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Un esempio applicato di teologia femminista, di teologia della Liberazione e di teologia queer nello studio della Bibbia

di Rosa Salamone

L’albero genealogico di Gesù viene riportato in uno solo dei quattro evangeli, quello di Matteo (Mt.1,17). Dal testo apprendiamo che molte donne importanti appaiono nella sua discendenza, tra queste Tamar, Racab, Betsabea, infine Rut che, essendo una moabita, era discendente di una delle figlie di Lot. Queste donne hanno avuto una vita straordinaria e complessa. Di Betsabea sappiamo che David si innamorò di lei e che quando rimase incinta del re, David mandò in guerra suo marito per farlo morire. Dall’unione di David con Betsabea nacque il futuro re Salomone. E’ forse la più famosa delle quattro antenate di Gesù, insieme a Rut, ma forse quella che meno riserva delle sorprese.

La storia di Tamar è infatti molto particolare (Ge. 38, 6-26). Tamar era la moglie di Er. Quando questi morì, fu data in sposa a suo fratello Onan. Ma anche lui conobbe presto la stessa sorte di Er. Tamar a questo punto fu promessa al terzo fratello, Sela, così come previsto dalle leggi del levirato, ma Giuda, padre di Er e Onan, per nulla entusiasta dell’idea di vedersi privato probabilmente anche del terzo figlio, si oppose all’applicazione della legge. La storia sarebbe finita qui se Tamar invece di arrendersi, mostrandosi remissiva così come comandavano le regole del tempo, non si fosse opposta all’arbitrio del suocero. Tamar decise infatti di sfidarlo e così divenendo la vera protagonista del racconto cercò di risolvere la situazione in modo piuttosto originale. Cioè si finse una prostituta e approfittando di un viaggio di lavoro del suocero a Timna, dove era prevista la tosatura delle pecore, si coprì con un velo e si sedette ad aspettarlo lungo la via.

Dopo il loro rapporto, Tamar pretese da lui alcuni pegni in cambio: il sigillo, il cordone e il bastone che Giuda aveva in mano. E tanto avvenne. Tamar, rimasta incinta di lì a poco, non fece nulla per nascondere la sua situazione, così la notizia arrivò alle orecchie del suocero il quale prontamente comandò di bruciarla viva, accusandola di prostituzione. Ma qui, come nel migliore dei feuilleton, accade l’imprevisto: Tamar gli rivela che è rimasta incinta dell’uomo a cui appartengono alcuni oggetti che ha conservato ed ecco apparire il sigillo, il cordone e il bastone. Come si vede dal racconto, il comportamento di Tamar è piuttosto difficile da comprendere in base ai giudizi della morale corrente, per la quale una donna, che si finge una prostituta in modo da avere un figlio per di più con il suocero, difficilmente risulterebbe una donna esemplare.

Il che invece è del tutto legittimo secondo l’etica dell’Antico Testamento, per il quale ciò che conta è lo shalom familiare, cioè la trasmissione della vita. Tanto che lo stesso suocero alla fine dovrà ammettere di Tamar “È più giusta di me, perché non l’ho data a mio figlio Sela”, annullando in questo modo la condanna per adulterio che pendeva minacciosa sul capo della nuora. Tamar è dunque esemplare secondo l’etica dell’AT perché si comporta rispettando le regole del levirato e perché si propone come scopo essenziale la vita e la salvaguardia della discendenza, finendo così con il garantire gli interessi dello stesso suocero. Questa caratteristica non è solo di Tamar, ma a ben vedere è ugualmente condivisa dalle altre antenate di Gesù.

Racab, per esempio, era una prostituta di Gerico che nascose le due spie di Israele mandate da Giosuè in quella città così salvandogli la vita. Quanto alle figlie di Lot, il loro desiderio di assicurare una discendenza al padre si spinse fino all’incesto. E’ difficile spiegare il comportamento di queste donne secondo i nostri principi morali e se solo dovessimo fare riferimento a quella che è la nostra etica attuale. Questo dovremmo tenerlo ben in mente quando si fanno discorsi etici riferiti alla sessualità basati sulla Bibbia, perché non solo è irrealistico applicare la morale delle epoche passate ai nostri giorni ma è vero anche il contrario. Ciò che possiamo dire delle antenate di Gesù più concretamente è che esse appaiono come delle donne fortemente motivate, amanti della vita e decise a difenderla fino a spingersi ai limiti di quanto umanamente loro consentito, ma difficilmente rientrerebbero nel ruolo ideale svolto all’interno della famiglia così come la intendiamo oggi.

Rut era una straniera (una delle categorie più disprezzate dagli ebrei), Betsabea un’adultera, Tamar si finse prostituta, Racab lo era veramente, quanto alle figlie di Lot erano delle incestuose, ma se hanno meritato un posto nella Bibbia è perché il profondo desiderio di generare la vita, la volontà ferma di trasmetterla nonché l’istinto femminile a proteggerla le ha rese esemplari agli occhi di un popolo. Da queste donne discende Gesù, da loro riprende l’amore per la vita, ma attribuendogli un significato profondamente diverso. La benedizione infatti nell’AT implicava il dono della fertilità. Questo è vero al punto che in origine uno dei nomi associati a Dio era quello di “El Shaddai”, il Dio della fertilità, un termine che forse voleva dire “ Il Dio che allatta” o “ Il Dio con le mammelle”.

