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Il mercato della guerra

di Giuseppe Zaccagni
da www.altrenotizie.org

Non c’è crisi per le armi. Si spara e si vende in uno scenario di eventi traumatici e i dati che arrivano da questo mercato della morte sono sempre più impressionanti. Da Stoccolma, l’Istituto internazionale per le ricerche sulla pace (Sipri) diffonde un rapporto in merito, nel quale si sottolinea che la vendita di armi a livello globale è cresciuta del 22 per cento rispetto al periodo 2000-2004, mentre in America del Sud l’incremento è stato del 150 per cento. Nel Sud est asiatico la crescita del volume è “drammatica” e l’acquisto di aerei e navi da guerra nella regione “potrebbe mandare in fumo i decennali sforzi per la pace”. Rispetto al 2000, le importazioni – ed è questo un altro dato significativo – hanno registrato un’impennata del 722 per cento in Malaysia, del 146 per cento a Singapore, dell’84 per cento in Indonesia. Singapore è così il primo paese dell’Asean a essere annoverato nella classifica dei primi dieci importatori dalla fine della guerra in Vietnam, nel 1975.

Anche l’Europa si mette in grande evidenza con la Grecia che, pur attraversando una drammatica crisi economica, rimane saldamente tra i cinque maggiori importatori mondiali, in particolare per l’acquisto di 26 caccia F-16 dagli Stati Uniti e 25 aerei da combattimento Mirage dalla Francia: un contratto che pesa per il 38 per cento sul totale degli investimenti nel settore armamenti del governo di Atene. Intanto proprio agli aerei da combattimento il Sipri dedica un capitolo specifico della sua indagine. Risulta che sono le “armi” che fanno la parte del leone sul mercato, rappresentando il 27 per cento sul volume totale mondiale. Un dato che, segnala l’Istituto internazionale, dimostra “una preoccupante corsa al riarmo” che non fa che aumentare in modo decisivo la competizione tra i Paesi.

Nel quinquennio in esame le nazioni “ricche di risorse naturali hanno acquistato una quantità considerevole di aerei da guerra a prezzi molto elevati”. A livello regionale, restano in testa per volume di importazioni Asia e Oceania (41 per cento), seguite da Europa (24 per cento), Medio Oriente (17 per cento), America (11 per cento) e Africa (7 per cento). E i pronostici sono tutti in salita. Sul fronte dell’offerta, gli Stati Uniti restano padroni del settore con il 30 per cento delle esportazioni, la gran parte delle quali rivolte alla Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti e Israele. Alle spalle degli Stati Uniti la Russia, con il 23 per cento del mercato mondiale, e un export rivolto in particolare all’Asia e all’Oceania (che assorbono da sole il 69 per cento dell’offerta russa), ma anche India (Mosca ha venduto a New Delhi 82 aerei Su-30) e Algeria (28 caccia Su-30). In particolare, nella recente visita in India del premier russo, Vladimir Putin, sono stati siglati accordi per nuove forniture militari per 1,5 miliardi di dollari e l’intesa per l’ammodernamento (2,3 miliardi di dollari) della portaerei “Admiral Gorshkov”, che sarà consegnata all’India nel 2013. Notevoli, quindi, i crescenti impegni fuori area.

La Russia fornisce l’89 per cento delle armi acquistate dalla Cina. Al terzo posto si piazza la Germania, che ha visto incrementare il proprio export del 100 per cento rispetto al 2000-2004, passando da una quota del 6 per cento sul mercato mondiale all’attuale 11 per cento. I carri armati tedeschi sono particolarmente apprezzati e nel periodo preso in esame Berlino ha piazzato 1.700 veicoli corazzati in 21 Paesi, la gran parte dei quali europei. Al quarto posto la Francia, con un incremento del 30 per cento, che vende soprattutto gli aerei Mirage ma anche la tecnologia utile per i sottomarini nucleari. In controtendenza, al quinto posto, la Gran Bretagna che ha visto una flessione del 13 per cento nelle esportazioni, destinate in particolare a India e Arabia Saudita.

