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Virtù “cardinali”

di Ludovica Eugenio
da http://www.adistaonline.it/

Dopo una valutazione della commissione teologica incaricata dalla Congregazione per le cause dei Santi condotta tra accelerazioni e frenate, ora sembra tutto a posto: Karol Wojtyla può essere beatificato. Esaminato il faldone di migliaia di pagine che costituisce la positio (la documentazione relativa alle “virtù eroiche” del candidato) preparata dal postulatore della causa, il polacco Slawomir Oder, su richiesta del relatore, il domenicano francese p. Daniel Ols, ora il dicastero vaticano passa la palla a Benedetto XVI, al quale spetta l’ultima parola. L’iter, tuttavia, non è ancora concluso: Ratzinger dovrà emanare dapprima un decreto che riconosca le virtù eroiche, poi dovrà essere completata l’istruttoria per l’accertamento della guarigione miracolosa di una suora francese – fase che implica la partecipazione di una commissione medica, una teologica e della Congregazione dei Santi -, quindi il papa prenderà la decisione definitiva. Ancora incerta, dunque, la definizione di una data.

La causa di beatificazione di Wojtyla è partita a tempo di record contravvenendo, grazie ad una deroga di Ratzinger, alla norma che vuole che si lascino passare almeno cinque anni dalla morte del candidato. Il 13 maggio 2005, a poco più di un mese dalla scomparsa di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI annunciava, infatti, in seguito alle richieste del collegio cardinalizio, l’avvio del procedimento, che prendeva il via formalmente il 28 giugno con la causa diocesana, conclusasi due anni dopo, in coincidenza con il secondo anniversario della scomparsa di Woytyla, il 2 aprile 2007.

Tra i circa 120 testimoni ai quali in quella sede, sotto vincolo di segretezza, è stata chiesta una deposizione personale riguardo all’operato di Wojtyla nel corso della sua vita e soprattutto durante i 27 anni del suo pontificato, c’è anche il teologo Giovanni Franzoni, già abate di San Paolo fuori le Mura a Roma, tra i primi animatori delle comunità di base, che nel dicembre 2005 fu tra i firmatari di un ”appello alla chiarezza” sulla beatificazione di Giovanni Paolo II (v. Adista n. 87/05): una presa di distanza rispetto alla generalizzata ed entusiastica richiesta di un Wojtyla “santo subito”.

Franzoni affermava, nella deposizione, datata 7 marzo 2007, di avere “fondate riserve alla beatificazione di papa Wojtyla”, pur non dimenticando “gli aspetti a mio parere luminosi” della sua azione. Nel caso Ior-Banco Ambrosiano, per cominciare, il papa “violò gravemente le virtù della prudenza e della fortezza”, non favorendo, come apparve, la ricerca della verità sul caso. E beatificare un papa che, “su un tema tanto scottante, non ha fatto luce, mi sembrerebbe assai grave”; l’impressione è che il papa “abbia sacrificato l’accertamento della verità per non compromettere l’istituzione ecclesiastica che avrebbe subito danni rilevantissimi se il mondo intero avesse scoperto trame incredibili e imbrogli economici inimmaginabili”.

Un altro ambito che costituisce un’“ombra” del pontificato wojtyliano è la beatificazione di Pio IX, papa che aveva rifiutato la grazia a due patrioti e aveva fatto rapire un bambino ebreo battezzato perché fosse educato alla “vera religione” (v. Adista n. 49/00). Dopo gesti coraggiosi verso il popolo ebraico come la visita alla grande Sinagoga di Roma nel 1986, scriveva Franzoni, l’annunciata beatificazione di Pio IX “appariva contraddittoria e incomprensibile”. L’impressione del teologo è che, con essa, “volesse proclamare l’inattaccabilità e la supremazia del pontificato romano”. Franzoni si chiedeva quindi se in tale occasione Wojtyla avesse osservato le virtù della prudenza e della temperanza.

Imprudente il papa polacco fu, secondo l’animatore della comunità di base di S. Paolo, nella reiterata punizione della libertà di ricerca teologica: molti i teologi non allineati che furono allontanati dalle cattedre o dalla ricerca, il più delle volte con processi ingiusti e senza possibilità di difendersi: “Questa situazione è particolarmente stridente – si legge nella deposizione di Franzoni – in un papa che è andato pellegrino in tutto il mondo a proclamare le esigenze della giustizia e l’intangibilità dei diritti umani”, ma che “non volle mai ricevere pubblicamene in udienza i ‘dissenzienti’”.

Franzoni contesta anche il ruolo avuto da Wojtyla nella promozione della donna nella Chiesa: “Pur avendo più volte esaltato il ‘genio femminile’ ed avendo dedicato alla ‘dignità della donna’ una lettera apostolica (la Mulieris dignitatem del 1988), in realtà Wojtyla non ha ascoltato le richieste delle donne”; le ha in realtà soffocate, interpretandole “a modo suo per conservare lo status quo dell’istituzione ecclesiastica”. Anche sul celibato sacerdotale il papa polacco si dimostrò estremamente restio ad aprire un dibattito, compiendo, in questo modo, “una scelta assai temeraria”. Anzi, insistette talmente sul legame diretto tra sacerdozio e celibato da “rendere di serie B i sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati”; e da relegare in uno spazio di totale emarginazione e abbandono le compagne e i figli di preti che avevano relazioni nascoste.

Un altro tasto dolente nel pontificato di Giovanni Paolo II è quello riguardante il rapporto con mons. Romero, da lui accolto con grande freddezza quando lo ricevette in udienza nel 1979, consigliandogli di “andare ‘più d’accordo’ con il governo”: Romero ne era rimasto “costernato”, scrive Franzoni riportando una testimonianza diretta, quella di una suora che aveva incontrato Romero di ritorno da quell’incontro; ma al di là di ciò, “è un fatto che Wojtyla non fece gesti pubblici inequivocabili per mostrare di essere dalla parte di Romero, e di sostenerlo”; avrebbe infatti potuto crearlo cardinale nel suo primo concistoro, quello stesso anno, ma non lo fece.

Giovanni Paolo II rimase ancorato strettamente al suo ministero fino alla fine, nonostante la malattia. “È stato prudente a voler rimanere in carica quando era evidente da tanti mesi la sua impossibilità di governare?”, si chiede Franzoni, esprimendo anche dubbi riguardo al fatto che il papa, in quel frangente, abbia “dimostrato in modo forte le virtù dell’umiltà e della prudenza”.

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