a 42 milioni di minacce di morte o mutilazioni in meno. Esempio concreto il Ruanda, primo Stato al mondo a essere stato liberato dalle mine. Dopo le centinaia di vittime cadute su questi micidiali ordigni nella guerra civile che lo ha martoriato tra il 1990 e il 1994, l’esercito di Kigali, settemila uomini addestrati a dovere e guidati da esperti sminatori, sembra aver compiuto la missione. A confermarlo è Ben Remfrey, del Mines Awareness Trust, che ha verificato il lavoro e conferito il primato.

Ma non ci sono solo successi. Oltre ai 39 Stati che ufficialmente intendono continuare a produrre, vendere e usare le mine, ci sono anche i gruppi guerriglieri. Guardando al 2008, a usare mine sono stati infatti l’esercito nazionale russo, quello birmano, le Tigri Tamil e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). I guerriglieri, pur riconoscendo la pericolosità di bombe che colpiscono indistintamente militari e civili perché restano sotto terra e in balia del fato, rivendicano la necessità di usarle perché armi a basso costo.

“In guerra ci tocca applicare tutto quello che ci permette di difenderci. Quindi usiamo anche le mine. Le costruiamo da soli. Sono economiche. Sono l’arma dei poveri. Ed è anche vero che ogni tanto capita che qualche civile venga ferito. Ma si tratta sempre di incidenti. Certo non è molto etico, ma sbagliano le bombe intelligenti del ricco impero della guerra, può sbagliare un contadino-guerrigliero che deve difendersi per sopravvivere.

E comunque, non si può generalizzare. Si devono analizzare i singoli contesti prima di giudicare. Noi raccogliamo sempre i nostri ordigni inesplosi. La nostra casa è la selva. Se ogni volta che abbiamo teso una trappola al nemico minando una zona avessimo lasciato le bombe inesplose, adesso saremmo in gabbia. E poi l’esplosivo costa, non possiamo permetterci di sprecarlo”, aveva raccontato a PeaceReporter il capo Farc Pastor Alape.

E le mine continuano a uccidere. La Colombia ha ormai il record per maggior numero di vittime da mina antiuomo al mondo. E per questo è stata scelta per ospitare la Conferenza, la quale ha riservato la giornata di chiusura a toccare con mano cosa significhi trascorrere una vita minata, accompagnando i rappresentanti dei 156 paesi firmatari in una delle zone colombiane più colpite, il Bolivar, ma che vanta una zona che è appena stata completamente sminata.
Ma se le Farc non intendono cedere, un messaggio di speranza è arrivato dall’Esercito di liberazione nazionale, il secondo gruppo guerrigliero del paese, che si è impegnato a ridurne drasticamente l’uso.

Ad attirare l’attenzione, in mezzo a tanti interventi, è stata la proposta schok di Junaes, il popolare cantante ideatore del concertone Pace senza frontiere che da due anni si tiene nelle zone più calde del continente americano: prima al confine colombo-venezuelano e quest’anno a Cuba. “Chiedo alla guerriglia di deporre le armi e al governo di legalizzare la droga”, ha gridato senza mezzi termini, spiegando lo stretto legame tra guerra e narcotraffico e sottolineando l’inutilità dell’uso della forza tra le parti.

“Riaffermiamo – conclude la Dichiarazione di Cartagena – che il nostro obiettivo è impedire, attraverso la bonifica di tutti i campi minati e la distruzione di ogni singola mina, che si debba contare un’altra sola vittima”. Parole sante, già pronunciate però dieci anni fa, quando venne fissato appunto il 2009 come il limite massimo in cui varcare il traguardo finale, che è ancora così tanto lontano.

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