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Fino all’ultimo muro

di Jean-Claude Guillebaud
Tratto dal settimanale cattolico francese “La Vie” (29/10/2009). Traduzione a cura di Adista

La caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, anticipò di tre anni il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, e, con esso, la fine storica del comunismo. Nella nostra memoria, gli avvenimenti – chiaramente annunciati 10 anni prima dalla protesta di Solidarnosc in Polonia – sono confusi e non formano che un solo ricordo. All’epoca, ciascuno comprese o ebbe il presentimento che un lungo periodo storico si stava concludendo. Il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

Ci si entusiasmò davanti alla vittoria di ciò che Jacques Julliard chiamò “le génie de la liberté’. Ci si rallegrò di veder consumato il fallimento e la caduta di una tirannia. Si chiudeva così il “totalitarismo rosso” che, con “quello nero” (di Hitler), aveva drammaticamente o-scurato il XX secolo.

Nel solco di questa vittoria democratica, Francis Fukuyama, direttore aggiunto della cellula strategica del Dipartimento di Stato americano, pensò di poter annunciare, in un articolo che ha fatto epoca, “la fine della storia”. Il trionfo del modello liberale e democratico, scriveva, corrisponde al compimento della guerra ideologica che ha governato il mondo per quasi un secolo. Génie de la liberté, disfatta della tirannia, fine della storia: ci rendiamo conto col senno di poi di quanto questi proclami fossero prematuri.

Altre violenze si sono fatte spazio, altri dogmatismi si sono inaspriti e molti altri muri hanno preso il posto di quello alto 4 metri che separava le due Germanie dall’agosto 1961.

Muri reali innanzitutto. Ricordiamo per esempio il muro di cemento di 730 km di lunghezza e 8 di altezza con il quale gli israeliani hanno cominciato, nel giugno del 2005, a recintare la Cisgiordania palestinese (rosic-chiando largamente il confine stabilito nel 1967). Pensiamo anche all’immensa recinzione di 1.200 km con il quale gli Stati Uniti cercano di frenare l’immigrazione clandestina proveniente dal Messico. Consideriamo parallelamente la barriera di 4mila km edificata dall’India, lungo la frontiera con il Bangladesh, o ancora quella che il Pakistan ha cominciato a costruire nel marzo del 2007, nelle zone pashtun, lungo la frontiera con l’Afghanistan.

Altrove, altri recinti, altri ‘muri’ sono stati eretti per impedire l’immigrazione clandestina. È il caso delle recinzioni di 6 metri di altezza che separano le enclave spagnole di Ceuta e Melilla dal territorio marocchino; è anche il caso della barriera elettrificata di 500 km che, in Africa, separa il Botswana dallo Zimbabwe.

A questi nuovi muri bisogna aggiungere quelli vecchi che sono ancora in piedi. Ad esempio, la muraglia elettrificata che separa dal 1953, dall’armistizio firmato a Panmunjom, al livello del 38.mo parallelo, le due Coree. È anche il caso della famosa “linea di Attila” che dal 1974 a Cipro delimita la parte nord dell’isola governata dai Turchi e la parte sud in mano ai Greci.

Muri paragonabili separano l’Iraq dal Kuwait, l’Arabia Saudita dallo Yemen o il Kashmir indiano dal Pakistan. Ma per numerosi e funesti che siano, questi muri di cemento o di filo spinato sono poca cosa paragonati ai muri che si sono costruiti ‘nelle teste’, potremmo dire, queste fratture immateriali che hanno rimpiazzato gli antagonismi ideologici di ieri.

Bisogna collocare in questa categoria i litigiosi micronazionalismi riapparsi nell’ex Urss e nella vecchia Europa dell’Est dopo il crollo del sistema comunista: irredentismi nei Balcani, particolarismi armati nella vecchia federazione jugoslava, conflitti allo stato larvale tra Romania e Ungheria o tra est e ovest dell’Ucraina.

E non dimentichiamo le frizioni identitarie e religiose che, dall’Iran all’Afghanistan, dal Maghreb al Medio Oriente e all’Africa, aizzano gli uomini gli uni contro gli altri e conferiscono alla violenza del mondo un’altra dimensione, non più ideologica ma culturale.