La vita e la garanzia di trasmetterla, i figli e la progenie, ecco uno dei paradigmi più alti nell’Antico Testamento. Benedire nella Bibbia significa innanzitutto concedere fecondità. «La tua sposa sia come vite feconda dentro la tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua tavola», recita il Salmo 128. Lo stesso termine che indicava l’utero, cioè rehem, indicava la misericordia e spesso veniva usato come attributo divino. Tutto ciò che era connesso con la sfera generativa e creativa era dunque sacro, mentre la sterilità finì con gli anni con il diventare una grave sventura.

Ai tempi di Gesù la sterilità veniva reputata un segno dell’ira e della punizione divina, una vera e propria maledizione inviata all’essere umano. Nel vangelo si assiste invece ad un ampliamento del concetto di fecondità, che finisce con il diventare, usando un termine dello psicologo americano Erik Erikson1, generatività, cioè la capacità, tipica di una persona matura, di creare qualcosa che le sopravviva e vada oltre la sua esistenza. Quando in ambito lavorativo o delle relazioni sociali viviamo con la consapevolezza che il nostro lavoro diventa una benedizione per gli altri e che il dialogo o l’accoglienza fanno scaturire la vita nell’ altra persona, ecco che diventiamo fertili, generativi.

Chi sono infatti i benedetti per Gesù? Lo si spiega bene in Matteo 25,34-40. Benedetti sono coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, che hanno offerto un riparo allo straniero, vestiti a chi era nudo, che hanno visitato gli infermi e consolato i carcerati. Si tratta di sei azioni concrete, in cui Gesù chiama benedette le persone non per il numero di figli procreati o per la castità praticata, ma per la vita che hanno saputo comunicare al prossimo. L’idea veterotestamentaria di benedizione (berakhah), quindi, legata a quella di procreazione e fecondità, viene ricondotta alla pratica della generatività e del servizio. Gesù però ha profondamente cambiato anche il concetto di vita. Forse non c’è vangelo, come quello di Giovanni, dove questo cambiamento appare meglio.

L’evangelista dice che nessuno ha mai visto Dio, per vederlo e comprenderlo bisogna guardare Gesù, cioè vedere cosa fa e come opera. Gesù, infatti, non ci annuncia Dio come una dottrina, non lo presenta per mezzo di discorsi teologici, sono le sue opere che ce lo rivelano. E queste opere sono azioni concrete che trasmettono vita alle persone, che le arricchiscono, che comunicano dignità e amore agli ultimi e ai più disprezzati. Nessun discorso altisonante sull’amore, ma una sua pratica continua in totale rotta di collisione con la legge, ogni volta che le regole e i rituali religiosi soffocano la vita delle persone.

Per capire fino a che punto Gesù sia contrario all’istituto della religione e alle sue pratiche nefaste, si consideri in quanti modi diversi egli ha espressamente violato le leggi stabilite dalla religione del tempo guarendo in giorno di sabato, toccando e lasciandosi toccare dai cosiddetti impuri, avvicinando le donne e parlando con loro, proclamandosi figlio di Dio. Il vangelo di Giovanni è forse quello più esplicito sul tema della rivelazione del vero volto di Dio. E’ in questo vangelo che ci viene detto specificatamente che tutti gli uomini possono vedere Dio, non solo gli eletti e i puri. Non ci vogliono studi per comprenderlo, non è necessaria la mente dei saggi, non serve avere cultura o ricchezza.

Basta vedere le opere compiute da Gesù, il quale non chiede ortodossia, cioè comportamenti in linea con la legge poiché questa spesso perde di vista l’umanità e le sue sofferenze, ma ortoprassi ossia amore concreto, impegno cosciente, azione sensibile modellata sull’esempio di Gesù, ciò che rende fecondi è comportarsi come Lui si è comportato: perdonando, accogliendo, difendendo gli ultimi e i dimenticati, preferendo subire violenza piuttosto che infliggerla, esaltando la dignità d’ogni disprezzato. Il primo comandamento di Gesù non è quello di essere fecondi nel senso riproduttivo del termine dunque, cosa che escluderebbe di per sé una grande categoria di persone dal progetto di Dio (almeno per un certo periodo di tempo) le vedove, i malati, i bambini, gli anziani o ne farebbe degli esseri mancanti, gli sterili e gli eunuchi, per tutta la loro vita. Al concetto di fecondo Gesù infatti ha sostituito quello di creativo e di generativo, cioè di colui che collabora attivamente con il Padre perché il piano divino della creazione si compia, così generando felicità nella propria vita e in quella degli altri.

1- Erik Erikson psicologo del comportamento e psicoanalista tedesco-americano, parla della maturità come la settima fase dello sviluppo personale o periodo della generatività. E’ in questa fase che si esplicherebbe la propria capacità produttiva o creativa nell’ambito lavorativo, dell’impegno sociale o della famiglia. Nel caso in cui la possibilità di generare venisse inibita in qualcuno di questi ambiti, c’è il rischio che la personalità regredisca, esplicitando un senso di vuoto e di impoverimento. E’ la sollecitudine, definita come “la dilatante preoccupazione per ciò che è stato generato dall’amore, dalla necessità o dal caso…”, e intesa come tendenza ad occuparsi del proprio simile (cura, assistenza, allevamento dei figli, trasmissione della cultura, ecc.). la virtù emergente in questa fase.

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