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DONNE PALESTINESI

di Anat Shalev
da “Israel News”, 9 aprile 2010

“Prima della guerra, le donne si lamentavano della violenza domestica, e ancora ne soffrono. Le donne si preoccupavano della loro sicurezza personale, ma ora la guerra ha creato una situazione ancora piu’ difficile e le donne sono diventate meno attente alla violenza diretta contro di loro” (una lavoratrice di Gaza).

La citazione e’ tratta dalle interviste realizzate, per conto del Centro per il controllo democratico delle forze armate di Ginevra, con donne palestinesi dal giugno al novembre 2009, come parte di una serie di studi sulle donne di Gaza. La ricerca ha evidenziato che, assieme alla difficile situazione che esse sperimentino in ogni area della loro vita (poverta’, sicurezza generale della comunita’) le donne riportano un aumento costante della violenza domestica.

E’ praticamente impossibile ottenere l’accesso a dati ufficiali sulla violenza domestica a Gaza, e le ipotesi in campo sono dure da digerire. Alla fine del 2009, il “Centro informazione e media delle donne palestinesi” ha reso pubblico uno studio basato su incontri e interviste con 350 donne: il 77% delle intervistate subisce qualche tipo di violenza. Il 52,3% parla di violenza fisica, il 14,6% di violenza sessuale, il 67% di abusi verbali, il 71% di abusi psicologici.

Nonostante questa realta’, le voci che chiedono un cambiamento sono a stento udite. Pure, vi sono numerose giovani donne che insistono nell’assumersi responsabilita’ e controllo dei loro destini.

“La polizia a volte dice ad una donna che riporta la violenza subita di tornarsene a casa: loro non possono ascoltarla perche’ sono impegnati con cose molto piu’ importanti dei problemi delle donne. A volte le autorita’ puniscono gli uomini violenti, ma le legge in se stessa e’ debole, specialmente quando si arriva ai delitti d’onore: le sanzioni sono troppo leggere”, dice Huda Hamuda, che dirige il “Centro informazione e media delle donne palestinesi”.

Nahala (nome fittizio), trentenne, ha subito abusi fisici e mentali da parte del marito per piu’ di dieci anni. Per tutto questo tempo ha resistito all’idea di divorziare o di chiedere aiuto per paura e per le pressioni esterne. Infine tre mesi fa non ce l’ha fatta piu’, ha divorziato e i bambini le sono stati portati via, com’e’ molto comune a Gaza nelle controversie per la custodia dei figli fra ex coniugi. Questa e’ una delle ragioni per cui la maggior parte delle vittime di violenza domestica non considera neppure la possibilita’ di divorziare.

“Non sono mai andata alla polizia a lamentarmi di lui. Mi aveva minacciata di uccidermi se lo avessi fatto”, racconta Nahala nella sua testimonianza, “Non l’ho mai denunciato e non sono mai andata dalle organizzazioni umanitarie perche’ pensavo che nessuno potesse far nulla per me. E avevo paura che mio marito lo scoprisse”. Vi fu un caso, aggiunge, in cui suo marito venne arrestato per averla imprigionata in casa, ma fu rilasciato dopo poche ore. “Il mio cuore e’ spezzato, perche’ vivo lontana dai miei bambini, ma la mia vita con lui era un inferno. Non tornero’ mai laggiu’”.
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Anche prima che le regole “islamiche” di Hamas entrassero nel conto, spiega Huda Hamuda, la violenza contro le donne nella Striscia aveva una ragione fondamentale: la poverta’. Il 40% del milione e 55.000 dei residenti di Gaza non ha un lavoro. “E’ difficile immaginare una famiglia di sette persone che vive dignitosamente avendo a disposizione meno di tre dollari al giorno. E si deve tener conto che moltissime di queste famiglie hanno perso le loro case”, continua Hamuda, “Nel 2006 il tasso di donne con un’occupazione era di circa il 14,5%, oggi e’ precipitato a meno del 10%. In una realta’ del genere, la violenza non e’ sorprendente”.

