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Anatomia di un’assenza

da http://femminismo-a-sud.noblogs.org

Condividiamo una splendida mail che abbiamo ricevuto. La sua autrice vuole restare anonima. La abbracciamo. Fortissimo.

I GIARDINI DI MARZO

Ricordo bene quei giorni di marzo, la luce era brillante e l’aria fresca come lo è ora: anche allora infatti si era all’inizio della primavera. Per me era anche di più, dal momento che il risveglio della natura coincideva miracolosamente con l’inizio di un nuovo amore, un amore in cui mi ero buttata a capofitto con tutta me stessa. Ricordo la passione di quei giorni, il desiderio di vedersi continuo e di stringersi e di sentirsi vivi e felici. Ricordo una mattina dalla luce abbacinante e una piccola perdita di sangue, scambiata nella mia inesperienza per un evento senza importanza … e ricordo 15 giorni dopo, nel bagno dei miei genitori: una striscia blu dove non doveva esserci, dove non c’era mai stata prima e dove non sarebbe mai più stata poi. Ricordo che da quel giorno, da quel momento, nulla è stato più lo stesso.

Ho pianto tanto. Sono salita in macchina e sono corsa da lui, in cerca d’ aiuto, perché mi sembrava di essere in caduta libera nel vuoto, e cercavo disperatamente un appiglio … lui quel giorno si è dimostrato calmo, anche se probabilmente non lo era affatto, ma in quel momento la sua calma mi è bastata per non farmi prendere dalla vertigine. La sera stessa e le sere successive tornando a casa e guardando i miei genitori tutto sembrava uguale: mia madre cucinava, il telegiornale acceso, le solite chiacchiere e i soliti silenzi … ma nulla per me era uguale a prima. Una sera, dopo qualche giorno, mentre ero chiusa in camera al buio a piangere, mia madre è entrata e mi ha chiesto cosa non andasse: si era accorta già da tempo che nascondevo qualcosa. Le ho raccontato piena di paura quello che stava succedendo: mia madre era famosa per le sue sfuriate, e temevo la solita reazione … non fu così. Con una voce calma, glaciale, falsamente rassicurante mi disse: “non ti preoccupare: risolveremo anche questo problema”, e io sebbene stordita dal dolore e dalle emozioni, capii che forse sarebbe stato meglio se si fosse messa a urlare e strepitare … mi disse anche di non parlarne con mio padre: tutto doveva rimanere segreto, altrimenti chissà cosa sarebbe capitato! Parlando di mio padre -una persona che non mi ha mai alzato le mani addosso – disse che se lo avesse saputo mi avrebbe ammazzato. E dire che non ero più una bambina, stavo preparando la tesi di laurea, e molte ragazze ci erano passate pur essendo ben più giovani di me.

MAGGIO E’ IL MESE PIU’ CRUDELE

Dopo quella sera, i ricordi si fanno confusi e si accavallano senza ordine, in una fiera di immagini che turbinano nella mia mente come un caleidoscopio: la visita dal ginecologo “immagino non lo vorrai tenere” domanda rivolta a me guardando mia madre, “vedrai, il giorno dopo sarai come nuova!” – bugia!La madre di lui, che per rassicurarci ci racconta di aver preso la stessa decisione prima di avere il suo unico adorato figlio, senza rimpianti – si, vorrei dire, ma l’hai presa tu, non qualcun altro per te! La prenotazione all’ospedale di fronte ad un ragazzo giovane che non mi guardava nemmeno in faccia, e la consapevolezza che il conto alla rovescia era ormai cominciato. Infinite sere a parlare con lui – ma siamo sicuri di quello che stiamo facendo, potremmo provarci, forse no, forse si … e tra un colloquio con questo e uno con quello, con ognuno che diceva la propria e nessuno che mi chiedeva “ma tu, cosa vuoi davvero?”, tra momenti bellissimi in cui sentivamo di potercela e volercela fare e altri terribili dove ci sentivamo persi in un mondo troppo grande, due mesi sono volati e maggio, uno dei miei mesi preferiti, è arrivato.. e con maggio una data che non dimenticherò mai, finché vivo.

Tutto era stato deciso alla fine: non da me, però, che mi sentivo come un agnello trascinato a calci e urla al macello. La domenica ho preso le mie cose, ho salutato i miei con un sorriso di facciata – “ciao papà, vado al mare …”. Come avrei voluto allora che mio padre mi aiutasse, ma per paura della sua reazione gli avevo nascosto tutto. Ma lui, in quei due mesi, davvero non si era accorto di nulla? Davvero non mi vedeva con gli occhi tristi, davvero non mi sentiva piangere nella mia camera o solamente non voleva vedere né sentire, difendendosi da ciò che lo turbava come ha sempre fatto, ignorandolo?

