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Trattato segreto sui beni immateriali

di Florent Latrive
da Le Monde Diplomatique

La proprietà intellettuale avrà il ruolo del petrolio nel XXI secolo? Il crescente potenziamento dei marchi e dei brevetti si rivela in certi casi negativo per le libertà individuali come per i bisogni sanitari del Sud. Il progetto di Trattato anticontraffazione Acta, risultato di tre anni di trattative segrete, punta a una consacrazione universale di un regime commerciale tirannico.

Un negoziatore europeo che non accetta di rispondere alle nostre domande se non a condizione di rimanere anonimo; un lobbista americano che rifiuta di trasmetterci le bozze di un testo in via di di-scussione perché ha firmato un accordo di non-divulgazione; le domande ufficiali rivolte alla Commissione europea respinte – perché «verrebbero messi in pericolo i rapporti economici internazionali dell’Unione»: il segreto avvolge l’ultimo trattato internazionale a favore delle multinazionali dell’industria farmaceutica e di quella culturale. L’Accordo commerciale anticontraffazione (Acac) – conosciuto soprattutto con il nome inglese Anti-Counterfeiting Trade Agreement (Acta) – da più di tre anni è oggetto di negoziati, che si svolgono fuori da qualsiasi circuito multilaterale ufficiale (1). Riguarda la libertà di espressione, la salute, il controllo di Internet e l’organizzazione del commercio mondiale.

Ufficialmente, il testo mira a intensificare la lotta contro i prodotti contraffatti. Ciò implica maggiori controlli alle frontiere o l’aumento delle pene, con il rischio di rendere «difficile il transito internazionale dei farmaci generici a basso costo per i paesi in via di sviluppo», secondo Alexandra Heumber, di Medici senza frontiere (Msf). O di trasformare gli intermediari tecnici di Internet – fornitori d’accesso e gestori dei siti – in guardiani del diritto d’autore, con il compito di bloccare l’accesso agli internauti o filtrare quei siti che sfuggono a qualsiasi controllo giudiziario. «Le regole dell’Acta e, più in generale, della proprietà intellettuale, hanno un enorme impatto sulle nostre vite quotidiane. Cultura, educazione, salute o comunicazione: saranno pochi i settori a non esser toccati da queste nuove regole», dichiara sul suo blog il professore universitario canadese Michael Geist (2).

Gli oppositori a questo trattato tentano di applicare la «strategia di Dracula» su un documento complesso, segreto, eppure fondamentale: renderlo pubblico prima che venga ratificato dai paesi che prendono parte alle trattative e imposto ai parlamenti nazionali in nome degli impegni presi. «Ciò che li spinge al segreto, è la volontà di aggirare l’opinione pubblica», sostiene Jérémie Zimmerman, portavoce del collettivo La Quadratura del Net. Secondo Heumber, è «inaccettabile che molti paesi non siedano attorno a quel tavolo e che non venga consultata la società civile, che potrebbe essere coinvolta».

Fatto ancor più inquietante: alcune bozze del testo sono state consegnate a organizzazioni che rappresentano il cinema, la musica o le multinazionali farmaceutiche, tutti soggetti favorevoli alle restrizioni sul copyright e sui brevetti.
«Ho avuto accesso ad alcuni documenti del testo dell’Acta», conferma l’avvocato Steven Metalitz, che segue la vicenda per l’International Intellectual Property Alliance (Iipa), una lobby che rappresenta a Washington i grandi nomi dell’intrattenimento – Motion Picture Association of America (Mpaa) per il cinema, Business Software Alliance (Bsa) per i software o Recording Industry Association of America (Riaa) per la musica. Il giurista, come tutti coloro che hanno ricevuto queste confidenze, ha firmato un accordo molto rigido di non-divulgazione.

«Non abbiamo niente da nascondere, è la prassi nelle trattative commerciali internazionali – si difende un negoziatore europeo che, naturalmente, ha chiesto di mantenere l’anonimato prima di parlare con noi. Ci riuniamo regolarmente con organizzazioni non governative [Ong], con rappresentanti dell’industria – alcuni dei quali sono inquieti, come nel caso del settore delle telecomunicazioni. Questo non è certo un segreto». Molti deputati europei hanno chiesto di accedere a questi documenti, ma senza successo. «Le trattative sono confidenziali.
Alcuni attori della società civile e le lobby sono stati messi al corrente, ma con quale criterio vengono scelti? – protesta la deputata europea di Europe Ecologie Sandrine Bélier. È una situazione pericolosa per i principi democratici».

Tecnica sui contenuti e vaga sui contorni, l’Acta ha un progetto politico di grande trasparenza. L’accordo anti-contraffazione rappresenta l’ultimo avatar di un’evoluzione del diritto internazionale a favore di una maggior protezione della proprietà intellettuale, a scapito dei grandi equilibri storici del diritto d’autore e dei brevetti, il cui principio è, ricordiamolo, di favorire inventori e artisti, di lottare contro il segreto industriale e di assicurare la protezione dei consumatori.

