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Per non dimenticare Bhopal

di Alessandro Iacuelli
da www.altrenotizie.org

Morirono in tanti, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, 25 anni fa, a Bhopal. Così tanti che ci sono anche versioni discordanti sul numero di decessi. Quaranta tonnellate di isocianato di metile, prodotto dal locale stabilimento della Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi, situata nel cuore della città di Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, furono rilasciate all’esterno, dopo l’esplosione di un serbatoio.

Il rilascio di isocianato di metile, iniziato poco dopo la mezzanotte del 2 dicembre 1984, uccise 754 persone, ma fonti non ufficiali ne stimano più di 10.000, avvelenandone da 150.000 a 600.000; nel novembre 2004 gli investigatori della BBC confermarono che la contaminazione era ancora attiva. Ed è attiva ancora oggi, quando le proteste in India e in tutto il mondo per il 25° anniversario della strage fanno notare che il sito non è stato ancora decontaminato e fa nuove vittime.

La produzione dell’impianto aveva subito fortemente la crisi della chimica del 1982. Fino al punto in cui, nell’estate ’83, la Union Carbide sospese la produzione in previsione della definitiva chiusura dell’impianto per poi trasferirlo in altri paesi. Sessantatre tonnellate di isocianato di metile restarono stivate come scorta nei tre serbatoi sottoterra. Nell’autunno del 1983 gli impianti di sicurezza vennero disattivati: sospesa la produzione, la direzione della multinazionale non aveva alcuna intenzione di spendere denaro per mantenere in esercizio i sistemi di sicurezza. Anche la manutenzione ordinaria fu sospesa e la fiamma pilota della torre di combustione, ultimo sistema di sicurezza per bloccare eventuali fughe di gas contaminante, fu spenta. La fabbrica chiuse definitivamente il 26 ottobre 1984.

Una fabbrica ormai in disuso, nella quale mancava perfino un tecnico specializzato in grado di lavorare all’eliminazione delle impurità dalle tubature delle tre vasche contenenti isocianato di metile. Violando le norme di sicurezza, la sostanza pericolosa era conservata a temperatura ambiente invece che a 0 °C, con tutti gli allarmi disattivati. La sera del 2 dicembre il personale non specializzato di turno stava eseguendo il lavaggio dei tubi che collegavano le vasche, ma una delle saracinesche era talmente incrostata da non permettere il deflusso dell’acqua, e la sua pressione iniziò ad aumentare vertiginosamente.

Proprio a causa del degrado dell’impianto, le tubature non bene isolate causarono la fuoriuscita dell’acqua che scorreva verso la cisterna piena di sostanza tossica. Verso la mezzanotte alcuni operai di guardia avvertirono uno strano odore nell’aria che ricordava vagamente quello di cavolo lesso: è l’odore dell’isocianato di metile allo stato gassoso. L’acqua era arrivata nella vasca reagendo con il suo contenuto, e le 42 tonnellate di isocianato si disintegrarono in un’esplosione fortemente esotermica che trasformò rapidamente il liquido in un vortice gassoso.

La pressione salì di colpo a 4 bar, sufficienti per sfondare le valvole della torre di decontaminazione e trasformarsi in un vero e proprio geyser velenoso. Il resto lo fece il vento: la nube assassina fu spinta direttamente verso i quartieri della città e si abbatté silenziosamente sui suoi abitanti. L’isocianato di metile, a dire il vero, non è una sostanza velenosa, ma a contatto con l’acqua reagisce e la reazione produce acido isocianico. Il destino di Bhopal era segnato: quella notte sulla città venne a piovere. Nelle strade le persone morirono colte da spasmi, con polmoni e occhi in fiamme. Gli ospedali non ressero l’urto di migliaia di persone in agonia, accecate, che morivano soffocate una dopo l’altra.

Oltre 100.000 persone vennero contaminate. Un abitante su tre inalò acido isocianico. I lavoratori abitavano in molti negli slum adiacenti alla fabbrica, vere e proprie bidonville che non offrivano certo alcuna protezione. Ancora oggi, 25 anni dopo, 30.000 persone vivono attorno al luogo dell’esplosione, mentre 5.000 tonnellate di rifiuti sono sepolti dentro la struttura, inquinando ancora l’acqua e i terreni. Intorno al sito pascolano le capre e non è infrequente che vadano a giocare i bambini. Circa 100.000 persone soffrono di cancro, tubercolosi e altre malattie, ma a onor di verità oggi è la “seconda generazione” dei sopravvissuti ad essere la più colpita. Molti bambini nati dopo la tragedia hanno deformità molto gravi e danni al cervello.

Ora la ex fabbrica è stata venduta e la nuova gestione, la Dow Chemical, che dichiara di non essere responsabile della tragedia: all’epoca era gestita dalla Union Carbide, che nel 1989, ha risarcito le vittime con la somma di 470 milioni di euro, una somma di quasi 6 volte inferiore a quella stimata necessaria per la compensazione. È stato molto difficile per la gente, povera e analfabeta, il ricorso agli avvocati, ai medici, ai mediatori, per far valere le sue ragioni. Alcune persone non hanno ottenuto niente, a causa della corruzione o perché la loro richiesta è stata negata dai funzionari, con il pretesto che sui loro nomi c’erano errori di ortografia.

Le cause contro il disastro sono ancora in corso in diverse città dell’India e degli Stati Uniti, ma il governo di Nuova Dehli parteggia per la Dow Chemical, perché ha paura di scoraggiare le imprese straniere ad entrare con nuovi investimenti nel Paese. Così, il governo non ha ritenuto opportuno chiedere l’estradizione dell’ex amministratore delegato della Union Carbide, Warren Anderson, né tanto meno di bonificare il sito, perché lo ritiene ufficialmente non inquinato. A sua volta, la Dow Chemical sta ancora cercando di rafforzare la sua presenza nel subcontinente moltiplicando i progetti di ricerca.

Per celebrare il 25° anniversario del disastro, diverse ONG e associazioni delle vittime hanno deciso di intensificare le loro azioni di protesta. Il 19 novembre, centinaia di persone si sono riunite fuori della sede della Dow Chemical di Nuova Delhi e altre manifestazioni sono previste in 80 città indiane e 800 sedi in tutto il mondo, per la settimana del 3 dicembre. Per non dimenticare Bhopal.

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