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Bosnia, fermi al palo

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

“Sapevo che siamo in una campagna elettorale molto difficile. Dopo il voto, però, i leader politici bosniaci e il governo che emergerà e gli altri attori regionali prenderanno le decisioni giuste per cambiare le cose sulla strada del riavvicinamento della Bosnia – Erzegovina agli standard europei”.

Ottimismo Ue. Così parlò Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri spagnolo, in nome del Paese presidente di turno dell’Unione Europea alla fine del vertice di due giorni a Sarajevo. Nella capitale bosniaca, assieme a Moratinos, anche James Steinberg, vice Segretario di Stato Usa, che ha definito il vertice con i rappresentanti delle comunità serba, croata e musulmana ”proficuo e di successo”. Le tre anime della Bosnia, insomma, restano divise come prima del vertice di Sarajevo, come durante il vertice di Butmir che si è tenuto a ottobre dello scorso anno, come dagli Accordi di Dayton del 1995. La comunità internazionale, con il suo Alto Rappresentante, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, non riesce a sbloccare le riforme che servono perché la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska dei serbi di Bosnia, le due entità che costituiscono il Paese, riescano a lavorare (assieme) per il futuro. Nessuna novità, tranne l’impegno di Moratinos ad annunciare, entro giugno 2010, in occasione della conferenza Ue-Balcani a Sarajevo, l’abolizione dei visti per l’area Shengen per i cittadini bosniaci. “E’ arrivato il momento per importanti decisioni che favoriscano l’avvicinamento della Bosnia all’Ue e alla Nato”, ha detto Moratinos. Dopo ha incontrato i tre presidenti della Bosnia e i sette leader dei principali partiti politici delle tre comunità, ma al di là delle buone intenzioni tutto è ancora fermo sulle rispettive posizioni. L’abolizione dei visti sembra una sorta d’incentivo alla classe dirigente bosniaca a ragionare in termini unitari e riformisti. Secondo indiscrezioni della stampa locale, Moratinos e Steinberg avrebbero chiesto ai leader una dichiarazione congiunta, nella quale s’impegnavano ad applicarsi alle riforme dopo il voto. Ma non è arrivata alcuna dichiarazione congiunta.

L’arrocco. Moratinos ha negato che si fosse lavorato a un documento congiunto, ma di sicuro non poteva ammettere che tutti i leader si rivolgono a un elettorato troppo spesso manipolato con la retorica etnica, che a sei mesi dalle elezioni non avrebbe capito una nuova linea unitaria.
Il discorso è chiaro: Ue e Usa spingono verso una riforma ‘centralista’ della Bosnia, i singoli leader vogliono mantenere la ripartizione (su base etnica) dei poteri delle singole comunità che sono l’architettura degli Accordi di Dayton. Non a caso, martedì 6 aprile, alla vigilia del meeting, Inzko ha definito ”preoccupante” la situazione del Paese. Milorad Dodik, il leader dei serbi di Bosnia, alla vigilia del meeting era stato drastico: “La Bosnia-Erzegovina non ha bisogno di riforme costituzionali. Tutte le spinte in questo senso, dall’esterno, sono solo il frutto di manipolazioni internazionali”. Dodik, senza mai parlare apertamente di secessione, ha fatto votare al Parlamento di Banja Luka – la capitale della Repubblica Srpska – una mozione che permette un referendum popolare in caso di riforma costituzionale che modifichi lo spirito di Dayton. Inzko, a nome della comunità internazionale, ha ribadito che la Bosnia può pensare all’Ue e alla Nato solo come ”Paese unito”. Come si dice nel gioco degli scacchi, un arrocco totale. Rimandato al voto di ottobre, quando in Bosnia gli elettori si recheranno alle urne per il rinnovo del Parlamento.

La mezzaluna dorata. Il problema non è solo Dodik. Il 5 febbraio scorso, Kresimir Zubak, leader croato che ai tempi di Dayton si rifiutò di firmare gli Accordi, è tornato alla carica incitando i suoi a sostenerlo in un programma che chiede il riconoscimento dell’entità croata in Bosnia come la terza parte dello Stato. Quindi basta federazione con i musulmani e autonomia totale, sullo stile della Repubblica Srpska. I sondaggi dicono che la sua posizione non è così solitaria.
Allo stesso tempo, Haris Silajdzic, rappresentante musulmano della presidenza tripartita della Bosnia, ha inaugurato ieri a Sarajevo il forum della Banca Islamica di Sviluppo (Idb) e della Bosna Bank International. Al meeting hanno partecipato quasi 600 potenziali investitori, provenienti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Malesia, Turchia, Indonesia, Kuwait e Giordania, con la Cina come ospite. Sono stati presentati 157 progetti per un controvalore totale di 11,5 miliardi di euro. Silajdzic, sfregandosi le mani, ha invitato tutti i presenti a considerare le potenzialità dello sviluppo dell’agricoltura e del turismo in Bosnia e il fatto che solo il 39 percento delle risorse idriche del Paese è sfruttato per produrre energia. Al forum erano invitati anche Inzko e Steinberg. I quali si saranno allarmati nel vedere come la Bosnia, nel cuore dell’Europa, si stia muovendo verso il mondo orientale della finanza islamica. L’offerta della liberalizzazione dei visti, dell’ingresso nell’Ue e nella Nato sono appetitosi, ma l’anima musulmana della Bosnia si guarda intorno, di fronte al blocco che anima croati e serbi. I quali vedono non certo di buon occhio l’arrivo di miliardi di euro in salsa islamica. Insomma tutto è rimandato al voto di ottobre, ma la situazione è davvero complicata.

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