Sono andata a casa di lui. Quella notte non ho chiuso occhio: lui di fianco a me respirava piano e in maniera regolare … dormiva. Io ho contato le ore e i minuti, e una volta per tutte ho capito come si sentono i condannati a morte … le campane della chiesa lì vicino battevano inesorabili le ore, e io mi immaginavo di poterle afferrare quelle ore, e fermarle, e non farle più andare avanti finché non avessi trovato una soluzione diversa, la soluzione giusta per me: anche se in quel momento non sapevo quale fosse … ma non c’era modo purtroppo, le ore passavano, io piangevo e mi sentivo sola, come non mi sono mai sentita nella mia vita.

Ricordo quella mattina. Era molto presto e l’aria era pungente e fredda. Siamo saliti in macchina in silenzio, e mentre andavamo verso l’ospedale, guardavo la città svegliarsi … avrei dato qualsiasi cosa per essere il giornalaio che stava tirando su la serranda e disponeva i quotidiani, o il panettiere già sveglio da ore o l’operaio assonnato sulla sua bicicletta che andava al solito infernale posto di lavoro … perché quella mattina avrei dato qualsiasi cosa per essere chiunque altro, ma non io. Tutto mi sembrava così vivo fuori di me, tutto sembrava così morto dentro di me. Siamo arrivati di fronte all’ospedale, con i suoi profili di pietra imponenti e i parcheggiatori abusivi già pronti … sono scesa, lui ha parcheggiato e mi ha raggiunto: siamo entrati e abbiamo chiesto dove dovessimo andare, con le facce spaventate. Il portiere scontroso ci ha comunicato il piano, e subito dopo ha detto a lui: “lei non può entrare, la signora deve andare DA SOLA”. Ho sgranato gli occhi, e di nuovo ho sentito la vertigine. Perché non poteva accompagnarmi fino alla mia camera? Perché dovevo avviarmi da sola verso qualcosa di ignoto e che mi spaventava tanto? Lui non si è opposto, mi ha fissato con occhi liquidi e vuoti, mi ha abbracciato e mi ha guardato salire sull’ascensore.

DEAD WOMAN WALKING

Terzo piano: cammino lungo un corridoio come un automa. Il reparto si trova al fondo, nascosto alla vista delle persone perbene … Per arrivare al reparto delle paria, delle senza casta, prima devi attraversare un altro reparto, infinito, pieno di donne che hanno appena partorito, vederle sonnecchiare felici con i loro bimbi sul petto, come se a te, brutta schifosa assassina, non te ne fregasse nulla, come se tu non provassi niente … o forse, un po’ sadicamente, sapendo che tu provi qualcosa, per farti capire da subito che se non puoi, o non sai, o non te la senti di tenere un bambino fai schifo, e allora ti facciamo vedere cosa ti perdi, stronza.

Arrivo nella sala d’attesa del reparto, ci sono già diverse donne … alcune italiane, altre straniere, alcune giovanissime, altre più grandi. Scopro di non essere sola, sono lì tra ragazze del liceo, prostitute e madri di famiglia. Nell’attesa, intrise di nervosismo, si comincia a parlare … qualcuna resta in silenzio, ma la maggior parte parla, e cerca conforto di fronte a qualcosa che fa paura. Ricordo ancora le storie: una casalinga madre di tre figli che, scoperto di essere incinta nuovamente aveva ricevuto l’aut aut dal marito che non voleva sobbarcarsi un’altra bocca da sfamare … una giovane, dolce e bellissima liceale serena e quasi incosciente, raccontava di essere rimasta incinta durante un week end passato in montagna con un compagno … lui non aveva voluto usare il preservativo, lei aveva accettato di far l’amore così, con la leggerezza della sua età. Disse in particolare che lei l’avrebbe anche tenuto, ma il compagno si era subito tirato indietro e anzi le aveva detto che non si sarebbe mai interessato del bambino, e lei si era spaventata. Le prostitute stavano in silenzio, i visi tesi e contratti e molto, molto infelici.