Un’altra delle donne intervistate spiega: “Il marito non e’ in grado di rispondere alle richieste della casa, per cui proietta la sua ansia sulla moglie e sui figli. Se mia figlia chiede di ottenere qualcosa a suo padre lui la picchia, perche’ non e’ in grado di darle quel che vuole. Non e’ che la odi veramente, e’ che si sente impotente”.

La mancanza di opportunita’ di lavoro e di istruzione e’ un’altra ragione per cui i giovani uomini vanno vagando per le strade in cerca di donne da molestare per noia e frustrazione. Le regole cosiddette islamiche hanno contribuito a peggiorare le cose. Il governo di Hamas sta implementando la “sharia” nella pratica, e lo scorso anno ha approvato un controverso codice “islamico” di comportamento, forzando le donne ad indossare il velo nelle scuole e nei tribunali.
“Sto pensando di mandar via mia figlia dalla Striscia di Gaza perche’ lei non indossa l’hijab”, ha raccontato una delle donne intervistate, “E temo che quando esce per strada sia a rischio di subire violenza da qualcuno. Di recente ho saputo di ragazze che sono state picchiate o bruciate dall’acido per non aver indossato l’hijab. Chiedo sempre a mia figlia di prendere un taxi per andare e venire da casa, e a volte mando qualcuno con lei per proteggerla”.

“Quando usciamo, c’e’ sempre qualche uomo che ci grida qualcosa su come siamo vestite”, dice un’ulteriore testimone, “Come puoi sentirti sicura se non puoi nemmeno camminare per strada? Ci avvolgiamo la testa nella sciarpa, e il corpo nel jilbab e non serve a niente, continuiamo ad essere inseguite dai commenti sul nostro corpo e sul nostro comportamento”.
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Una delle giovani donne che si rifiutano di accettare la situazione e’ Hadia al-Gul, ventiquattrenne, giornalista dell’agenzia di stampa palestinese “Maan”. “Alle donne si richiede di assumere ruoli del tipo maestra d’asilo o infermiera, ma sicuramente una giornalista che si occupa di cronaca, che intervista uomini e lavora con loro, non entra nel conto. Per quanto riguarda il lavoro essere una donna ti e’ di impedimento”, racconta Hadia, “A me non e’ permesso lavorare di notte, per esempio. Se qualcosa accade durante la notte, io come giornalista non posso recarmi in quel luogo. Durante la guerra volevo intervistare le famiglie che vivono lungo il confine della Striscia, ma il mio capo e la mia famiglia mi hanno impedito di andare. Per la maggior parte delle mie colleghe e’ cosi’: i loro parenti hanno deciso dove e come devono lavorare, in accordo alle loro diverse affiliazioni religiose, ai loro valori ed al tipo di contatto che c’e’ con gli uomini”.

Hadia crede che la situazione economica sia il principale ostacolo a qualsiasi cambiamento a Gaza. “Chi si aspetta che una donna abbia un lavoro quando suo marito e suo padre sono disoccupati? E pure se le donne hanno titoli e abilita’ finiscono per essere impiegate non per cio’ che hanno studiato e sanno fare, ma in quello che c’e’. Le donne qui desiderano profondamente vivere pienamente le loro vite, esprimere i loro talenti e le loro capacita’, essere creative. Io ho amiche avvocate e mediche, che non hanno alcuna opportunita’ di lavorare. Le ragazze che si sono specializzate nella comunicazione trovano difficile integrarsi nell’industria. Non ci sono opportunita’, ora, per le donne a Gaza. Non c’e’ niente, a Gaza, per nessuno. Punto e basta”.

