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Gerusalemme tra Usa e Israele?

di Eugenio Roscini Vitali
da www.altrenotizie.org

«La costruzione di abitazioni a Gerusalemme est continuerà nella stessa maniera in cui è andata avanti negli ultimi 42 anni». Così aveva detto Benjamin Netanyahu ai deputati del Likud solo una settimana prima dell’incontro con il presidente americano Barak Obama, forte del fatto che fino ad ora e stata questa la linea seguita dai governi israeliani che si sono succeduti alla guida del Paese dalla fine della guerra del ’67. Israele potrà sempre contare sull’appoggio delle grandi lobby statunitensi filo-ebraiche: dall’Anti Defamation League (Adl), l’organizzazione che a livello mondiale lotta contro i movimenti antiebraici, all’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), il potente gruppo di potere fondato nel 1953, che durante l’ultima conferenza di Washington ha confermato il suo pieno appoggio alla politica degli insediamenti portata avanti dalla destra israeliana in Cisgiordania.

Mantenere le conquiste fatte nella Guerra dei sei giorni; incrementare l’urbanizzazione e la costruzione di alloggi nella cintura metropolitana di Gerusalemme est; tagliare definitivamente fuori dal resto della Cisgiordania i quartieri arabi della capitale; impedire la spartizione della capitale. Sono questi gli obiettivi dichiarati del governo israeliano che al tempo stesso però riconosce la necessità palestinese di avere una sua identità nazionale. Una situazione contraddittoria che non sembra mettere in alcun imbarazzo il primo ministro dello Stato ebraico, neanche di fronte alle pressioni dell’amministrazione americana e a una crisi che lo stesso ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, ha definito “di proporzioni storiche, la peggiore dal 1975”.

In realtà il rapporto tra i due grandi alleati non sembra destinato a cambiare: non è accaduto neanche il 10 marzo scorso quando, in occasione della visita del vice presidente americano Joe Biden, le autorità israeliane hanno annunciato la realizzazione di 1.600 nuove case che entro 2013 dovrebbero essere costruite al di là della linea verde, nel quartiere ultra-ortodosso di Ramat Shlomo. Tanto meno appare credibile come Washington e Gerusalemme possano interrompere una relazione che dura ormai da oltre mezzo secolo per un centinaio di appartamenti che, entro breve, verranno edificati al posto dello Shepherd Hotel, il complesso alberghiero che sorge a poche centinaia di metri dall’Orient House, luogo ritenuto storico dai palestinesi e sede negli anni ottanta dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Risale alla scorsa estate la decisione di demolizione dello Shepherd Hotel ed anche allora la neo-eletta amministrazione Obama cercò di far valere le ragioni della politica internazionale agli interessi israeliani in Cisgiordania. In quella occasione il Dipartimento di Stato americano convocò l’ambasciatore israeliano negli Usa per esprimere il disappunto della Casa Bianca e per chiedere allo Stato ebraico di bloccare la costruzione di nuovo complesso residenziale a Gerusalemme est. Ma la risposta di Netanyahu fu chiarissima: «La nostra sovranità sulla città non può essere messa in discussione; questa è la politica adatta per una città che voglia dirsi aperta e non chiusa. Posso solo immaginare cosa sarebbe accaduto se fosse stato chiesto agli ebrei di non acquistare delle case a Londra o a New York. Ci sarebbe stato un biasimo internazionale».

A quasi dodici mesi di distanza la politica di Netanyahu non sembra cambiata e nemmeno la recente visita negli Usa e le pressioni di Obama sembrano aver ammorbidito la posizione israeliana sulla demolizione del Shepherd Hotel. Dopo una riunione con il gabinetto di sicurezza, che comprende i sette ministri più importanti, il capo della coalizione di destra che dal 31 marzo 2009 governa il Paese, ha infatti ribadito che «a Gerusalemme non ci sono limitazioni al diritto di proprietà. Arabi ed ebrei possono comprare e vendere liberamente le proprietà private e le case, questa è la realtà delle cose». E ad affermare l’esclusività ebraica di Gerusalemme e la ferma intenzione di costruire di nuovi alloggi a ridosso del quartiere arabo di Sheik Jarrah non è solo il governo: a fianco del primo ministro c’è il sindaco della capitale, Nir Barkat, che punta ad interrompere la continuità territoriale palestinese, ed Elisha Peleg, consigliere e braccio politico del Likud all’interno dell’amministrazione locale, che giorno dopo giorno verifica e sostiene il comitato distrettuale di Gerusalemme nella pianificazione, costruzione ed acquisto degli alloggi nei quartieri arabi ad est della linea verde.

Per il portavoce della Casa Bianca, Tommy Vietor, la politica portata avanti dall’amministrazione ebraica a Gerusalemme est non può che portare alla distruzione del processo di pace mediorientale ed è per questo che sul caso “Shepherd Hotel” la Casa Bianca ha subito preso le distanze dal governo israeliano. Ma dall’altra parte dell’Oceano non tutti la pensano così: secondo il quotidiano Haaretz, alcuni giorni dopo l’incontro di Washington, che ha visto di fronte Barak Obama e Benjamin Netanyahu, il Generale David Petraeus, comandante in capo del Comando Centrale americano, si sarebbe messo in contatto con la sua controparte israeliana, il Generale Gabi Ashkenazi.

Durante il colloquio, il Generale Petraeus avrebbe chiarito la sua posizione nei riguardi di Israele, correggendo il tiro su quanto riportato nel report di 56 pagine pubblicato recentemente dallo stesso Comando Centrale e confermando il suo appoggio al Paese alleato. Nel rapporto si ritiene che il perdurare delle ostilità tra Israele e i paesi confinanti metterebbe in pericolo gli interessi Usa in Medio Oriente, ma secondo l’architetto delle strategie militari americane in Medio Oriente, che all’inizio di marzo aveva ammonito il Pentagono circa le relazioni con Israele definandole «importanti ma non quanto la vita dei soldati americani», si tratterebbe solo di una percezione.

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