Ma al di là di questi discorsi, l’irrigidimento delle regole conferma una divisione internazionale del lavoro che relega il Sud all’agricoltura e all’industria, contro un Nord egemone sulla creatività e sul valore aggiunto: accessori di moda disegnati a Parigi e prodotti in Tunisia; computer concepiti nella Silicon Valley e fabbricati in Asia. Gli strumenti usati a difesa di questa egemonia sono i controlli più stretti alle frontiere e su Internet per impedire che i «falsi» inondino i mercati – e pazienza se queste drastiche misure bloccano anche le copie legittime, farmaci generici o la condivisione di opere tra internauti a titolo privato.

Per uno dei negoziatori europei dell’Acta, «è evidente che l’Europa non può competere con gli altri paesi sui prezzi, ma ha dalla sua creatività, qualità, cultura e innovazione». Ora, non c’è niente di più facile che duplicare all’infinito un film su dvd, riprodurre un modello di scarpa o fabbricare la copia identica di un farmaco prodotto dai laboratori di paesi sviluppati. «Tutte queste cose sono tutelate dalla proprietà intellettuale e – prosegue il negoziatore – è relativamente facile eludere i controlli e rubarle. La proprietà intellettuale è uno dei fattori forti della competitività europea e dev’essere protetta nei paesi terzi».

Tanto la strategia di Lisbona, adottata dall’Unione nel 2000, quanto gli sforzi americani sono fortemente segnati da questa logica. «È imperialismo bello e buono – sostiene James Love, direttore dell’Ong americana Knowledge Ecology International (Kei). I responsabili politici negano l’importanza dell’accesso alla conoscenza e della libertà di utilizzarla ai fini dello sviluppo – anche nei paesi più ricchi».

E, così, ci si dimentica che la maggior parte dei paesi oggi sviluppati ha applicato a lungo politiche non restrittive sui brevetti e sul diritto d’autore per sostenere il proprio sviluppo, quello stesso sviluppo che si ispirava al sapere e alla cultura carpiti ad altri (3)… È il caso della Svizzera, che ha attinto alla chimica tedesca nel XIX secolo, prima di trasformarsi in feroce difensore dei propri brevetti. O degli Stati uniti, che non hanno riconosciuto il copyright sulle opere inglesi, maggioritarie prima del 1891, offrendo in questo modo agli editori locali un facile introito derivante dalla libera copia. Farmaci bloccati alla dogana

Questa strategia attuata negli anni ’80 si è estesa progressivamente a tutti i paesi sviluppati, convinti che l’immateriale – il sapere, la conoscenza, la cultura – costituiscano la nuova frontiera della proprietà e del capitalismo. Il diritto d’autore (e il copyright) si rafforza così a scapito del dominio pubblico. Destinati alla temporanea fruizione dell’inventore del monopolio su tecniche essenzialmente industriali finalizzate alla ricompensa dell’invenzione, i brevetti vengono ormai concessi molto più generosamente a scoperte banali, a programmi informatici o a meccanismi biologici. Con il radicamento della proprietà intellettuale, i paesi sviluppati hanno messo in pratica l’esportazione legislativa – soprattutto per mezzo di accordi, negoziati nel 1994 nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), sugli aspetti del diritto di proprietà intellettuale che riguardano il commercio (Adpic).

Una delle conseguenze è che i farmaci generici, che permettono di ridurre fortemente i prezzi delle medicine anti-Hiv nei paesi del Sud, vengono bloccati dai brevetti. Un paese come l’India, che aveva fondato la sua industria chimica e farmaceutica sulla riproduzione di sostanze messe a punto all’estero, ha dovuto far fronte a un totale capovolgimento del modello.

Per l’Acta, si tratta di alzare ulteriormente questi «standard» – espressione utilizzata dal negoziatore dell’Unione europea – per rafforzare la «competitività» dei paesi del nord. Per gli oppositori, invece, le barriere introdotte sono già fin troppo rigide e l’accordo in via di definizione aumenterebbe gli squilibri. Msf si preoccupa del potere di controllo sulle frontiere che verrebbe così concesso grazie all’Acta. Nel 2008, molte navi provenienti dall’India e destinate ai paesi poveri sono state bloccate alla dogana. Nelle stive, trasportavano farmaci generici, copie del tutto legali nel paese di origine e in quello di arrivo. Ma non in Europa, dove transitavano e dove le regole in materia di brevetti sono più rigide. Risultato? Settimane di ritardo e proteste ufficiali di New Delhi. Stesso problema per un carico di quarantanove chili di molecole anti-Hiv destinate alla Nigeria e finanziate da Unitaid – organismo internazionale che si sostiene attraverso le tasse sui biglietti aerei – , bloccate all’aeroporto di Schiphol (Paesi bassi) nel febbraio 2009. «Il rischio è il moltiplicarsi di queste situazioni, con il blocco del transito dei farmaci generici qualora ci fosse il sospetto di contraffazione dei brevetti», fa notare Heumber.

