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I padroni dell’Africa

di Kepa Arbizu              
da Adista Contesti n. 16 del 20/02/2010

La storia dell’Africa è segnata dalla schiavitù e dalla colonizzazione. Il presente non è molto meglio. Il Continente soffre a causa dello sfruttamento delle potenze occidentali. Malgrado rappresenti la grande vergogna del cosiddetto “Primo mondo”, la situazione dell’Africa non sembra sia conosciuta come dovrebbe. Antoumi Toasijé, storico e rettore del Centro di Studi Panafricani, ci parla del Continente e delle responsabilità, tanto politiche quanto morali, dell’Occidente.

Una delle critiche abituali rivolte all’Europa, e per estensione all’Occidente, è l’etnocentrismo culturale di cui fa mostra. In quali aspetti si rende visibile questo “egocentrismo” rispetto all’Africa?

Storicamente esiste una dinamica più o meno dichiarata fra Europa e Africa che ha inizio nell’Età Antica. Dopo l’Era Moderna e nel presente, non c’è dubbio che, per effetto dello schiavismo, dell’invasione coloniale e del neocolonialismo nelle relazioni nord-sud, l’Europa e i suoi discendenti, soprattutto il Nord America, si collochino in una posizione di superiorità economica, militare e politica che si traduce in pretese anche di superiorità morale che condizionano tutto l’immaginario europeo e africano. All’europeo si insegna, direttamente o indirettamente, fin dalla più tenera età, che è l’essere destinato a portare luce a tutti gli altri popoli della Terra, visti in un modo o nell’altro come incapaci, e questo succede in quasi tutti gli ambiti di relazione, anche quelli apparentemente più orizzontali e democratici. L’Occidente finisce con l’imporre il proprio criterio, spesso aiutato dalle élite africane mentalmente sequestrate. Per fare un esempio, non ci sono ong africane che operano sul territorio europeo per risolvere problemi europei quali l’abbandono degli anziani. Si può immaginare qualcosa di simile? Ciò si deve al fatto che lo schema di superiorità-inferiorità è fortemente radicato. Questo atteggiamento è il prodotto dell’evidente vittoria politica, economica e militare del-l’Europa e dei suoi discendenti sulla maggior parte del mondo.

Negli ultimi anni nella lotta per le risorse del suolo africano si è aggiunta la Cina. Inoltre, gli Stati Uniti hanno creato non molto tempo fa l’Africom. Quali gli obiettivi reali delle due potenze?

Ci sono serie differenze tra le politiche africane di Pechino e di Washington. I governi cinesi fin dal principio non hanno cercato di porre condizioni politiche, il loro modo di intervento è molto più benefico per l’Africa: nelle relazioni con l’Occidente, l’Africa “guadagna-va” l’8% circa e l’Occidente il resto; con la Cina, l’Africa guadagna circa il 30%, e la Cina investe in infrastrutture, strade, risanamento, produzione di energia, centri per la salute… e ci considera, considera gli africani, potenziali consumatori e non solo produttori di materie prime. È un  avanzamento. Altra questione sono gli stili diplomatici, rispetto ai quali bisogna ricordare che l’ingresso della Cina in Africa non è recente, ha una lunga storia, sebbene l’impulso dato attualmente alle relazioni sia maggiore, data la crescita asiatica. È evidente che Pechino non si sente spinta a guidare i destini dell’Africa. Per questo la relazione politica con la Cina è una relazione più equilibrata. Si è sperimentata abbondantemente la manipolazione della politica africana da parte dell’Occidente, pratiche che hanno originato guerre e che includono ‘magnicidi’ (assassinii di alte personalità politiche istituzionali, ndt), e l’Africom è un grimaldello che usa scuse vecchie quali il terrorismo per ricolonizzare militarmente i punti strategici della produzione petrolifera in Africa. L’influenza negativa della Cina attualmente si manifesta nel rafforzamento dei regimi esistenti, siano o no dittatoriali, senza preoccuparsi dei diritti umani. Il caso del Sudan è paradigmatico: è evidente che la Cina appoggia il regime genocida di Kartum, ma è anche evidente che gli Usa, in modo irragionevole e irresponsabile, hanno fomentato la sollevazione dei ribelli, sul cui suolo si trovano i giacimenti petroliferi, ambìti tanto dalla Cina quanto dagli Usa. Riassumendo, la Cina commette i suoi errori e promuove investimenti, ma è molto meno dirigista e i suoi comportamenti sono più accettabili; tuttavia, nei mezzi di comunicazione occidentali si insiste nell’affermare che la penetrazione della Cina è un nuovo colonialismo, peggiore di quello occidentale, in un evidente atto di contropropaganda che non inganna nessuno che sia minimamente informato.