Io ascoltavo tutto, senza parlare. Mi sembrava di essere in un sogno, dal quale mi sarei svegliata presto. Ad un tratto una ragazza, seduta tra di noi, capelli corti e un ciondolo a cui subito non prestai attenzione, si mise a parlare con noncuranza … diceva cose un po’ diverse, chiedeva se per caso non ci potessimo ripensare, parlava di quelle vite, di un dio che le amava e le aveva volute … io nel mio stato di stupore non mi ero resa conto subito di chi si trattasse: ma guardandola meglio, e guardando il ciondolo che aveva al collo, un tao, capii di trovarmi di fronte ad una persona che era lì non per abortire, ma per insinuarsi come una serpe in mezzo a donne angosciate, sole e sofferenti per instillare l’ennesimo dubbio dei mille che già sicuramente le avevano tormentate negli ultimi mesi.

Non doveva essere la prima volta che ci provava, dato che un infermiera, la prima che si è presentata quella mattina, appena l’ha vista le ha intimato di andarsene.

Dopo siamo state assegnate alle nostre stanze, ci hanno detto di metterci in camicia da notte ed è iniziata l’attesa.

Le tappe erano due: la prima in una stanza dove ad ognuna veniva somministrato un farmaco che aiuta la dilatazione, e poi a piccoli gruppi si veniva accompagnate alla sala operatoria. Il ginecologo che doveva occuparsi di me quella mattina era in ritardo, e io vidi così andare e venire tante di quelle donne: andavano sulle proprie gambe e tornavano su barelle, alcune semiaddormentate, altre già sveglie … una mi colpì particolarmente, era una giovane prostituta nigeriana, la vidi passare e piangere singhiozzando. Chiesi ad una ragazza slava che stava in stanza con lei come mai piangesse e lei mi rispose che gli infermieri l’avevano insultata e derisa, dandole senza troppi complimenti della puttana. Così, confortandosi l’una con l’altra, le ore passavano: la mia tensione era ormai alle stelle e davvero sarei voluta scappare, quand’ecco ho sentito chiamare il mio nome. Seguiamo un infermiera in un corridoio stretto, poi su un ascensore. Arriviamo nella sala d’attesa preoperatoria, ci danno una cuffietta di plastica per i capelli e quelle per coprire le ciabatte e ci dicono di attendere di essere chiamate. Fa molto freddo, e siamo tutte abbastanza malmesse, è strano che anche in momenti come quelli si pensi alle cose più assurde, quali ad esempio il proprio aspetto. Non parliamo più, il silenzio è calato sulle nostre paure, sulle nostre labbra serrate. Io mi auguro di non dover aspettare molto lì dentro, mi sembra di essere nell’anticamera del mio inferno personale … fortunatamente il primo nome che sento chiamare è il mio. Entro nella sala operatoria con le mie gambe, è davvero brutta come la descrivono, io non c’ero mai entrata prima. Fa molto freddo, e le persone che sono lì, coperte dalle mascherine, parlano del più e del meno ignorandomi, mentre a me sembra di essere infine giunta al patibolo. Finalmente, dopo attimi eterni, mi dicono di sedermi sul lettino … è quello del ginecologo su cui mi sono seduta già tante volte, ma non è bello dover stare lì, a gambe spalancate, di fronte a tutti quegli sconosciuti! Come se non bastasse ho una paura tremenda, faccio la finta rilassata scambiando qualche battuta con l’anestesista – gli intimo di essere pronto a “prendermi per i capelli”! – lui si fa una risata e mi dice di contare da 10 a 1, io arrivo fino a 7 e poi tutto diventa caldo, morbido, sereno …

RISVEGLI

Le prime cose che sento: il freddo, con la pelle che si accappona, e con le orecchie il suono di un monitor elettrocardiografico … la prima cosa che penso è “sono viva!”, e sono così felice! Un infermiere – forse lo stesso che ha insultato prima la prostituta? – mi dice “buongiorno, dormito bene? Adesso andiamo in camera”, e che lo dica ironicamente o per davvero, a me quasi commuove sentire forse la prima parola gentile.

In camera le ragazze che erano già passate prima, e quindi sveglie da un po’, si accalcano intorno al mio letto: vogliono sapere come sto, come mi sento … la liceale è già pimpante e serena come prima, la madre di famiglia ancora un po’ provata ma tranquilla … io mi sento debole e vorrei solo dormire, perciò rispondo con poche parole e rimango sospesa tra la coscienza e l’incoscienza ancora per un po’.

