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Il dovere di dir male del male

di Barbara Spinelli
da La Stampa, 18 aprile 2010

Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»).

L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra…». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere.

Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce.

Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi.

Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie – i pentiti, che lo Stato deve tutelare – veniva spuntata.

Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti – quindi su chi parla – non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme alle mafie.

Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, “Notte e nebbia”. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel “Ventre di Napoli” s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio.

Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola.

È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono».

Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum masticati, e che diventano – la formula è di Sabina Guzzanti – armi di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie grandezze e i propri uomini di valore.
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Il premier mi vuole zittire ma sui clan non tacerò mai

di Roberto Saviano
da La Repubblica, 17 aprile 2010

Pres­i­dente Sil­vio Berlus­coni,
le scrivo dopo che in una con­ferenza stampa tenuta da lei a Palazzo Chigi sono stato accusato, anzi il mio libro è stato accusato di essere respon­s­abile di “sup­porto pro­mozionale alle cosche”. Non sono accuse nuove. Mi ven­gono riv­olte da anni: si fermi un momento a pen­sare a cosa le sue parole sig­nif­i­cano. A quanti cro­nisti, oper­a­tori sociali, a quanti avvo­cati, giu­dici, mag­is­trati, a quanti nar­ra­tori, reg­isti, ma anche a quanti cit­ta­dini che da anni, in certe parti d’Italia, trovano la forza di rac­con­tare, di esporsi, di opporsi, pensi a quanti hanno rischi­ato e stanno tutt’ora rischi­ando, eppure ven­gono accusati di essere fiancheg­gia­tori delle orga­niz­zazioni crim­i­nali per il solo vol­erne par­lare. Per­ché per lei è meglio non dire.

E’ meglio la nar­ra­tiva del silen­zio. Del visto e taci­uto. Del las­ciar fare alle polizie ai tri­bunali come se le mafie fos­sero cosa loro. Affari loro. E le mafie vogliono esat­ta­mente che i loro affari siano cosa loro, Cosa nos­tra appunto è un’espressione ancor prima di divenire il nome di un’organizzazione.
Io credo che solo e uni­ca­mente la ver­ità serva a dare dig­nità a un Paese. Il potere mafioso è deter­mi­nato da chi rac­conta il crim­ine o da chi com­mette il crimine?

Il ruolo della ‘ndrangheta, della camorra, di Cosa nos­tra è deter­mi­nato dal suo vol­ume d’affari — cento mil­iardi di euro all’anno di prof­itto — un vol­ume d’affari che supera di gran lunga le più granitiche aziende ital­iane. Questo può non esser detto? Lei stesso ha pre­sen­tato un dato che parla del seque­stro alle mafie per un val­ore pari a dieci mil­iardi di euro. Questo sig­nifica che sono gli scrit­tori ad inventare? Ad esager­are? A com­met­tere crim­ine con la loro parola? Per­ché? Michele Greco il boss di Cosa Nos­tra morto in carcere al processo con­tro di lui si difese dicendo che “era tutta colpa de Il Padrino” se in Sicilia veni­vano istru­iti pro­cessi con­tro la mafia. Nicola Schi­avone, il padre dei boss Francesco Schi­avone e Wal­ter Schi­avone, dinanzi alle tele­camere ha rib­a­dito che la camorra era nella testa di chi scriveva di camorra, che il fenom­eno era solo legato al crim­ine di strada e che io stesso ero il vero camor­rista che scriveva di queste sto­rie quando rac­con­tava che la camorra era impresa, cemento, rifiuti, politica.

Per i clan che in questi anni si sono visti rac­con­tare, la parola ha rap­p­re­sen­tato sem­pre un affronto per­ché ren­deva di tutti infor­mazioni e com­por­ta­menti che vol­e­vano restassero di pochi. Per­ché quando la parola rende cit­tad­i­nanza uni­ver­sale a quelli che prima erano con­siderati argo­menti par­ti­co­lari, lon­tani, per pochi, è in quell’istante che sta chia­mando un inter­vento di tutti, un impegno di molti, una deci­sione che non riguarda più solo addetti ai lavori e cro­nisti di nera. Le ricordo le parole di Paolo Borsellino in ricordo di Gio­vanni Fal­cone pro­nun­ci­ate poco prima che lui stesso fosse ammaz­zato. “La lotta alla mafia è il primo prob­lema da risol­vere … non deve essere soltanto una dis­tac­cata opera di repres­sione ma un movi­mento cul­tur­ale e morale che coin­volga tutti e spe­cial­mente le gio­vani gen­er­azioni le spinga a sen­tire subito la bellezza del fresco pro­fumo di lib­ertà che fa rifi­utare il puzzo del com­pro­messo morale della indif­ferenza della con­ti­gu­ità e quindi della com­plic­ità. Ricordo la felic­ità di Fal­cone quando in un breve peri­odo di entu­si­asmo mi disse: la gente fa il tifo per noi. E con ciò non inten­deva riferirsi soltanto al con­forto che l’appoggio morale dà al lavoro dei giu­dici, sig­nifi­cava soprat­tutto che il nos­tro lavoro stava anche smuovendo le coscienze”.

Il silen­zio è ciò che vogliono. Vogliono che tutto si rid­uca a un prob­lema tra guardie e ladri. Ma non è così. E’ mostrando, facendo vedere, che si ha la pos­si­bil­ità di avere un con­trasto. Lo stesso Piano Caserta che il suo gov­erno ha attuato è par­tito per­ché è stata accesa la luce sull’organizzazione dei casalesi prima nota solo agli addetti ai lavori e a chi subiva i suoi ricatti.

