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La lotta delle donne, il pentimento degli uomini

di Stefania Cantatore
da www.womenews.net

Finito il secolo breve è cominciato quello ad alta velocità. Tre soli anni sono bastati per trasformare il 25 Novembre in una celebrazione: per l’8 Marzo ci sono voluti alcuni decenni. Le ragioni per le quali alcune donne si sobbarcano le celebrazioni è quella di costringere a parlarne

Fino a tre anni fa, vale a dire il 2006, nel nostro paese, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne è passata sotto silenzio

Nel 2006, le donne Italiane la fecero uscire dal dimenticatoio generale e, come sempre, l’inseguimento istituzionale ha prodotto alcuni frutti e troppe espropriazioni. Per inseguimento istituzionale s’intende il meccanismo col quale la politica neutra “provvede” a controllare una rivendicazione fiancheggiandola.

Finito il secolo breve è cominciato quello ad alta velocità. Tre soli anni sono bastati per trasformare il 25 Novembre in una celebrazione: per l’8 Marzo ci sono voluti alcuni decenni.

Minerva, Patria e Maria Teresa Mirabal sono morte dopo essere state stuprate e torturate il 25 Novembre del 1960. Erano Le Farfalle, animatrici del movimento di opposizione a Trujillo, e a loro gli uomini mossero guerra in Ojo De Agua Salcedo con l’arma dissuasiva più potente al mondo: il femminicidio.

La storia ufficiale dice che fu una strage inutile per il regime, perché il governo, con l’uccisione di Truijllo un anno dopo, cadde comunque. La storia ufficiale dice che il triplice femminicidio fu un martirio “utile” per il risveglio del movimento democratico e rivoluzionario.

Quelle tre morti fecero tutto il bene possibile agli uomini di una parte, della parte più giusta possibile tra gli uomini. Fecero tutto il bene possibile a un mondo dove le donne devono morire anche per chi le ama.

Martirii, eroine, fanno parte di una terminologia che occulta il pensiero e lo costringe in un percorso carsico sotto i corpi martoriati. I corpi senza la vita e senza le sue ragioni, possono così essere impugnati per nobilitare cause dove la salvezza delle donne non è prevista.

Il 25 novembre ’09 è stata celebrazione di morti avvenute e di guasti consumati.
Le ragioni per le quali alcune donne si sobbarcano le celebrazioni è quella di costringere a parlarne. Le ragioni, per alcune, sono quelle di “finalmente” far parlare tutti, gli uomini, di violenza.

Perché sono gli uomini a doverne parlare, dicono. Ed infatti gli uomini hanno parlato. In Italia ha parlato il presidente della Repubblica, gli accademici e molti anchormen. La rappresentazione delle miserie della condizione di vittima è stato concesso alle donne.

La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è stata anche in molti luoghi la giornata nella quale gli uomini che “si vergognano della violenza e che vogliono sconfiggerla” hanno ripetuto quello che le donne dicono da sempre. Sono uomini che “vogliono”. Questo non è incredibile. Ma a quale pratica affidano il loro volere?

Discussione congiunta con le vittime, autocoscienza, autodenuncia, pentimento pubblico e tanto altro. Tutto abbiamo visto fare e argomentare, se pure a volte anche additando i condizionamenti e gli atteggiamenti femminili “concausanti”.

Tutto si è visto tranne che tacere, tutto tranne che rinunciare alla parola pubblica. Tutto tranne che rinunciare a decidere chi deve parlare, tranne che aprire pubblicamente la contraddizione tra conduzione maschile del potere e salvaguardia fisica ed emozionale delle donne.

Questi uomini, quelli che “vogliono” e quelli che “devono”, pronunciano parole ascoltate dalle donne; qualcuno ripete ciò che sente forse convincendosi che femminicidio è un nuovo reato, e non, come è, il fondamento dal quale esercitano il loro diritto di prelazione sulla politica.

