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La storia della statuina di sale

di Leonardo Boff, teologo
Traduzione di Romano Baraglia

Negli ultimi tempi abbiamo dedicato le nostre riflessioni quasi esclusivamente a questioni ambientali e alle sfide che i mutamenti climatici comportano per il futuro della nostra civiltà,della produzione e del consumo.

Per questo però non dobbiamo trascurare i problemi di tutti giorni, la costruzione continua della nostra identità e il rimodellamento del nostro senso di essere. Compito che non finisce mai. Tra le molte altre, due provocazioni sono sempre presenti e dobbiamo renderne conto: accettazione dei propri limiti e capacità di distacco.

Noi tutti viviamo dentro una sistemazione esistenziale che, per la sua stessa natura, è limitata quanto a possibilità e ci impone barriere di ogni ordine, di luogo, di professione, di intelligenza, di salute, di economia, di tempo. C’è sempre una sfasatura tra il desiderio e la sua realizzazione. E a volte ci sentiamo impotenti davanti a dati che non riusciamo a cambiare come la presenza di uno schizofrenico con i suoi alti e bassi o davanti a un malato terminale. Dobbiamo rassegnarci davanti a questa limitazione insopprimibile.

Ma non per questo abbiamo bisogno di vivere nella tristezza o nell’impossibilità di crescere. Dobbiamo essere creativamente rassegnati. Invece di crescere all’esterno, possiamo crescere al di dentro nella misura in cui creiamo un centro dove le cose si unificano e scopriamo come da tutto possiamo imparare. Dice bene la sapienza orientale: “Se qualcuno sente profondamente l’altro, questi lo percepirà anche se starà a migliaia di chilometri di distanza”. Se tu ti sarai modificato nel tuo centro, nascerà in te una fonte di luce che irradierà gli altri.

L’altro compito dell’autorealizzazione è la capacità di distacco. Lo zen buddhismo colloca come teste di maturità personale e di libertà interiore la capacità di distacco e di dire addio. Se osserviamo bene, il distacco appartiene alla logica della vita: diciamo addio al ventre materno, e poi alla infanzia, alla gioventù, alla scuola, alla casa paterna, ai parenti e alla persona amata. Nell’età adulta, diciamo addio al lavoro, alle professioni, al vigore del corpo e alla lucidità della mente che vanno inesorabilmente usurandosi fino al punto di dire addio alla vita stessa. In questi addii, lasciamo un po’ di noi stessi dietro di noi.

Qual è il senso di questo lento addio al mondo? Pura fatalità ineluttabile della legge universale dell’entropia? Questa dimensione è irrefutabile. Ma essa non nasconde forse un sentire esistenziale che va cercato dallo spirito? Se, fenomenologicamente, siamo un progetto infinito e un vuoto abissale che invoca pienezza, non sarà forse che questo distacco significa creare condizioni affinché il Più Grande venga a riempirlo? Non sarà il supremo essere, fatto di amore e di bontà che si porta via tutto perché possiamo avere tutto, nell’aldilà, quando la nostra ricerca finalmente avrà poso? Perdendo, guadagniamo e, svuotandoci, rimaniamo pieni. Si dice in giro che questa è stata la traiettoria di Gesù, del Budda, di Francesco di Assisi, di Gandhi, di Suor Teresa e di altri.

Una storia di maestri spirituali antichi potrebbe forse chiarire il senso della perdita che produce un guadagno.

«C’era una volta una statuina di sale. Dopo lunghi pellegrinaggi attraverso terre aride arrivò a scoprire il mare che mai aveva visto prima e per questo non riusciva a capirlo. Domandò la statuina di sale: “Chi sei tu?” E il mare rispose: “Sono il mare”. Di nuovo la statuina di sale: “Ma che cos’è il mare?” Non capisco disse la statuina di sale – ma mi piacerebbe molto comprenderti; come faccio?”. Il mare semplicemente rispose: “Toccami”. Allora la statua di sale, timidamente, toccò il mare con la punta delle dita dei piedi. Percepì che quello cominciava essere comprensibile. Ma immediatamente si rese conto che erano sparite le punte dei piedi. “Oh mare, guarda che cosa hai fatto”. E il mare rispose “Tu hai dato qualcosa di te e io ti ho dato comprensione; non ti resta che darti tutta a me per capirmi tutto”. E la statuina di sale cominciò entrare lentamente dentro il mare, adagio e solenne e come uno che fa la cosa più importante della sua vita. E a mano a mano che entrava nell’acqua, andava anche diluendosi e con una comprensione sempre maggiore del mare. E la statuina continuava a domandare: “Che cos’è il mare?”, finché un’onda non la coprì interamente. Poté ancora dire proprio nell’ultimo istante prima di diluirsi nel mare: “Sono io”

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