Per motivi concreti, il tema della pesca ultimamente è stato al centro di molte polemiche. Quale ruolo lasciano ai Paesi africani i trattati, gli accordi e il regolamento delle cosiddette “acque internazionali”?

È da tempo che soprattutto i Paesi europei e il Giappone depredano le risorse ittiche africane. La Spagna gioca un ruolo da protagonista in questo furto. Oltre all’assalto alle aree ittiche dei Paesi che erano o sono in guerra, come la Sierra Leone, la Liberia, la Somalia, l’Angola e il Mozambico, si ruba spudoratamente nella piattaforma continentale di Paesi che, per il limite di risorse da impiegare nella vigilanza costiera o per la corruzione esistente, si vedono totalmente indifesi di fronte al massiccio uso di metodi di pesca e di imbarcazioni già proibiti in Europa. I trattati internazionali stanno ponendo i Paesi africani in una situazione paradossalmente peggiore, visto che si lascia ai Paesi africani la responsabilità della vigilanza delle coste, senza però fornire loro contributi tecnologici e economici. Sebbene tutti i pescatori e gli esperti del settore sappiano che la maggior parte della pesca mondiale avviene in acque continentali e anche territoriali, i mezzi di comunicazione insistono ad appoggiare le menzogne di gran parte degli armatori che affermano di pescare in acque internazionali. In questo contesto, la cosiddetta pirateria praticata da ex pescatori è effetto di un crimine molto maggiore perpetrato dall’Occidente e dal Giappone.

Ci si fa sempre schermo delle lotte tribali per dimostrare l’instabilità del continente africano. Ma fino a che punto, in questi scontri, hanno responsabilità i Paesi occidentali o i loro interessi?

È curioso come il linguaggio e le percezioni etnocentriche dell’Europa condizionino le realtà politiche e le analisi. La maggior parte dei grandi conflitti che si sono prodotti nel mondo hanno due componenti di base, una etnico-razziale, l’altra economica. Tuttavia gli europei sono reticenti a chiamare le loro guerre “conflitti etnici”. Ne sono esempi evidenti le cosiddette “Prima Guerra mondiale”, originata da un conflitto etnico e territoriale nei Balcani, e “Seconda Guerra mondiale”, originata dal conflitto razzial-etnico e territoriale dei tedeschi con altri europei e le loro minoranze etniche, quali gli ebrei askhenaziti o gli stessi afro-tedeschi (originari dei territori d’oltremare dell’impero coloniale prussiano, ndt). L’ultimo conflitto europeo, nuovamente nei Balcani, ha avuto chiari detonatori etnici, territoriali e perfino religiosi. D’altra parte, malgrado le terribili conseguenze e la virulenza dei conflitti africani, l’Africa è in generale un continente pacifico se si paragona all’Europa o all’Asia: attualmente godono del periodo di pace più lungo della loro storia, ma ognuno di detti continenti ha superato abbondantemente, e nel solo secolo XX, il numero totale delle vittime dei conflitti di tutta la storia africana. Asserito ciò, è notorio che la componente europea è presente in tutti e in ognuno dei maggiori conflitti che sono avvenuti in Africa in epoca contemporanea, a cominciare da quelli che si sono avuti nella zona dei Grandi Laghi. Ciò non toglie che noi panafricanisti inorridiamo per la facilità di manipolazione delle nostre popolazioni, data l’irresponsabilità di determinati leader africani e i livelli impensabili di crudeltà ai quali possono giungere i combattimenti.

Quale opinione dobbiamo avere della Corte Penale Internazionale e, in concreto, del fatto che sia stata dedicata quasi esclusivamente a temi africani? È possibile che una Giustizia Universale giudichi le multinazionali e le conseguenze che provocano?