Lungi dall’essere “finita”, come pensava Fukuyama con un briciolo di ingenuità, la storia ha dato l’impressione di infiammarsi nuovamente. È d’altronde per rispondere all’ottimismo hegeliano di Fukuyama che un accademico americano di Harvard, Samuel Huntington, ha elaborato nel 1993 – 4 anni dopo la caduta del muro – la tesi apocalittica (e contestabile) dello “scontro di civiltà”.

Ancora più minacciose – perché più largamente diffuse – sono le nuove fratture che separano più ingiustamente che mai i ricchi e i poveri, fin nel cuore dei Paesi ricchi. In merito, la vittoria, per knock out, del liberismo sul comunismo fu incontestabilmente una buona notizia ma non senza ambiguità.

In uno dei suoi libri, il teologo francese Robert Scholtus ricorda il seguente aneddoto: “Al momento della caduta del muro di Berlino, un accademico sovietico dichiarò ad alcuni giornalisti statunitensi: ‘Stiamo per farvi qualcosa di terribile: stiamo per privarvi del nemico’” (Robert Scholtus, Petit Christianisme d’insolence, Bayard, Christus, 2004). Questa nota è da accostare all’esclamazione dello scrittore e poeta Claude Roy, pubblicata su Le Nouvel Observateur all’indomani della caduta del muro: “È una buona notizia ma, d’ora in poi, chi farà paura ai ricchi?”.

Di fatto, è perché non ci sarebbe più stato un modello alternativo, perché avrebbe rappresentato d’ora in poi la sola “ideologia del mondo” (per riprendere l’espressione dell’economista Jean-Paul Fitoussi) che il liberismo si è dogmatizzato, irrigidito, caricaturato fino a dimenticarsi delle sue promesse.

All’epoca del crollo del comunismo, pochi furono gli osservatori che colsero il rischio molto ambiguo che accompagnava questo trionfo storico della libertà. Fu il caso del filosofo ebreo Emmanuel Levinas. In un articolo premonitore pubblicato su Le Monde il 2 giugno del 1992, egli osservava che il crollo del comunismo non significava solo la fine (incontestabile) di una tirannia, ma anche la scomparsa storica di una speranza. Speranza senza dubbio profanata, tradita, traviata ma comunque speranza.

Detta diversamente, aggiungeva Levinas, “con l’avvento di un tempo senza promesse, l’idea di emancipazione si trova privata dei suoi capisaldi messianici”. È in questo contesto di lutto messianico e di amarezza che il neoliberismo alla Reagan e Thatcher ha potuto approfittare della globalizzazione per imporre un modello più aspro, più brutale, più duro nei confronti dei poveri.

L’asse della storia, in fondo, si allontanava dall’aspirazione egalitaria preferendole l’opzione “liberale libertaria”. Al sogno dell’uguaglianza, succedeva quello della libertà senza limiti né rimorsi. L’avvenire, all’improvviso, sorrideva soprattutto ai ricchi. Il modello liberale che si è rapidamente instaurato, specialmente in Europa, non aveva più rapporto con questo famoso contratto social-democratico del dopo-guerra, questa “economia sociale di mercato” fondata sulla redistribuzione, l’arbitrato dello Stato e la protezione sociale, che prevaleva dal 1945.

Il neoliberismo, fondato sull’arretramento dello Stato, la prevalenza della finanza, l’ammissione delle ineguaglianze, la deregulation e la privatizzazione, ha favorito, un po’ ovunque nel mondo, l’allargamento delle fratture sociali. Almeno fino al settembre del 2008. A questa data, infatti, la crisi finanziaria, economica e sociale nata negli Usa, immediatamente dopo il fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers, ha svelato lo scacco, non dell’economia di mercato, ma della sua contraffazione, finanziarizzata e speculativa.

Questa crisi, di cui non si possono ancora misurare gli effetti a lungo termine, assomiglia a quelle scosse che sopraggiungono dopo un tremito della Terra e che i sismologi chiamano “di assestamento”. Scommettiamo che ce
ne saranno altre…

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