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EUTANASIA E TESTAMENTO BIOLOGICO

di Paolo Bonetti
da www.italialaica.it

La commissione Affari sociali della Camera ha ripreso l’esame della legge sul testamento biologico già approvata dal Senato, con l’approvazione di un emendamento ulteriormente peggiorativo. Si tratta, come è noto,di una pessima legge che, proprio nel momento in cui sembra riconoscerlo, espropria i cittadini di un diritto costituzionalmente sancito, quello di poter scegliere le cure a cui essere sottoposti, anche quando non si trovino più nella condizione di poter comunicare direttamente la propria volontà. Molti si chiedono (e noi siamo fra questi) se è il caso di continuare a battersi per la regolamentazione giuridica di una questione così delicata, quando è fin troppo evidente la volontà del governo e dell’attuale maggioranza parlamentare, nonostante qualche autorevole presa di posizione in contrario, di varare una legge che soddisfi le pretese assai poco liberali della Chiesa cattolica. Ci si può legittimamente chiedere, in questo caso come in quello della procreazione assistita, se non sia meglio evitare un eccesso di legislazione quando ci si trova di fronte a problemi che riguardano gli aspetti più intimi e personali della condizione umana.
Dare a se stessi e agli altri una risposta non è facile: se da una parte appare preoccupante, nella società contemporanea, la tendenza del legislatore a invadere sfere di vita che dovrebbero essere sottratte al controllo pubblico, dall’altra non si possono ignorare i tormenti di tanti uomini e donne alle prese con problemi drammatici per la mancanza di norme chiare e coerenti che garantiscano quelle libertà senza le quali questi problemi diventano irrisolvibili. Tutti conosciamo la penosa e costosa trafila a cui debbono assoggettarsi tante coppie che desiderano avere un figlio con le nuove tecniche procreative e tutti sappiamo quali dolorose tragedie avvengono segretamente nelle case e nei reparti degli ospedali al capezzale di malati per i quali non c’è alcuna speranza di recupero e che spesso si trovano anche in uno stato di grave sofferenza. Molte volte, come ci è stato testimoniato da medici e familiari, non c’è altra via d’uscita se non il gesto coraggioso, rischioso e segreto di qualche medico o di qualche persona legata al malato da un profondo vincolo di affetto. Ogni tanto il velo di pietà che circonda queste tragedie viene squarciato, come è accaduto recentemente con la rivelazione di un noto giornalista televisivo inglese di aver ucciso qualche anno fa il suo compagno malato di Aids e immerso in una vita di sofferenze senza alcuna speranza di poterne uscire.
Di fronte a una vicenda come questa (e tante altre se ne potrebbero raccontare) occorre che la nostra reazione emotiva, positiva o negativa che sia, venga sottoposta al vaglio di una razionalità che non nega il valore delle emozioni, ma le sottopone a un necessario controllo, proprio per cercare di risolvere concretamente i problemi senza abbandonarsi a una facile e tutto sommato consolatoria deriva sentimentale. Intanto dobbiamo distinguere, ancora una volta, fra eutanasia e testamento biologico: quest’ultimo è, semplicemente, la volontà chiaramente manifestata in anticipo, rispetto a una successiva e gravissima condizione di invalidità quale può essere lo stato vegetativo persistente, di veder rispettato il nostro diritto alla scelta delle cure mediche che ci dovessero essere eventualmente praticate. Fra queste, a nostro parere, bisogna comprendere anche l’alimentazione e l’idratazione artificiali, che non sono un semplice sostegno vitale, ma una tecnica medica che ha bisogno di strumenti invasivi e di personale specializzato. Ben diversa è la questione dell’eutanasia, di cui nessuno nega la particolare delicatezza, e che certamente non è, in questo momento, fra i propositi di coloro che vorrebbero veder approvata una legge che garantisca davvero quella libertà di cura di cui parla esplicitamente l’art. 32 della Costituzione.
Ma anche sull’eutanasia occorre discutere con molta schiettezza, dal momento che essa, proibita dalle legge e deprecata pubblicamente da moralisti più o meno sinceri, viene poi, come dicevamo, segretamente praticata in nome di un rispetto per la vita che non può consistere nella semplice sopravvivenza biologica. Il punto sostanziale della questione è proprio questo ed è stato più volte sollevato nella riflessione bioetica: che cosa si deve intendere per vita e per sacralità della vita? La vita di ciascuno di noi è sacra e degna di rispetto perché è il prodotto delle nostre scelte liberamente compiute o semplicemente perché si tratta di un meccanismo biologico di cui deve essere garantita a ogni costo la continuazione, indipendentemente dalla nostra volontà e dal nostro sistema di valori? Siamo soggetti che scelgono la propria vita od oggetti che la patiscono? Ciascuno di noi prova giustamente orrore per l’eutanasia di Stato, in cui il potere politico, investito di un’eticità che non gli compete, si arroga il diritto di stabilire quali sono le vite degne di essere vissute e quali, invece, debbono essere considerate alla stregua di un materiale di scarto dannoso per la società. Ma proprio per questo non bisogna confondere l’eutanasia intesa come biopolitica, come strumento di controllo sociale, con l’eutanasia concepita come atto libero fondato su una tragica consapevolezza. Su questa seconda eutanasia la discussione è sempre aperta e nessuno che veramente rispetti la vita, la vita vissuta da ogni singolo uomo nelle particolari condizioni in cui si trova costretto a viverla, può ostentare arroganti certezze.

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