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Clima, i protagonisti e gli impegni

di AprileOnline

Saranno 98 i leader mondiali che a partire da lunedì 7 dicembre si riuniranno a Copenhagen per la Cop15, la Conferenza delle parti contraenti il Protocollo di Kyoto, per deciderne il ‘seguito’, cioè il trattato che dopo il 2012 dovrà incarnare l’impegno globale contro i mutamenti climatici. Quella che vi presentiamo è, sotto forma di scheda, una ricognizione – ad oggi- delle posizioni dei principali paesi al tavolo delle trattative

CINA: ormai in testa alla classifica come primo inquinatore del pianeta, la Cina si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra per punto di Pil (la cosiddetta intensità carbonica) tra il 40 e il 45% entro il 2020 e rispetto al 2005. Quella decisa da Pechino è un’azione volontaria presa dal governo cinese sulla base delle sue condizioni nazionali ed è definito “un contributo importante allo sforzo globale nell’affrontare il cambiamento climatico”. La Cina di fatto raddoppia l’impegno di riduzione delle emissioni: tra il 2006 e il 2010 si era infatti impegnata a ridurre l’intensità carbonica del 20%. Il premier cinese Wen Jiabao guiderà la delegazione cinese a Copenhagen. La sua presenza, dicono da Pechino, “dimostra la grande importanza che il governo cinese dà al cambio climatico e la sua volontà politica di lavorare con la comunità internazionale su questo tema”. E aggiungono che la Cina si attende dal vertice “un accordo equo e ragionevole” con negoziati che rispettino il principio delle “responsabilità differenziate” tra paesi ricchi ed economie emergenti.

USA: surclassata da Pechino e ormai secondo inquinatore mondiale, Washington offre un taglio del 17% delle emissioni di gas serra al 2020 e del 42% al 2030 rispetto al 2005. Però, facendo due conti e prendendo il 1990 come anno di riferimento, la riduzione è del 4% nel 2020 e del 33% nel 2030. La proposta del 17% vale quella varata dalla Camera dei Rappresentanti nel giugno scorso ed è molto inferiore ai livelli del Protocollo di Kyoto che prendeva come riferimento le emissioni del 1990. Si prevede comunque che la riduzione delle emissioni salga al 30% entro il 2025, al 42% entro il 2030 e all’83% nel lungo periodo, cioè entro il 2050.
Barack Obama ha annunciato che sarà in Danimarca il 9 dicembre, il giorno prima di ricevere il premio Nobel per la Pace a Oslo. Con il presidente Usa a Copenaghen ci saranno anche almeno sei o sette membri del governo, misura dell’importanza assegnata dall’amministrazione all’incontro.

INDIA: il ministro dell’Ambiente e delle foreste indiano Jairam Ramesh ha annunciato che il paese ridurrà del 20-25% rispetto al livello 2005 il rapporto tra emissioni e Pil (l’intensità carbonica, l’ammontare di emissioni a effetto serra per unità di Pil) entro il 2020. Gli obiettivi indiani di riduzione dei gas serra varranno solo sul piano interno e non saranno giuridicamente vincolanti. Il piano ha ricevuto il sostegno della Cina.

UE: si è impegnata unilateralmente a dicembre 2008 per ridurre le emissioni del 20% al 2020 rispetto al 1990, una percentuale che potrebbe portare al 30% in caso di accordo internazionale ambizioso. L’Ue è pronta “a mettere sul tavolo il 30% di riduzione” di gas a effetto serra, “ma solo se ci sono impegni significativi dei paesi sviluppati e contributi adeguati da parte dei paesi in via di sviluppo”, ribadisce il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, altrimenti, l’Ue si limiterà ad attuare il proprio obiettivo unilaterale di riduzione delle emissioni del 20%, già adottato l’anno scorso col ‘pacchetto’ sul clima.
Stavros Dimas, attuale commissario all’Ambiente, sostenuto da alcuni Stati membri (Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Slovenia e la Germania ‘non contraria’) ha proposto che l’obiettivo -30% non sia legato a quanto faranno gli altri paesi, mettendolo sul tavolo dei negoziati unilateramente.

