Home Politica e Società 2/ FONDAMENTI PER UNA TEOLOGIA PLURALISTA MULTI-FEDE

2/ FONDAMENTI PER UNA TEOLOGIA PLURALISTA MULTI-FEDE

di Paul F. Knitter
da Adista Documenti n. 24 del 20/03/2010

La questione centrale posta agli autori di questo libro collettivo della serie Per i molti cammini di Dio è stata: “È possibile immaginare una teologia che si basi su, e lavori con, categorie, fonti, principi, immagini e metafore non solo di una ma di varie religioni? È realmente possibile una teologia che non sia monoconfessionale ma aperta e multi-confessionale?”. Oppure, in termini usati da Wilfred Cantwell Smith, quando ha proposto un progetto simile oltre 25 anni fa, è possibile una “teologia mondiale” che sia una teologia pluralista?

Per quanto il progetto di Smith sia stato criticato con forza nel corso di questi anni (…), credo fermamente che la sua proposta, resuscitata in questo libro, non sia solo valida ma urgente. Senza attenuare in alcun modo il profilo distintivo di ogni religione, credo che si possano trovare “caratteristiche di famiglia” in tutte le religioni, che possono offrire il fondamento per una teologia multi-fede, una teologia planetaria che metta da parte i proclami di superiorità di una religione sulle altre e convochi tutte le religioni a impegnarsi tra loro per il benessere di tutti gli esseri viventi e per il pianeta stesso.

Per giustificare la mia argomentazione, seguirò l’esempio dell’osservazione di Paul Tillich secondo cui, delle tre polarità proprie di tutte le religioni, il ruolo del “mistico” e dell’“etico-profetico” consiste nell’assicurare che la polarità “sacramentale” non assolutizzi se stessa cadendo così vittima del demoniaco.

Il mistico in tutte le religioni

Tutte le religioni riconoscono che, quale che sia la parola o l’immagine che esse usano per parlare di ciò che intendono o di ciò che hanno sperimentato, questa deve essere preceduta dall’aggettivo misterioso. Il Wakan Tanka dei Lakota: il Grande Misterioso. Le religioni, per loro stessa natura – e io aggiungerei per loro stessa auto descrizione – trattano del Mistero. Sono soprattutto i mistici a chiarirlo. (…).

Sia che i mistici parlino del contenuto della loro esperienza e utilizzino parole come Dio, Tao o Brahman, sia che vogliano soltanto parlare dell’esperienza stessa, e usino allora parole come Illuminazione, Vuoto o Nulla, tutti loro riconoscono che quello che stanno sperimentando è, al tempo stesso, reale e ineffabile. Per questo i mistici cristiani hanno parlato di Dio come del notum Ignotum, il conosciuto Sconosciuto. Al momento di conoscere qualcosa sul Mistero, sanno con ogni certezza che non potranno mai sapere tutto sullo stesso Mistero.

Alcune tradizioni religiose riconoscono meglio di altre la natura ineffabile, incomprensibile, di ciò di cui stanno trattando. Le religioni asiatiche sembrano avere una migliore tradizione di rispetto nei confronti del Mistero. Il taoismo ricorda che quanti parlano del Tao non sanno realmente di cosa stanno parlando. L’induismo consiglia di porre “neti, neti” – questo no, quello neppure – prima di qualunque cosa si dica dell’Assoluto. E i buddisti del Zen sono disposti a bruciare tutte le Scritture e anche ad uccidere il Buddha, prima di legarsi a un qualsiasi modo unico di parlare o di insegnare.

Ma anche le loquaci tradizioni abramiche, che hanno associato la Parola, Dabar, Logos – e anche qualche testo scritto – a Dio, hanno anch’esse ammesso, nei loro migliori momenti, che Dio non può essere catturato da parole. Per me, alcuni di questi migliori momenti sono stati il Concilio Lateranense IV, nel 1215, e il Concilio Vaticano I, nel 1875, quando il Magistero cattolico definì ufficialmente l’“incom-prensibilità di Dio”. Per noi cattolici è un dogma definito che Dio non possa mai essere definito (abbiamo avuto alcuni papi e teologi che sembrano averlo dimenticato).

Esiste una tensione evidente, se non una totale contraddizione, tra questo riconoscimento mistico del mistero in tutte le religioni e l’affermazione teologica della propria superiorità nella maggior parte delle religioni (…). Se il Mistero, per sua propria natura, non può essere conosciuto pienamente o adeguatamente o definitivamente o insuperabilmente, allora dobbiamo mettere in discussione, rinnovare o respingere in modo serio e creativo queste nostre teologie per le quali la nostra rivelazione, o il nostro salvatore o il nostro maestro è l’unico e definitivo cammino per conoscere il Grande Misterioso.

In altre parole, il linguaggio mistico riguardo al mistero oltrepassa il linguaggio teologico relativo alla superiorità di una religione. Nessuna parola, nessuna rivelazione può essere l’unica o ultima parola sul Mistero. C’è sempre qualcosa in più da attendere. (…).

Ma se l’esperienza del Grande Misterioso, di quello che è oltre ciò che possiamo conoscere, è nel cuore dell’espe-rienza religiosa, da dove sono uscite tutte queste espressioni di “unico”, di “totale e definitivo”, che inondano i testi sacri e liturgici? Questo, come alcuni professori sono soliti dire, è “argomento di un’altra conferenza”. Inizierei tale conferenza con un’osservazione di Ernst Troeltsch nel suo famoso libro The Absoluteness of Christianity. Egli ha indicato come, per le persone religiose, avere “pretese assolute” riguardo alla propria esperienza sia tanto naturale quanto ingenuo. Ciò perché quello che l’esperienza religiosa o mistica non può fare intellettualmente, lo fa invece esistenzialmente: giacché non può offrire alle nostri menti una conoscenza assoluta riguardo al Divino, propone allora rivendicazioni assolute ai nostri cuori.

Il messaggio di Gesù, gli insegnamenti di Buddha, le rivelazioni di Maometto – per quanto limitati o relativi o socialmente strutturati siano stati – sono capaci di cambiare le persone. La conversione o illuminazione è un’esperienza in cui la gente ricorre naturalmente a un linguaggio superlativo o assoluto (…).

Così, il linguaggio religioso è, come nota Krister Stendahl, un linguaggio confessionale o linguaggio d’amore. Emerge a fiotti, spontaneamente, con parole superlative ed escludenti. In situazioni di intimità, non basterà dire all’a-mante che è “grandioso/a”. Si dirà che è “il più grandioso/a”, l’“unico/a”. (…) Disonoriamo tale linguaggio religioso e ne abusiamo quando lo trasformiamo in linguaggio filosofico o teologico e lo usiamo per escludere o subordinare tutti gli altri personaggi religiosi. (…).

Il profetico in tutte le religioni

Se i mistici ci ricordano che non possiamo mai conoscere pienamente e definitivamente il Divino o il Grande Misterioso, i profeti da parte loro ci assicurano che non è necessario conoscerlo. (…). Per quanto si debba stare attenti a fare distinzioni troppo chiare tra mistici e profeti (credo siano realmente i due capi della stessa corda, di modo che se si scava in un profeta si incontrerà un mistico), anche così le distinzioni sono valide. I profeti sono degli inviati di Dio che (…) continuano a ricordarci che, se le nostre “esperienze mistiche” di Dio o la nostra illuminazione non vengono vissute nella nostra vita quotidiana e non ci portano in qualche modo al benessere degli altri, esse sono incomplete, se pure esistono. L’esperienza mistica che conduce alla trasformazione personale deve anche includere o portare alla trasformazione sociale o comunitaria.

Traducendo il messaggio dei profeti nel linguaggio della filosofia della religione, secondo John Hick, se l’esperienza religiosa non include un cambiamento dall’egocentrismo all’altruismo, probabilmente non è autentica. O, in termini teologici, l’esperienza probabilmente non è fedele al messaggio originale del fondatore o della tradizione. (…).

Per questo, per Gesù i due comandamenti principali sono solo due forme di osservare un solo comandamento: non puoi amare Dio se non ami il tuo prossimo. Per questo, per Buddha, se il tuo prajna (saggezza) non sta producendo karuna (compassione), non hai prajna. E per questo, per Maometto, conoscere Allah è fare giustizia. (…). Mi avventuro in questa modesta meta-intenzione: secondo i profeti, all’interno delle diverse tradizioni religiose, siano abramiche, asiatiche o primitive, è molto più importante “fare” fedelmente la verità che “conoscerla” pienamente. Per quanto l’orto-prassi e l’ortodossia siano intimamente connesse, i profeti rivendicano una certa priorità dell’ortoprassi.

E se mi si permette un’aggiunta filosofica, credo che tale priorità sia al tempo stesso epistemologica e ontologica. È proprio facendo la verità il meglio che sappiamo e il meglio che possiamo che arriviamo a conoscerla sempre più adeguatamente. Ed è facendo la verità meglio che sappiamo, in comunità con altri e con il Mistero Santo, che “crediamo” o portiamo avanti la verità. È vivendo la verità che la verità diventa reale – come indicato dagli scolastici – quoad nos et quoad se: tanto nella nostra comprensione come nella realtà.

Quale che sia il valore di tali riflessioni filosofiche, è chiaro che quanti svolgono questo ruolo etico di profeti nelle diverse religioni non solo permettono ma spingono i loro correligionari a rinunciare a pretese di superiorità, perché è molto più importante e urgente mettere in pratica il messaggio di Gesù (o di Maometto o di Buddha o di Krishna) che intendere tale messaggio come l’unica e definitiva via di salvezza. Di fatto, non è necessario essere sicuri che Gesù sia l’“unico cammino” per impegnarci pienamente a camminare per questo cammino. Effettivamente, spendere energia e tempo per cercare di convincerci e di convincere altri del fatto che Gesù sia l’unico o il migliore può diventare una distrazione o una scusa per non seguire Gesù nel duro lavoro di amare il nostro prossimo e di trasformare questo nostro mondo. Insistere sul fatto che “il nostro è il meglio” è, lo credo fermamente, un impedimento per “fare il meglio che possiamo fare”. (…).

“Qui il Santo Corano ci offre un consiglio sensato e realista: ‘Se Allah lo avesse voluto, vi avrebbe creato come una sola comunità, ma non lo ha fatto per mettervi alla prova in ciò che vi ha concesso; pertanto, competete nel fare opere buone. Tutti voi tornerete a Dio ed Egli vi rivelerà la verità su quanto state disputando’” (5:48).

Allora, le nostre preoccupazioni su quale religione sia la migliore possiamo riporle sullo scaffale della Escatologia. Se una volta si dovrà rispondere a queste domande, sarà più tardi, non può essere ora. Ora dobbiamo parlare insieme, camminare insieme, agire insieme e insieme “competere nel fare opere buone”.

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