I Tribunali Internazionali, interessanti a priori, sono diventati uno strumento in più in mano alle grandi potenze per assicurare la loro egemonia. È evidente che avrebbero dovuto presentarsi davanti ad un tribunale internazionale i dirigenti di precise nazioni dell’Europa e degli Stati Uniti. Ma questo non succederà mai, la qual cosa ci dà una misura dell’utilità e della funzione di tali tribunali. L’unico occidentale di peso processato, Milosevich, lo è stato perché caduto in disgrazia di fronte ai suoi vecchi protettori. È bene perseguire Charles Taylor (politico liberiano, presidente-dittatore della Liberia dal 1997 al 2003, ndt), ma che succede con la compagnia di diamanti De Beers? È bene processare Thomas Lubanga (militare della Repubblica Democratica del Congo di etnia hema-gegere, imputato per crimini di guerra nell’ambito della Seconda Guerra del Congo alla Corte Penale Internazionale, ndt), ma che succede con le compagnie che beneficiano del coltan (minerale dall’importanza economica e strategica immensa per ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione, ndt)? Si dovrebbe fare uno sforzo per processare, oltre i dirigenti implicati in conflitti e crimini di lesa umanità, anche gli istigatori, i protettori e gli agenti di commercio delle multinazionali che notoriamente cercano e ottengono grandi benefici grazie al caos pianificato. Questo sforzo non si farà finché l’Europa e i suoi discendenti deterranno il monopolio dell’autorità morale e giuridica nel mondo. Per questo, pur essendo un’i-dea interessante in linea di principio, la Giustizia Universale e i suoi strumenti, come la Corte Penale Internazionale, stanno andando incontro alle medesime sconfitte delle iniziative globali, finiscono con il rafforzare le posizioni dei forti e favoriscono l’impunità delle grandi corporation.

L’Europa si vanta di difendere libertà e uguaglianza. Cosa pensa lei delle leggi sull’immigrazione che ha varato questo Continente?

Innalzando muri  e barriere contro la libera circolazione di cittadini del mondo, l’Europa dimostra di non avere una visione storica. Le popolazioni si sono sempre mosse in direzione delle risorse. Visto che il Nord capitalizza risorse tramite lo sfruttamento del Sud, è normale che le popolazioni si muovano in questa direzione. Se si alza una barriera, il conflitto è servito. Gli imperi di Roma e della Cina sono caduti proprio dopo aver terminato la costruzione delle loro grandi muraglie: la pressione che esercita una chiusura completa è tale che si traduce subito in violenza. La libera circolazione internazionale è un diritto riconosciuto dai Paesi occidentali, i quali tuttavia, nella loro ipocrisia, hanno di nuovo stabilito una scala in base alla quale solo i ricchi possono circolare, mentre agli impoveriti è riservata l’eugenetica dei respingimenti nel deserto o dell’impedi-mento all’accesso marittimo perché periscano in alto mare. È molto più necessaria, umana e, alla lunga, più intelligente una politica di apertura, ma temo che non renda. E qui c’è una responsabilità delle Ong e dei giovani idealisti occidentali: lottino per un mondo non compartimentato, si rendano conto che la battaglia è qui; in molti casi sarebbe meglio che andassero in Africa per turismo ecologico e che qui combattessero le politiche genocide dei loro stessi governi e corporation.

 Qual è la sua opinione del fenomeno Obama: crede che riuscirà a modificare il tipo di relazioni che gli Usa hanno con il continente africano?

Penso che Obama stia incontrando molte più difficoltà di quelle previste inizialmente e si stia confrontando con un problema strutturale di grande peso. Cambiare completamente la politica economica internazionale degli Usa può equivalere ad un suicidio, visto che gran parte della struttura dell’impero si basa sull’op-pressione e sulla capitalizzazione asimmetrica. L’Africa è diventata vittima di questo sistema di sfruttamento. Per fare un esempio, la falsa democratizzazione della Guinea Equatoriale è appoggiata da agenti nordamericani che assistono il dittatore guineiano per quanto riguarda le pratiche di frode elettorale. Il contrario implicherebbe la perdita del vantaggio acquisito dalle compagnie nordamericane nei sostanziosi contratti petroliferi, cosa che aggraverebbe ancora di più l’attuale crisi finanziaria. Credo che Obama stia prendendo coscienza di tutte le difficoltà al riguardo, e non ripongo molta speranza nel suo primo mandato. Forse a partire dal secondo: se riesce a rimettere in piedi l’economia degli Stati Uniti ha una grande opportunità per dare impulso ad un progetto di relazioni diplomatiche con l’Africa più sincere e meno condizionate delle attuali, che forse si tradurrà in relazioni più egualitarie e in una migliore intesa ed empatia con le popolazioni africane, che soffrono gli effetti delle ingerenze nordamericane. Alla fin fine, da un punto di vista panafricanista, anche lui è africano.

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