Tutto questo mentre ristagna il varo di un trattato internazionale sul commercio e sul traffico delle armi leggere. E questo nonostante che in questo settore si sia registrato – nel primo anno di presidenza di Barack Obama – un mutamento della politica statunitense. C’è in merito una analisi pubblicata dal Center for American Progress, istituto indipendente dai partiti. Nel documento si afferma che “con la presidenza Obama gli Stati Uniti hanno dimostrato la volontà di contribuire a elaborare un trattato sulle armi leggere”. Lo scorso 30 ottobre, infatti, gli Stati Uniti si sono espressi a favore della risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che fissa il 2012 come scadenza per l’adozione del Trattato sul commercio di armi (Att).

Nel documento si ricorda altresì che la diffusione delle armi leggere rappresenta una minaccia non solo per le società, ma anche per programmi di sviluppo e altre forme di assistenza agli Stati non in grado di controllare il territorio in modo efficace. La tesi di fondo dell’analisi dell’istituto statunitense è che ricreare le condizioni per uno sviluppo sostenibile in un ambiente dove le armi sono molto diffuse è un compito estremamente difficile, per assolvere il quale il governo di Washington potrebbe rivelarsi decisivo. Secondo il Center for American Progress, la nuova linea di Obama dovrà tradursi in impegni concreti sul piano sia della legislazione nazionale sia del negoziato internazionale. “Controlli sulle esportazioni e valutazioni attente dei consumatori finali sono importanti”, si sostiene nell’analisi. Ma è altrettanto importante assicurarsi che le armi in eccedenza, obsolete e potenzialmente destabilizzanti, siano tolte dalla circolazione. Sono queste le armi spesso utilizzate nei conflitti brutali di Paesi come la Colombia, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, lo Sri Lanka o la Somalia”. L’equilibrio planetario è, quindi, in pericolo.

Secondo le stime del Center for American Progress, oggi nel mondo ci sono circa 875 milioni di armi leggere, appena un terzo delle quali nelle mani di forze dell’ordine o di sicurezza riconosciute da un punto di vista legale. L’istituto statunitense porta a esempio il caso della Somalia, che nonostante numerose conferenze di pace e aiuti per miliardi di dollari, resta da vent’anni ostaggio della guerra civile in un mare di turbolenze. In Africa- come evidenziano le analisi delle diplomazie mondiali – le guerre civili sono cominciate subito dopo l’indipendenza dai Paesi colonizzatori, ma hanno avuto una vera e propria esplosione dopo il 1989, quando si sono ridotte le truppe e di conseguenza anche gli arsenali alle frontiere dell’ex guerra fredda. In proposito ricordiamo che sedici governi africani sottoscrissero dodici anni fa una moratoria su importazione, esportazione e produzione di armi leggere. Rispettare oggi un simile accordo è di fatto impossibile, indipendentemente dalla credibilità di quei governi, in assenza di strumenti di controllo internazionale per rintracciare le origini di ogni singola arma.

C’è anche da dir che negli ultimi anni, lo sviluppo dell’industria locale degli armamenti in alcuni Paesi, soprattutto in Sud Africa, ha complicato ancora di più la questione. Tuttavia, il grosso resta d’origine extra africana. Nel 2001, l’Onu aveva adottato un piano per fermarne il commercio illecito, quello poi sfociato appunto nell’Att. Peraltro, secondo tutte le indagini internazionali – basti citare quelle dell’International Peace Research Institute di Stoccolma – risulta che i principali produttori di armi (tutte, non solo quelle leggere) sono, Gemania, Stati Uniti, Russia, Francia e Cina. Paesi tutti che hanno responsabilità planetarie. Ed è chiaro che non è così. Di conseguenza, con questa impennata del mercato delle armi la geopolitica è destinata a subire mutamenti molto profondi. E tutti di segno negativo.

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