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Quel che insegnano i fatti di Atene

di Angelo d’Orsi
da www.micromega.net

L’ultima Odissea, Fuoco greco, Atene brucia, Effetto Grecia, Grecia in rivolta, Sangue sul Partenone, Acropoli in fiamme… I titoli della stampa nei giorni scorsi indicano lo stupore, la preoccupazione, talora l’indignazione, per quanto sta avvenendo nell’Ellade. I morti di Atene, naturalmente, oltre alla pietà per quelle povere vittime, hanno suscitato ulteriori, più forti motivi di ansia tra i commentatori dell’Europa più in salute, o meglio, meno disastrata della Grecia. Non ho le competenze per analizzare, da tutti i punti di vista, come si dovrebbe, le ragioni di lungo, medio e breve periodo della crisi greca. Quello che credo di poter dire è che gli eventi greci, nel loro tragico crescendo, sono una delle numerosissime spie che la crisi economica in corso ormai da un biennio, non è affatto una delle tante crisi che si manifestano ricorrentemente, e regolarmente si superano, in seno al capitalismo. No, i fatti di Atene, le proteste durissime, la repressione, gli scontri, la contestazione generale che dall’Acropoli giunge fino a noi – con il motto “Popoli d’Europa, ribellatevi!” – sembrano dirci che questa non è più una crisi nel sistema, bensì una crisi del sistema.

Di più: la crisi che dalle bolle speculative di una finanza-padrona è giunta a toccare tutti i gangli della moneta, del commercio e della produzione, non si può definire né finanziaria, né economica. Qualcuno ha parlato, più persuasivamente, di crisi di un’epoca: a me pare si dovrebbe forse parlare di estrema decadenza dell’Occidente, o, se si preferisce, di una vera e propria crisi di civiltà. Forse il capitalismo sopravviverà anche alla drammatica situazione in atto, ma come? Con quali costi sociali? E con quali deformazioni dei regimi liberali? L’esempio di casa nostra è più che lampante e preoccupante.

Che il capitalismo si stia trasformando lo hanno notato osservatori ben addentro al sistema, come Edward Luttwak, o, da tutt’altra posizione, studiosi di grande competenza come il nostro Luciano Gallino; e ciò dura da almeno un ventennio, anche se le scaturigini sono da collocarsi negli anni Settanta, per poi arrivare a ridefinire pesantemente la situazione negli anni Ottanta, gli anni della signora “di ferro”, Margaret Thatcher e del suo sodale e alleato, l’ex attore Ronald Reagan, quello che nel discorso di insediamento alla Casa Bianca pronunciò la memorabile frase: “Lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema”: esordio stupefacente per un capo di Stato. Fu da allora che ci convinsero che appunto il Mercato (con la maiuscola), o meglio il Libero Mercato, sarebbe stata la panacea universale, riverberando anche sul Sud del mondo i benefici effetti della sua magia.

Che lo Stato era il nemico dell’economia, l’ostacolo all’efficienza, la remora organizzata che impediva il trionfo della libertà di accumulare, produrre, vendere; le parole d’ordine obbligatorie, che affascinarono tanta parte della sinistra (che cominciò a imitare e rincorrere la destra, non solo su questo tema di fondo), furono: privatizzare, aziendalizzare, dislocare. Emerse, specialmente, dopo il fatidico “crollo del Muro” del novembre 1989, un capitalismo dal volto disumano: un curioso e tremendo contraltare al fallito tentativo di produrre, a Est, in quell’Est sconfitto dalla storia, un “socialismo dal volto umano”. La sconfitta di questo tentativo, a ben riflettere, era direttamente connessa alla vittoria di quello.

E dunque, ispirati dai guru dell’iperliberismo, mentre le gerarchie militari si gettavano in guerre postcoloniali di spaventosa violenza, i ceti politici delle nostre società “del benessere” diventavano sempre di più i modesti rappresentanti di comitati d’affari, che, qui in Italia, si riducevano sovente a camarille di piccoli o grandi affaristi, come mostrano le ultime squallidissime vicende della “cricca” (che sembra praticamente unificare quasi interamente i governi berlusconiani).

