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CHIESA CORROTTA NAZIONE INFETTA

di Marcello Vigli

Non so se in Irlanda la crisi, che attraversa la società della Tigre celtica nata dalla prosperità della fine del secolo scorso, giunta improvvisa quando era impreparata, abbia un nesso con la pedofilia così diffusa nel clero cattolico. È certo che se ci si guarda intorno in Italia e si legge il rapporto della sua Corte dei Conti torna alla memoria un vecchio adagio che si potrebbe tradurre chiesa corrotta nazione infetta. Ci si accorge, però, che l’equazione non regge o almeno sono necessarie delle distinzioni.
Fra chi combatte la mafia, sul suo terreno del radicamento sociale e della egemonia culturale, in prima linea c’è un prete: Luigi Ciotti. A promuovere senza sosta la battaglia per l’acqua bene pubblico ce n’è un altro: Alex Zanotelli. Ma poi si legge che mons. Giancarlo Bregantini vescovo antindrangheta di Locri viene “promosso” a Campobasso e don Giusepe Puglisi prete a Brancaccio è lasciato solo a farsi ammazzare dalla mafia, mentre il cardinale Bertone e il cardinale Ruini si contendono i favori di Berlusconi e il cardinale Bagnasco legittima la Lega ricevendo Bossi e Calderoli.
Si esaltano le virtù di Vittorio Bachelet credente, cittadino e laico vero, e non ci si scandalizza per una Paola Binetti che lascia il Partito democratico perché non sufficientemente disposto – a suo avviso per altri fin troppo – a seguire le indicazioni politiche della gerarchia cattolica, magari trasfigurate in valori non rinunciabili. Non ci si può dimenticare che a fronte di un trenta per cento di cattolici praticanti quasi il novanta per cento degli studenti si avvale per tutti gli anni di scuola dell’insegnamento della religione cattolica, molti dei loro genitori, però, si sono sposati in comune o si separano per divorziare. Masse di “fedeli” visitano la tomba di padre Pio e a Torino sono attese masse di “curiosi” per l’esposizione della Sindone, della cui autenticità le stesse autorità ecclesiastiche non sempre sono state convinte, al tempo stesso molti di loro si nutrono degli “ideali” del Grande fratello.
Si potrebbe continuare a lungo a riflettere sulle contraddizioni che attraversano una chiesa fatta di cattolici che a Brescia non s’indignano perché la ricchezza della loro città puzza dello “zolfo” delle fabbriche d’armi, ma anche di quelli che ad Assisi marciano per la pace, a Genova non vogliono la moschea e da Monteforte Irpino promuovono il Dialogo con gli islamici. Come per spiegare gravi colpe del passato si ricorre allo spirito del tempo, oggi si dice che si riflettono nella Comunità ecclesiale vizi e virtù della società.
È una mezza verità, perché nella società come nella Chiesa c’è chi influenza e chi è influenzato, chi ha gli strumenti per condizionare e chi ne subisce gli effetti. Se politici e imprenditori, seguendo le regole della logica del potere, continuano ad usare quegli strumenti per conservare ed aumentare quello che già detengono, preti e intellettuali cattolici hanno o dovrebbero avere altre regole. Non sarebbe male se le riscoprissero e soprattutto ispirassero ad esse le loro azioni.
Sarebbe un gran giorno se dai pulpiti e dagli studi televisivi si predicasse che non l’aborto o l’eutanasia sono i peccati più gravi, ma il razzismo e la malversazione; se la partecipazione all’eucaristia non fosse vietata ai divorziati, ma ai mafiosi e ai corrotti; se le “autorità religiose” rifiutassero di sedere accanto alle “autorità civili e militari” nelle cerimonie ufficiali; se si rinnegasse la politica di privatizzazione della scuola pubblica cominciando con la restituzione dei finanziamenti a quella privata; se, infine, i “chierici” si convincessero, una volta per tutte, che non è loro compito indicare ai “laici” delle loro chiese quali amministratori scegliere per la “cosa pubblica”.

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