Tra questi uomini qualcuno pensa che il massimo contributo da offrire sia proclamare la propria inattitudine allo stupro. Questi uomini che chiedono pleonasticamente la parola sulle violenze, non hanno la percezione esterna di ciò che si vede di loro: la debordanza di parole in un tempo sottratto alle donne, consegnate alla rappresentazione mistica della poverella.

Dopo tanto nominare violenza, la politica ha imparato che si devono ricoverare ed assistere le donne già picchiate, violentate e schiavizzate. Con buona pace del fatto che le risorse anche su questo sono irrisorie, va detto che la lezione l’ha imparata. Tanto bene che in nome della “salvezza” (il ricovero e l’espropriazione del domicilio, la fuga) non sfugge l’occasione per lo scambio di favori distribuendo fondi: all’alberghiero religioso, alle onlus “del sociale”, alla filantropia delle multinazionali.

Che fare di fronte alla banalizzazione ed alle falsificazioni conseguenti ad un rapporto fortemente voluto dalle donne? Che fare, visto che a rivendicare la responsabilità pubblica e politica nella violenza sessuata sono state le donne, e che si tratta di una responsabilità che riguarda tutti i cittadini?

Prima di rispondere va detto che si tratta di una responsabilità attribuita e non immediatamente sovrapponibile col reale interesse ad esprimerla . Va detto anche che va esercitata dalla propria condizione, e quella degli uomini, dentro e fuori dal potere, non è quella delle donne. La condizione degli uomini è privilegiata, e un uomo prima di essere al fianco deve ridistribuire, in termini politici definitivi.

La risposta nasce da quella pronunciata fino ad ora e necessariamente la supera. È una risposta che costringerà gli uomini a imparare nuove parole, che li metteranno in grande confusione.
La confusione e l’inverecondia che disegnano la decadenza del potere patriarcale è certamente dovuta alla consapevolezza, indotta dal movimento antiviolenza delle donne, che il contrasto agli stupri ed al femminicidio è il contrasto all’egemonia maschile nel governo delle cose.

In conclusione se le soluzioni predisposte dal potere sono residuali, avare ed in ritardo, non si tratta una semplice inadeguatezza dei poteri, bensì di una strategia, fin qui efficace, che inchioda le donne ad obiettivi superati, come lo sono le case di accoglienza e “la libertà assistita”.

È un gioco ormai scoperto e le donne stanno uscendo dal circolo vizioso della logica del danno e della cura, (che necessariamente le subordina alla concessione delle risorse), ed affrontano finalmente il sistema riproduttivo della violenza sessuata: nell’economia, nella religione, nella cultura, nel welfare.

Questo non potrà che generare altre confusioni, ma soprattutto altre ritorsioni. Ritorsioni come lo sono l’ennesima sospensione dell’uso della pillola RU486 nella sanità pubblica, la cancellazione del tempo pieno nelle scuole quella delle garanzie contrattuali alla maternità.

Il potere è confuso ed inverecondo nel mostrare, anche sul piano internazionale, lo stesso cinismo verso le donne degli altri paesi devastati da guerre e sfruttamento e verso quelle che fuggono ed approdano al territorio nazionale.

Per non cadere nella stessa confusione del potere, basta tenere lo sguardo sulla violenza di tutti i giorni. E continuare ad alzare la pretesa di libertà per tutte.

La soluzione che ci viene ripetutamente prospettata, da sempre, è la semplice cura della ferita, lasciata poi sempre sanguinante. È una proposta inaccettabile, non è anzi affatto una proposta: è semplicemente il minimo dovuto.

Prima che altre proposte indecenti ci vengano fatte, diciamo: ciò che le donne subiscono è devastante assai più di ciò che è perpetrato dalle mafie: il Parlamento, il Governo, le Amministrazioni continuano oggi come ieri a considerare tutto questo come un caso di coscienza.

Dalle leggi che favoriscono le famiglie a conduzione maschile rispetto a quelle monoparentali, fino all
’apologia dello stupro nella pubblicità passando per la tutela della privacy, non è un caso di coscienza.

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