Eppure la sua non è un’accusa nuova. Anche molte per­son­al­ità del cen­trosin­is­tra cam­pano, quando uscì il libro, dis­sero che avevo diffam­ato il rinasci­mento napo­le­tano, che mi ero fatto pub­blic­ità, che la mia era sem­plice­mente un’insana voglia di apparire. Quando c’è un incen­dio si las­cia fug­gire chi ha appic­cato le fiamme e si dà la colpa a chi ha dato l’allarme? Guardando a chi ha pagato con la vita la lotta per la ver­ità, trovo assurdo e scon­for­t­ante pen­sare che il silen­zio sia l’unica strada rac­co­mand­abile. Eppure, Pres­i­dente, avrebbe potuto dire molte cose per dimostrare l’impegno anti­mafia degli ital­iani. Avrebbe potuto rac­con­tare che l’Italia è il paese con la migliore leg­is­lazione anti­mafia del mondo. Avrebbe potuto ricor­dare di come noi ital­iani offri­amo il know-how dell’antimafia a mezzo mondo. Le orga­niz­zazioni crim­i­nali in questa fase di crisi gen­er­al­iz­zata si stanno infil­trando nei sis­temi finanziari ed eco­nomici dell’occidente e oggi gli esperti ital­iani ven­gono chia­mati a dare infor­mazioni per aiutare i gov­erni a com­bat­tere le orga­niz­zazioni crim­i­nali di ogni genealo­gia. E’ dram­matico — e ne siamo con­sapevoli in molti — essere etichet­tati mafiosi ogni volta che un ital­iano supera i con­fini della sua terra. Certo che lo è. Ma non è con il silen­zio che mos­tri­amo di essere diversi e migliori.

Dif­fondendo il val­ore della respon­s­abil­ità, del cor­ag­gio del dire, del val­ore della denun­cia, della forza dell’accusa, pos­si­amo cam­biare le cose.

Accusare chi rac­conta il potere della crim­i­nal­ità orga­niz­zata di fare cat­tiva pub­blic­ità al paese non è un modo per miglio­rare l’immagine ital­iana quanto piut­tosto per iso­lare chi lo fa. Rac­con­tare è il modo per innescare il cam­bi­a­mento. Questa è l’unica strada per dimostrare che siamo il paese di Gio­vanni Fal­cone, di Don Peppe Diana, e non il paese di Totò Riina e di Schi­avone San­dokan. Credo che nella battaglia anti­mafia non ci sia una destra o una sin­is­tra con cui stare. Credo sem­plice­mente che ci sia un movi­mento cul­tur­ale e morale al quale aspi­rare. Io con­tin­uerò a par­lare a tutti, qualunque sarà il credo politico, anche e soprat­tutto ai suoi elet­tori, Pres­i­dente: molti di loro, credo, saranno rimasti sbig­ot­titi ed indig­nati dalle sue parole.

Chiedo ai suoi elet­tori, chiedo agli elet­tori del Pdl di aiu­tarla a smen­tire le sue parole. E’ l’unico modo per ridare la giusta direzione alla lotta alla mafia. Chiederei di porg­ere le sue scuse non a me — che ormai ci sono abit­u­ato — ma ai par­enti delle vit­time di tutti col­oro che sono caduti rac­con­tando. Io sono un autore che ha pub­bli­cato i suoi libri per Mon­dadori e Ein­audi, entrambe case editrici di pro­pri­età della sua famiglia. Ho sem­pre pen­sato che la sto­ria par­tita da molto lon­tano della Mon­dadori fosse pien­amente in linea per accettare un tipo di nar­razione come la mia, pen­savo che avesse gli stru­menti per con­va­l­i­dare anche posizioni forti, cor­renti di pen­siero diverse. Dopo le sue parole non so se sarà più così. E non so se lo sarà per tutti gli autori che si sono occu­pati di mafie espo­nendo loro stessi e che Mon­dadori e Ein­audi in questi anni hanno pub­bli­cato. La cosa che farò sarà incon­trare le per­sone nella casa editrice che in questi anni hanno lavo­rato con me, donne e uomini che hanno cre­duto nelle mie parole e sono rius­cite a far arrivare le mie sto­rie al grande pub­blico. Per­sone che hanno spesso dovuto difend­ersi dall’accusa di essere edi­tor, uffici stampa, diri­genti, “com­prati”. E che invece fino ad ora hanno svolto un grande lavoro. E’ da loro che voglio risposte.

Una cosa è certa: io, come molti altri, con­tin­uer­emo a rac­con­tare. Userò la parola come un modo per con­di­videre, per aggiustare il mondo, per capire. Sono nato, caro Pres­i­dente, in una terra mer­av­igliosa e purtroppo dev­as­tata, la cui bellezza però con­tinua a darmi forza per sognare la pos­si­bil­ità di una Italia diversa. Una Italia che può cam­biare solo se il sud può cam­biare. Lo giuro Pres­i­dente, anche a nome degli ital­iani che con­sid­er­ano i pro­pri morti tutti col­oro che sono caduti com­bat­tendo le orga­niz­zazioni crim­i­nali, che non ci sarà giorno in cui tac­er­emo. Questo lo prometto. A voce alta.

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