Gli unici raggi di luce per le donne nella Striscia sono le diverse organizzazioni che le aiutano ad uscire dalle condizioni di violenza e poverta’. Il loro numero sta crescendo: oggi se ne contano 25, alcune delle quali finanziate dalle Nazioni Unite. Le organizzazioni forniscono cure individuali, consulenza legale, alfabetizzazione e training professionali (dall’uso del computer alla ceramica).

Una di queste organizzazione è il Forum creativo delle donne, il cui scopo e’ addestrare le donne ad assumere ruoli di leadership mentre lavorano per il cambiamento. Lo scopo dichiarato e’ “incoraggiare la creativita’ e la riflessione, specialmente nelle esistenze di donne che sono state soggette a oppressive norme ‘tradizionali’ per tutte le loro vite”. I seminari delle Nazioni Unite che promuovono la discussione sulla violenza domestica vengono seguiti anche da 1.700 donne alla volta.
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Un’altra donna non usuale nel panorama di Gaza e’ Nagham Mohanna, ventiquattrenne autrice di documentari, che ha appena terminato di girarne uno sulle storie dei residenti della Striscia. Lo ha realizzato girando in taxi. “E’ il posto ideale per incontrare tipi diversi di persone che presentino la loro vita quotidiana alla mia camera da presa”, dice Mohanna. Questa giovane donna e’ la star di un altro progetto documentaristico che si chiama “Insonne a Gaza e a Gerusalemme”: si tratta del diario di 90 giorni di vita delle donne a Gaza e nella West Bank, con un nuovo episodio postato su YouTube ogni giorno.

Dietro a quest’ultimo progetto ci sono il regista Ramzi Khoury ed il produttore esecutivo Abdallah Schleifer. Il loro scopo e’ “Non arrabbiarsi e predicare, ma dare un’opportunita’ a coloro che non vivono in Palestina di capire e vedere i modi in cui le persone vivono, perche’ le loro storie non raggiungono mai i giornali per ragioni politiche e populiste. Il programmo documenta il modo in cui le donne palestinesi sperimentano realizzazioni personali e comunitarie, il calore delle amicizie e della famiglia durante i momenti difficili, e le circostanze prodotte dagli embarghi e dall’occupazione”.

Mohanna, ex giornalista, dice che e’ stata fortunata perche’ e’ cresciuta in un ambiente relazionale che le ha dato sostegno, e che le ha permesso di sviluppare le sue abilita’ e di esprimersi nel modo che lei sentiva giusto. “Ho cominciato a girare il mio ultimo film sei mesi fa, dopo aver seguito un corso di specializzazione sul lavoro documentaristico. Parte del lavoro consiste nel fare domande difficili sull’identita’. Questo e’ duro in generale, ma lo e’ particolarmente per le donne, le cui voci non vengono quasi mai ascoltate. Sto dando voce a me stessa, come ragazza palestinese, attraverso i filmati. Tento di mandare alle donne il messaggio che esse possono fare cio’ che vogliono, ma che per farlo devono essere capaci di fronteggiare le difficolta’ che il loro avanzamento comporta in una societa’ “tradizionale”, devono riuscire ad essere creative all’interno di una situazione durissima che comprende un assedio e l’instabilita’ economica e politica. Gli uomini non accettano di essere diretti da una donna, ma questo ostacolo l’ho superato, ho provato a chi lavora con me che ho la capacita’ di dirigere. Molte persone trovano strana una donna per strada con in spalla la camera da presa, ma io li ignoro e continuo a lavorare”.

Mohanna crede che le donne possano uscire dalla marginalita’ sociale in cui sono confinate, e persino diventare il centro di progetti nazionali: “Le donne palestinesi, specialmente a Gaza, sono una forte base per il movimento di liberazione. Oggi il loro status e’ particolarmente importante, perche’ nella difficile situazione che viviamo le donne riescono a trovare soluzioni creative per mantenere le loro case e le loro famiglie. Sono il pilastro centrale di qualsiasi cosa si regga in piedi”.

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