GIAPPONE: Tokyo ha proposto di ridurre le emissioni del 25% nel 2002 rispetto al 1990, ma solo in caso di “accordo molto ambizioso con la partecipazione di tutti i principali paesi” con “obiettivi precisi di riduzione dei gas ad effetto serra per i paesi sviluppati e misure di diminuzione per i paesi in via di sviluppo, accompagnate da un sostegno finanziario, così come dovrebbero essere previste le tappe del percorso e una data limite per l’adozione di un accordo legalmente vincolante”. Per onorare “uno dei maggiori contributi mai dati dal Giappone sul piano internazionale”, il Governo pensa a obblighi legali per il settore industriale e ad un’imposta sulle energie fossili.

MESSICO: “Se Copenhagen fallirà l’obiettivo, e il Messico sarà scelto come ospite per il 2010, potrebbe essere il luogo dove verrà presa la decisione”, ha detto il ministro dell’Ambiente messicano, Juan Rafael Elvira Quesada. Intanto, il paese proporrà a Copenhagen di ridurre le emissioni del 50% nel 2050, ma solo se con tecnologie e dei finanziamenti adeguati. La candidatura del Messico poggia sulla proposta del presidente Felipe Calderon, di un piano ‘green fund’ che prevede che le nazioni ricche creino un fondo di 10 miliardi di dollari gestito dalla Banca mondiale che finanzi i paesi in via di sviluppo in base alle riduzioni di CO2 che realizzeranno.

CANADA: ha nelle intenzioni di ridurre le emissioni del 20% nel 2020 rispetto al 1990. Il Parlamento canadese ha votato una mozione che invita il governo di Stephen Harper a essere molto più coraggioso puntando al meno 25% nel 2020 rispetto ai valori del 1990, ma il primo ministro ha ribadito che il Canada si impegnerà alla riduzione delle emissioni inquinanti, senza però alcun vincolo messo nero su bianco.

RUSSIA: non ha assunto impegni ma, dicono dalla Commissione Ue, sarebbe pronta ad un taglio dell’anidride carbonica tra il 20 e il 25% nel 2020 con il 1990 come anno-base di riferimento. Viene da più parti sollevata la critica che, assumendo il 1990 come riferimento, la Russia possa avvantaggiarsi delle rilevanti emissioni in capo a industrie sovietiche che in quell’anno erano ancora attive e che oggi non esistono più.

AUSTRALIA: il Parlamento ha bocciato per la seconda volta la proposta del governo per una riduzione delle emissioni tra il 5 e il 25% nel 2020 rispetto al 2000. Stoppato un elemento chiave del programma politico del governo laburista del premier Kevin Rudd.
Se fosse stata approvata, la norma avrebbe reso l’Australia una delle prime nazioni con un sistema di commercio delle emissioni simile all’Ets europeo.

NUOVA ZELANDA: riduzione tra il 10 e il 20% delle emissioni entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, impegno da verificare alla luce dei risultati di Copenhagen. Il 25 novembre il parlamento neozelandese ha approvato, con diversi emendamenti, la legge per ridurre le emissioni di gas serra e che realizza il secondo ‘emission trading plan’ al mondo dopo l’Ets Ue.

BRASILE: il presidente Luis Inacio Lula da Silva fa sapere che a Copenhagen “non raggiungeremo l’accordo dei nostri sogni”, ma il governo prenderà “l’impegno volontario” di ridurre tra il 36 e il 39% le emissioni previste nel 2020, grazie soprattutto ai maggiori sforzi contro la deforestazione dell’Amazzonia. Se le emissioni dei paesi industrializzati dipendono dalla combustione di carburanti fossili, nel caso del Brasile l’aumento è legato al cambio di uso del suolo, in altre parole la deforestazione per uso agricolo. Il governo brasiliano andrà al tavolo del vertice di Copenaghen con una proposta di ridurre le emissioni di gas serra a 1,7 miliardi di tonnellate nel 2020 rispetto ai 2,2 miliardi dei 2005. Le emissioni del Brasile sono cresciute del 62% nel 2005 rispetto al livello 1990 (a 1,36 miliardi di tonnellate), con un ritmo di crescita maggiore di quello globale (+41%).

INDONESIA: cercherà di ridurre le proprie emissioni del 26% nel 2020 rispetto a quelle oggi previste. Per riuscirci l’impegno sarà soprattutto nel segno della lotta alla deforestazione, come ha detto il presidente Susilo Bambang Yudhoyono.

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