Mi sveglio, dopo un tempo indefinito, perché mi sento bagnata… alzo la camicia da notte e vedo che ho una specie di enorme pannolone: mi vergogno un po’, mi sembra quasi di essere tornata piccola. Decido di andare in bagno, anche se non so cosa mi aspetta, e sono inquieta: quando mi siedo per fare la pipì vedo così tanto sangue uscire da me che mi spavento da morire, allora esco dal bagno e chiedo alle altre, e mi dicono che è normale, ma che a breve passerà un’infermiera a darci un farmaco per aiutare le contrazioni dell’utero che avrebbero arrestato anche la perdita di sangue. Nel frattempo il mio sangue sporca anche la camicia da notte, e non andrà più via.

Alla fine eccola: l’infermiera, burbera e indelicata, ci infilza con la siringa – quasi mi pare lo faccia apposta – ma quasi non mi importa: io aspetto trepidante l’ora delle visite perchè non voglio più stare sola, voglio vedere lui … la prima persona che viene da me però non è lui, ma mia madre.

Forse è preoccupata, ma ha l’aria sollevata … pensa sicuramente che ora il problema è risolto. Io la guardo, altre volte, in altre occasioni mi sarei raggomitolata nel suo abbraccio, avrei desiderato solo lei. Ora però non è così, e non so ancora, non sono ancora consapevole che non lo sarà mai più.

Poi arriva lui, io ho fame e lui mi porge un panino … ma quanto è buono un panino al formaggio quando hai avuto paura da morire … nessuno te lo può spiegare.

Vorrei solo andarmene, ma bisogna restare in osservazione ancora un po’… ad un tratto non mi sento bene, chiedo aiuto a mia madre e lei cerca un’infermiera … ma non la vedo preoccupata, anzi quasi stizzita, una complicazione non è quello che ci vuole ora. Mi dicono che se voglio posso restare lì per la notte, ma io vorrei solo dimenticare quel posto, quelle facce, quelle stanze e perciò rifiuto, con evidente sollievo di mia madre. Va un po’ meglio, e quindi mi comunicano che posso andarmene. Mi rivesto e lei mi accompagna fino all’uscita dove c’è lui … mentre salgo nella macchina del mio compagno, lei mi dice che andrà a prendere le medicine che servono in farmacia e me le porterà a casa di lui. Quando poi mi raggiunge a casa vorrei tanto che si fermasse un po’ con me, ma è visibilmente a disagio e vuole andarsene … mentre si chiude la porta alle spalle mi invita a chiamare mio padre per dargli mie notizie … e così faccio.

Mio padre risponde al telefono: sentire la sua voce mi fa venire le lacrime agli occhi! Quanto vorrei dirgli quello che è successo, ma invece reprimo ancora una volta le mie emozioni e mi metto a chiacchierare come nulla fosse … lui mi chiede com’è il mare? E io, reprimendo un singhiozzo, rispondo: “E’ bellissimo. Si sta proprio bene”… lui mi dice che è tanto contento per me, e riaggancia.

ECCO I MIEI GIOIELLI

Da allora sono passati 7 anni. Questa storia non finisce qui. Dopo l’aborto ho avuto delle complicazioni a causa del raschiamento non perfettamente eseguito, con perdite che sono proseguite per oltre un mese, fino a quando fortunatamente il pezzo di placenta ancora nel mio corpo si è staccato naturalmente … fortunatamente, perché quando i medici avevano ventilato l’ipotesi di un secondo raschiamento io avevo risposto che non l’avrei fatto, con chissà quali complicazioni. In quei mesi di solitudine, una delle poche amiche che sapevano e l’unica che inizialmente mi era stata vicina mi ha voltato le spalle, perché non sopportava nemmeno più la mia vista. Mia madre mi detestava perché non riuscivo a voltare pagina. Lui era completamente incapace di affrontare la situazione. Io ero SOLA. In quei giorni mi sono aggrappata alla mia tesi per mantenere la lucidità, e mi sono laureata a luglio con ottimi voti.

Io e lui non siamo mai più stati gli stessi.

Quello che è successo è stato anzitutto causato dalla nostra immaturità: perché non c’è dimostrazione più grande di amore dell’usare la testa e prendere le dovute precauzioni, e non doversi trovare mai in certe situazioni – però se solo i genitori lo insegnassero ai figli e alle figlie, insieme al rispetto e alla responsabilità, invece di fingere di crescere delle bambole asessuate al posto di individui che prima o poi si troveranno ad affrontare questo momento bellissimo del tutto impreparati/e.

Dal momento in cui ci siamo trovati in quella situazione, tutto ciò che avevamo intorno ci ha colpevolizzato senza pietà: qualsiasi scelta avessimo preso a quel punto – tenere il bambino o meno – sarebbe stata agli occhi degli altri comunque sbagliata, perché il mondo intorno criminalizza la sessualità e tra un divieto e un tabù impedisce alle persone di non sentirsi dei lascivi lussuriosi peccatori degni dell’inferno solo perché si desiderano l’un l’altro.

