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di Maria G. Di Rienzo
da Telegrammi della nonviolenza in cammino ( Numero 188 del 12 maggio 2010) proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Se rifletto sull’Italia odierna, l’unico paragone che mi viene in mente è un lastrone di ghiaccio che va alla deriva: di spessore sempre minore, sempre piùlontano da un approdo qualsiasi, sempre più scivoloso e inafferrabile. Questo paese in disfacimento ha fatto di me una straniera. Sarò sincera: Costituzione a parte, che ho amato sin da ragazzina, non ho mai ritenuto di aver validi motivi per sviluppare un senso di appartenenza che contenesse anche qualche traccia di orgoglio. Ero e sono italiana perché sono nata qui, perché sta scritto sulla carta d’identità, ma è tutto

La differenza fondamentale fra la percezione del mio paese che avevo, diciamo, trent’anni fa e che ho oggi è la scomparsa di alcuni tratti comuni che mi permettevano di capire più facilmente le ragioni delle scelte che i miei conterranei facevano, sia che io le approvassi sia che io non le approvassi.

La consapevolezza di esistere in un sistema di relazioni: svanita. Si fa “branco” se serve all’avanzamento personale, ma senza alcun senso di empatia o lealtà verso terzi. Fra l’oggetto del desiderio e la sua realizzazione non deve esistere ostacolo alcuno; il senso del limite (e il senso di potenzialità) costituito dalla presenza degli altri si è dissolto. Se stanno in mezzo devono essere eliminati, se voglio una cosa me la prendo, se per avere quel che voglio devo vendere me stesso/a va bene, è così che gli italiani hanno “successo”: sono servili verso i potenti nonostante l’invidia e il rancore che provano nel contempo, sono sprezzanti e violenti verso chiunque mostri debolezza, dubbio, diversità di vedute.

Dal lastrone di ghiaccio, nel “paese che ama i bambini”, i bambini sono ormai i primi ad essere buttati a mare.

Prendiamo la nota storia della mensa negata agli scolaretti figli di genitori insolventi. Non sarebbe potuta accadere quando io ero alle elementari, per quanto il disprezzo verso i poveri fosse presente nella società. Nella mia classe c’era un bimbo di nome Daniele (figlio di un falegname, forse ci ricorda qualcosa?) con quattro fratelli più piccoli e reddito familiare da fame. Sapevamo che era povero perché la scuola gli passava gratuitamente quaderni e penne e il sussidiario che non era in grado di comprare, e sapevamo che quest’ultimo Daniele non poteva stropicciarlo come noi perché doveva renderlo alla fine dell’anno.

Quei momenti in cui la maestra gli consegnava il materiale mi turbavano sempre un po’, perché percepivo il disagio di Daniele, ma i fastidi, per il bambino e per noi suoi compagni e compagne, finivano lì. Non ho ricordo alcuno che la maestra trattasse Daniele in modo diverso, o facesse commenti derogatori nei suoi confronti, né che altri bambini lo insultassero per la sua povertà o la sua origine (meridionale in una classe del nord Italia), né che le madri e i padri degli alunni venissero a lamentarsi perché loro pagavano il sussidiario e quei “furbetti” della famiglia di Daniele no. Naturalmente, può darsi che qualcuno lo pensasse, ma la consapevolezza di esistere in un sistema di relazioni e il senso del limite erano ancora presenti, ed agivano come freni sulle pulsioni peggiori.

Di povertà è morta una bambina dodicenne, a Genova, il mese scorso. Le esalazioni della stufetta che l’hanno soffocata nel sonno sono l’arma del delitto, ma l’assassino è la miseria, e il mandante è la rovina morale di questo paese. La notizia è comparsa un giorno sui giornali ed è sparita subito dopo: l’hanno sostituita inamovibili pettegolezzi sui vip, questionari dal titolo “sei una moglie perfetta?” e resoconti su programmi televisivi di una stupidità abissale. La piccola aveva una sorellina di un anno o giù di lì: e prossimamente resta secca nella culla la famiglia, forse avrà altri cinque minuti di attenzione.

Gli stessi che sono stati concessi al ricco-famoso gallerista perché in contatto con un’organizzazione criminale che fornisce bambine, in Italia, a scopo di prostituzione: ma all’esimio signore nostro connazionale non bastava, chiedeva espressamente di poterle anche picchiare. Certo, gli rispondevano, basta che non sia troppo, che non le rovini, perché no? Pazzesco, si sarà detto il lettore, credevo queste cose succedessero solo nei film. Ed è passato a leggere le ultime indiscrezioni sul make-up delle dive.

Buttati a mare dal lastrone, i bambini e i ragazzi tendono pericolosamente a fare i grandi. Esistono in una sorta di spazio solipsistico, un micro-universo di cui ognuno è l’onnipotente dio centrale, e neppure quando l’incantesimo si rompe perché le loro azioni hanno valicato un confine legale e li hanno presi con le mani nel sacco, neppure allora sono in grado di uscirne. Tutto quel che li circonda li respinge nel modulo precedente, non intende aver cura di loro o indicare loro qualcosa di diverso, non può, perché chi dovrebbe farlo agisce esattamente nella stessa maniera (e viene pure compensato con ricchezza materiale, plauso sociale, fama, cariche importanti).

Nella mia città, Treviso, un ragazzino si è messo a correre dietro ad un coetaneo con una pala in mano, in pieno centro. