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Punire o prevenire?

di Giovanni Franzoni, cdb San Paolo – Roma
da Confronti n. 4 , Aprile 2010

Una delle tante parole disattese dalle Chiese, benché appartenenti al messaggio evangelico, è quella che riguarda lo scandalo: è bene che emerga, ma guai a coloro che lo provocano (Matteo, capitolo 18). Le Chiese, invece, spesso preoccupate più della loro immagine che della fedeltà alla parola di Gesù, preferiscono occultare lo scandalo per conservare la fiducia e il consenso dei fedeli e per non danneggiare le proprie istituzioni: scuole, opere benefiche… Questa prassi ecclesiastica diviene particolarmente dannosa e perversa quando l’occultamento dell’operare abusivo di ministri del culto si sostituisce a una vera e propria prevenzione. Ci si accontenta di spostare una persona da un luogo all’altro ma non si focalizza mai l’attenzione sui metodi educativi che potrebbero sconsigliare all’origine una determinata vocazione o un determinato impegno sociale in cui la persona può essere soggetta a pulsioni irrefrenabili.

È chiaro che sto alludendo ai recenti scandali provocati da preti e religiosi cattolici con tendenze alla pedofilia, che hanno invaso le cronache giudiziarie negli Stati Uniti, in Irlanda, in Italia e adesso in Germania, e che sono latenti e perciò anche più pericolosi perché favoriscono la latitanza anche in altre regioni. Emergano gli scandali! Ma non sarebbe meglio prevenirli? È sufficiente, nell’iter di un candidato al sacerdozio o alla vita religiosa, la formazione tradizionale all’obbedienza, alla sobrietà e alla castità? O non sarebbe forse opportuno indagare nel profondo del candidato invece che accontentarsi di raccomandazioni alla preghiera e alla meditazione della vita dei santi? A questo interrogativo si era cercato di rispondere negli anni immediatamente seguenti al Concilio Vaticano II, sull’onda di uno spirito di rinnovamento e di fiducia anche nei metodi che offriva l’esperienza laica.

La diocesi di Cuernavaca, in Messico, era allora guidata da un vescovo intelligente e aperto all’ipotesi di utilizzare percorsi antropologici come la psicanalisi (vedi Leticia Rentería Chávez e Giulio Girardi [a cura di], Don Sergio Méndez Arceo, patriarca de la solidaridad liberadora, Ediciones Dabar, Messico 2000, pag. 154). Nell’ambito della pastorale di Méndez Arceo, oltre al noto centro di formazione per preti destinati al ministero in America Latina diretto da Ivan Illich, crebbe anche l’esperienza benedettina di dom Grégoire Lemercier, priore del monastero locale, che affiancava alla formazione tradizionale dei giovani, affidata al maestro dei novizi, una pratica di psicanalisi. Questo provocò vivaci reazioni del nunzio apostolico, anche perché tutto era affidato ad una psicanalista donna. Ero, allora, abate di san Paolo fuori le mura a Roma e un giorno accompagnai a Farfa (Rieti) l’abate primate della Confederazione benedettina, dom Benno Gut. Egli mi confidò: «Si fa tanto rumore circa la pratica di dom Lemercier, ma io vorrei dirle che è vero che la metà dei novizi se ne va, ma è anche vero che, pur visitando decine di comunità monastiche, raramente ho trovato una comunità così tranquilla e ordinata come quella di Cuernavaca».

Ebbene, nel giro di un anno, quella comunità fu soppressa, i monaci dispersi e Lemercier escluso; la Confederazione dei benedettini nulla poté fare per difenderlo dalle ire, nella Curia romana, della Congregazione dei religiosi. Nel frattempo a Benno Gut era succeduto nel primaziato Rembert Weakland, forse meno convinto della bontà della pratica di Lemercier a Cuernavaca. Ripensando a quella vicenda, debbo oggi dire che una grande opportunità di esperienza fu allora perduta. Cambierà la situazione, adesso, dopo la lettera pastorale che Benedetto XVI ha scritto, il 19 marzo, ai cattolici d’Irlanda? Il testo trabocca di parole forti: «sgomento », «senso di tradimento»; ai sacerdoti colpevoli dice: «Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti ». E ai vescovi: «Alcuni di voi e dei vostri predecessori avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi».

Se (se) il riferimento a «tribunali debitamente costituiti » stabilisce l’obbligo, per i vescovi, di denunciare alla giustizia civile i preti colpevoli, si tratta di una novità. Infatti, nel documento emanato nel 2001 dalla Congregazione per la dottrina della fede (il cui prefetto era il cardinale Joseph Ratzinger, e il segretario monsignor Tarcisio Bertone), e che toccava anche il citato «delitto », si ignorava questo dovere: i panni sporchi – questo il tremendo sottinteso – si lavano in casa (cioè: in Chiesa). Ma la «lettera» si limita a parlare dell’Irlanda, e tace su quanto accaduto, pochi anni fa, negli Stati Uniti d’America o in Austria, e, negli ultimi mesi, in Germania: perché? Inoltre, essa non fa alcuna analisi (o ne fa una di comodo, attribuendo responsabilità alla secolarizzazione o ad una non corretta interpretazione del Concilio Vaticano II) delle storture strutturali e disciplinari che, nella Chiesa romana, facilitano i denunciati «tradimenti». Ma, bypassando l’analisi, seppure scomoda, si interviene solo quando ormai l’abuso – e il danno conseguente – è già avvenuto.

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