Il capitalismo nell’era post ’89 diventava un ipercapitalismo, un supercapitalismo, un ultracapitalismo, o, infine, un “turbocapitalismo”. Il capitalismo nell’era della globalizzazione, parola ambigua che può essere considerata la madre di tutte le “deviazioni” o, forse, in realtà, i logici svolgimenti del sistema fondato sullo sfruttamento, sul profitto privato, e sulla iniqua distribuzione della ricchezza sociale.

E ora che un pugno di individui detiene la quasi totalità della ricchezza mondiale, ora che l’economia reale è sconfitta dalla finanza creativa, che il denaro virtuale sostituisce il denaro vero, che i bond diventano più importanti delle merci, ora che in un vortice spaventevole i ricchi diventano maledettamente ricchi, e i poveri si ritrovano insopportabilmente poveri, ora che la distanza tra chi ha e chi sa, da un lato, e chi non ha e non sa, dall’altro, si fa incolmabile: ora, come stupirsi che la rivolta cominci a divampare?

Se il mondo post-socialista è “un mondo di spaventose ingiustizie” (uso l’espressione di Norberto Bobbio, davanti al crollo annunciato del comunismo storico, fin dai fatti di Piazza Tien an Men, del giugno ’89), certo non ci si può affidare, come sembrano ragionare alcuni governanti dell’Eurozona, a un ipocrita e stolto “io, speriamo che me la cavo”. Non ce la caveremo, se non cambieremo la tavola dei valori. Non ce la caveremo affatto, anche se si riuscisse a superare la crisi, provvisoriamente: quello che è da superare è questo modello di sviluppo, questo paradigma sociale, questa santificazione della disuguaglianza, dell’oppressione dei forti sui deboli, della violenza alla natura.

I morti nella banca assaltata ad Atene, innocenti lavoratori, sono una tragedia; e i gesti che hanno portato alla loro morte assurda, sono esecrabili. Ma quando la marea si ingrossa, al di là dei violenti, dei provocatori e dei balordi che vi cercano spazio di navigazione, saltano tutte le mediazioni, svaniscono le esitazioni; e la violenza fa il suo ingresso sulla scena. E allora, davvero, si salvi chi può.

Perciò la Grecia insegna. Insegna che le cose devono cambiare. E cambiare alla radice, se si vuole conservare almeno, accanto alla pietà per le vittime di oggi, la lucidità e la speranza necessarie per capire che loro sono vittime, come altri milioni di esseri umani, preda di questo capitalismo rapace, predatorio, ingiusto fino all’estremo.

Non è con l’emissione di prestiti, con un mero sostegno finanziario alla Grecia stremata da politiche scriteriate, ma presa per la gola dai veri responsabili del disastro mondiale, quei “comitati d’affari” che vanno dal Fondo Monetario Internazionale fino alle famigerate agenzie di rating, che si esce dalla crisi. Forse si supererà questa congiuntura; ma non si uscirà dal fondo della cisterna in cui una larga parte di umanità è stata cacciata a viva forza: perché in questa crisi, accanto a chi perde, a chi soffre, a chi subisce, v’è chi guadagna, chi fa profitti, chi gode.

La Grecia ci dice: svegliatevi! Siamo tutti in pericolo. E il pericolo non viene dagli imbecilli o criminali che tirano molotov, ma, piuttosto, da coloro che hanno prodotto questo disastro epocale. C’è bisogno non tanto di un altro “piano di sviluppo”, quanto di un altro modello sociale, che richiede innanzitutto, un altro modello culturale. Perciò la morale è che c’è tanto da fare, ma – mi si lasci dire con l’amata Rosa Luxemburg – c’è tanto da studiare.

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