L’aborto è una scelta difficile e sofferta, e compiuta per lo più in solitaria: gli uomini in quei momenti si fanno da parte, per codardia o per disinteresse.

Eppure dov’erano loro al momento del concepimento?!?!

Perché gli uomini sono così bravi a normare l’utero delle donne DOPO che sono stati così inetti e incapaci di non lasciarvi il loro prezioso seme? Perché la donna deve pagare l’altrui egoismo e disinteresse con un prezzo di sangue e di lacrime? Perché, se atei, non usano il preservativo? Perché, se credenti, non si adeguano a quell’astinenza che è l’unica soluzione alla loro portata?

Io mi sono spaccata la testa per capire, dopo quello che era successo, se alla fine quel bambino lo volessi o no … e ho capito che non lo volevo, anche se, quando ormai era lì, la consapevolezza della sua esistenza mi ha posto non poche questioni e mi ha interrogato meglio di chiunque altro.

Ho anche capito però, che il modo in cui una donna viene trattata in un momento così difficile è vergognoso e indegno di una società civile. Per difendere l’idea di una vita non ancora completa, si calpesta la dignità, i sentimenti, le emozioni di una persona che già esiste e lotta e soffre e paga comunque SEMPRE un grosso prezzo. E questo credo che avvenga non per salvaguardare questa “idea di vita”, ma per incatenare una donna alla propria corporeità, ad un ruolo che la vede sempre ancella di qualcun altro, o anche, ancor più egoisticamente, perché ci si rispecchia in quell’”idea di vita” ed è sé stessi, e non quell’eventuale nuovo individuo che si vuole proteggere.

I farisei cattolici ben esemplificano queste motivazioni, e altre ancor più meschine: loro – apparentemente integerrimi e devoti e per questo ancor più gretti di tanti altri – che per vicende personali ho ben conosciuto nella mia vita, sono sempre pronti a scagliare la prima pietra, perché così facendo distolgono lo sguardo dalle proprie meschinità e dai propri compromessi e possono sentirsi migliori degli altri, dei veri “eletti”.

E non c’è mai uno, o una, che veda lei, quella che sta pagando per tutti … per una falsa moralità distorta e intrisa di moralismo, per una società maschilista e patriarcale, che usa le donne e poi le immola, uniche colpevoli di un qualcosa che, a meno che non mi inganni, si fa in due. Ecco, io voglio sottolineare l’irresponsabilità maschile e il cameratismo che fa tacere le voci su quel referente assente che è il maschio in quei momenti. Il maschio che continua la sua vita, il maschio che, quando il suo sperma andava a fecondare quell’ovulo, non era da un’altra parte, non era incosciente, non era inconsapevole: se ne fregava, semplicemente. Dov’eri tu uomo, in quel momento? Dove sei ora, nascosto tra i tuoi giocattoli da adulto, l’impegno politico, il lavoro, gli amici con cui andare a bersi una birra e dimenticare tutto mentre lei a casa fissa un muro?

Il vero assente non è il feto, ma è l’uomo che, sotto al chiasso agli strepiti e ai proclami dei suoi simili che gli fanno gioco, si allontana alla chetichella senza dare spiegazione alcuna in merito alle responsabilità che doveva e poteva prendersi, se fosse stato un adulto responsabile. LE DONNE NON FANNO FIGLI DA SOLE: purtroppo, verrebbe da dire a questo punto, almeno si capirebbe perché poi sono costrette a “pagare caro e pagare tutto” da sole.

Ora con Zoe – io l’avevo chiamata così, perché sapevo che era una femmina e sapevo che era vita – siamo pari: io so quanti anni ha lei, e non l’ho dimenticata. Lei dal canto suo mi ha insegnato e mi ricorda ogni giorno per cosa vale la pena di lottare … e io lotto per la vita e per i diritti di altri e altre, anche se so di non aver voluto o potuto lottare per la sua, ma di essermi presa in pieno la responsabilità della scelta, e di aver pagato per tutti. Non sono “senza peccati”, e ne sono consapevolmente felice: ne ho perché sono umana e tutti gli umani, che lo ammettano o no, commettono errori e fanno scelte che i più non condividono … ed ho imparato, e tengo bene a mente, che non bisogna giudicare gli altri con superficialità, perché la vita di ognuno di noi è un mistero che nessuno può afferrare. Grazie, Zoe.

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