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Capitali africani, ricchezza occidentale

di Alberto Tundo
da www.peacereporter.net

E’ un paradosso crudele, come quello di un padre di famiglia che rischi di far morir di sete i suoi figli perché l’acqua che ha, la da’ a chi ne ha meno bisogno. A questo viene da pensare, leggendo un rapporto, appena pubblicato, sulla fuga di capitali dall’Africa.

Soldi fantasma. Il dossier s’intitola “Illicit Financial Flow from Africa: Hidden Resources for Development” ed è stato redatto dal Global Financial Integrity, centro studi no-profit di Washington, che ha cercato di analizzare e quantificare i capitali africani che improvvisamente si volatilizzano, disperdendo risorse finanziarie che dovrebbero essere investite in quel continente.
Le cifre fornite dallo studio sono semplicemente spaventose: nel periodo che va dal 1970 al 2008, l’Africa avrebbe perso qualcosa come 854 miliardi di dollari.
Ma questa è un’approssimazione per difetto, perché gli analisti sono riusciti a quantificare soltanto i capitali spariti attraverso la pratica del “mispricing” (falsificazione dei prezzi) dei beni materiali, che è solo uno dei tanti sistemi attraverso i quali i soldi vengono spostati in maniera illecita. Ci sono altre strade, come il mispricing dei servizi e il contrabbando, la cui incidenza resta di difficile misurazione, perché l’individuazione di queste pratiche è molto più complicata.
La cifra a cui arriva il think tank americano, azzardando una ipotesi circa l’ammontare complessivo dei capitali usciti dai Paesi africani illegalmente, è impressionante: 1800 miliardi di dollari, che per una serie di trucchi hanno permesso a dittatori, leader democratici, militari, alti burocrati e imprenditori, africani ma non solo, di accumulare immense fortune all’estero, al riparo dalle frequenti crisi che scuotevano (e scuotono) periodicamente Paesi caratterizzati da economie deboli e da una forte instabilità politica. Un fiume di soldi che ha alimentato la crescita dei Paesi più sviluppati e che, paradossalmente, fa dell’Africa un continente virtualmente creditore, pur essendo imprigionato dal suo debito.

Miseria reale.”Il massiccio flusso di soldi di provenienza illecita dall’Africa – scrive il direttore di Gfi, Raimond W. Baker – è facilitato da un sistema finanziario internazionale ombra, che comprende paradisi fiscali, segretezza di giurisdizione, finte corporation, false fondazioni, conti intestati a trust anonimi, transazioni commerciali truccate e diverse tecniche di lavaggio del denaro”. La questione non è di natura etica o almeno non solo.
“L’impatto di questa struttura e dei fondi che sposta dall’Africa – continua il report – è devastante. Drena importanti riserve monetarie, aumenta l’inflazione, rende difficile la raccolta delle tasse, impedisce investimenti, mina il libero commercio”.
Ma soprattutto, queste pratiche colpiscono il segmento sociale più povero e marginale, perché assorbono risorse che potrebbero essere utilizzate per la lotta alla povertà e per incentivare la crescita economica.
Basti pensare che con gli 854 miliardi di dollari persi solo attraverso il mispricing dei beni, l’Africa avrebbe potuto ripianare il suo debito estero (250 miliardi di dollari) e impiegare i 600 miliardi di dollari rimanenti per combattere la fame e la povertà.

L’analisi. Al totale di 854 miliardi di dollari, il Global Financial Integrity ci è arrivato concentrandosi sui flussi di capitali illeciti in uscita che ha documentato seguendo due strade. Volendo semplificare, il Gfi ha confrontato i flussi economici in ingresso, rintracciabili guardando le variazioni del debito con l’estero e il netto dell’investimento diretto di capitali stranieri, con il registro delle spese. La differenza tra i flussi finanziari in entrata e le risorse impiegate nel finanziamento del deficit corrente o nell’aumento delle riserve valutarie delle Banche centrali, equivale al capitale che si è volatilizzato su conti esteri.
L’altra strada percorsa è quella dell’analisi del mispricing, cioè di quella pratica che permette di occultare capitali in uscita aumentando sui documenti doganali il valore delle importazioni e riducendo quello delle esportazioni.
In tutti e due i casi, i dati a disposizione della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale consentono di scoprire la frode. Che rimane invece di difficile individuazione quando ad essere truccati non sono più i prezzi sui documenti doganali, ma quelli contrattati direttamente tra la società venditrice e quella acquirente. Quando la prima è complice della seconda, non si riesce a più capire quando e quanto una transazione commerciale nasconda un flusso di capitali illeciti. Questa è una via utilizzata soprattutto dalle grandi multinazionali per spostare fondi da un Paese all’altro.Pur con tutte le cautele e gli avvertimenti sulla mancanza di dati da alcuni Paesi africani e sulla difficoltà di rintracciare con certezza l’esistenza e la consistenza di flussi finanziari illeciti, i ricercatori del Gfi tracciano un quadro a tinte fosche. Dal 1970 al 2008, l’Africa ha perso, in media, 29 miliardi di dollari l’anno, 22 dei quali dai soli stati dell’Africa Sub-Sahariana, in particolare della regione centro-occidentale. Il fenomeno è cresciuto costantemente, con una media del 12,1 per cento all’anno. Ci sono, tuttavia, segnali di miglioramento. Diverse grandi economie, soprattutto quelle legate all’esportazione di idrocarburi come la Nigeria o l’Angola, nel 2008 hanno registrato una forte e crescita, che ha reso possibile misure macroeconomiche e riforme strutturali, condizioni che, generalmente, provocano un rientro di capitali.
Ciononostante, per raggiungere gli obiettivi fissati dallo United Nations’ Millennium Development Goals per il 2010, All’Africa mancano ancora 348 miliardi di dollari e dai Paesi donatori, alle prese con la crisi economica globale, è difficile aspettarsi un aiuto risolutore. Anche di questo dovranno discutere i ministri delle Finanze africani, che a breve s’incontreranno in Malawi, in occasione della terza conferenza annuale, così come è prevedibile che la questione verrà posta anche al prossimo G20 che si terrà a giugno in Canada.

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