Sul versante Internet, le preoccupazioni riguardano le responsabilità dei Fornitori di Accesso (Fai) e degli intermediari tecnici. Anche su questo, gli Stati uniti cercano di ottenere un inasprimento delle norme in vigore. A che pro? Rendere i Fai responsabili delle infrazioni commesse dai loro abbonati. E spingerli così a filtrare, interrompere, bloccare, senza passare per l’autorità giudiziaria, disinteressandosi delle realtà in cui avvengono queste forme di pirateria. Una richiesta fatta già da tempo dalle industrie culturali del mondo intero e che la Francia aveva cercato di soddisfare con la legge Hadopi – che però i dibattiti al parlamento europeo, nel 2009, hanno messo in dubbio per il rischio di un danneggiamento dell’esercizio delle libertà fondamentali dei cittadini (4).

L’eccessiva focalizzazione sull’inasprimento dei diritti di proprietà sull’immateriale e l’aumento dell’importo delle sanzioni previsti dall’Acta minacciano di frenare l’innovazione stessa. Per Love, la concessione dei brevetti avviene con una prodigalità tale che, ormai, «nessuno può concepire un software complesso, un telefono cellulare, un’apparecchiatura medica o anche una nuova automobile senza infrangere dei brevetti». Rendere queste infrazioni più costose rischia di «congelare l’innovazione». Il contrario degli obiettivi dichiarati. Gli stati coinvolti in queste trattative segrete respingono, naturalmente, qualsiasi accusa di danneggiare l’opinione pubblica. «L’Acta non è un’eccezione nel processo democratico – il fine non è ingannare i parlamenti europeo o nazionali», si difende il negoziatore europeo, che giudica «poco serio credere che si possano fare queste cose di nascosto».

Eppure non sarebbe la prima volta che questi stessi governi aggirano l’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Ompi), l’istituzione internazionale teoricamente sede di questo tipo di discussioni. Alla fine degli anni ’90, l’Accordo generale sulle tariffe e il commercio (Gatt, precursore del Wto) gli era stato preferito per avviare le trattative sui diritti per la proprietà intellettuale. I paesi sviluppati avevano allora ottenuto la firma del Sud in cambio di promesse sull’apertura dei mercati agricoli – un baratto che l’Ompi non permetteva. Da qualche anno, queste manovre non sono più sufficienti. Molti dei tentativi per «inasprire» la proprietà intellettuale sono falliti all’Ompi, ma anche al Wto. Sotto la pressione del Sud e di alcune Ong, l’Ompi ha dovuto accettare ufficialmente la discussione di altre forme di sostegno all’innovazione e ha messo in cantiere un trattato su eccezioni e limitazioni al diritto d’autore.

Brasile, India, Argentina come anche Cina sono riluttanti ad ampliare testi che giudicano essere fatti su misura per i paesi del Nord. «La semplice inclusione nell’agenda del Wto di una discussione sulla proprietà intellettuale è stata bloccata da alcuni dei nostri partner», riconosce il negoziatore europeo. Essendo tutte le strade bloccate, restava solo la via del trattato ad hoc, negoziato segretamente da qualche decina di stati (dieci più l’Unione europea). La strategia è di un’efficacia temibile: una volta che l’Acta avrà trovato un accordo in un piccolo comitato e lontano dagli sguardi, basterà adattarlo al diritto nazionale di ogni firmatario e, quando i giochi saranno fatti, imporre la firma del testo ai paesi in via di sviluppo attraverso accordi bilaterali, in cambio di attraenti concessioni in altri ambiti.

Un trattato del 1996 sul diritto d’autore e su Internet (5), negoziato all’Ompi, è stato il precursore di questa tendenza: adattato al diritto europeo nel 2001, è stato presentato al parlamento francese nel 2006. Allora, i deputati avevano protestato, ma senza alcun margine di manovra, poiché il governo aveva sistematicamente ribadito di non poter tradire gli impegni internazionali. Indiscutibile. L’unica possibilità è l’analisi di simili accordi alla luce del sole, e sempre che ce ne sia ancora il tempo. Nel caso dell’Acta il momento è adesso.

note:

(1) I partecipanti sarebbero Australia, Canada, Stati uniti, Unione europea, Giappone, Corea, Messico, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore e Svizzera. Il testo che potrebbe essere approvato prima della fine del 2010, è stato discusso in Messico nel mese di gennaio, e dovrebbe essere dibattuto in aprile in Nuova Zelanda.
(2) Insieme ad altri documenti sul progetto, «indiscrezioni», commenti: www.michaelgeist.ca.
(3) Commissione britannica per i diritti di proprietà intellettuale, «Integrare i diritti di proprietà intellettuale e la politica dello sviluppo», Londra, settembre 2002, www.iprcommission.org.
(4) Su questo argomento leggere Manière de voir, n°109, «Internet, révolution culturelle», febbraio-marzo 2010.
(5) Si tratta di un «doppio trattato» Wct (sul copyright) e Wppt (su interpretazioni ed esecuzioni e sui fonogrammi).

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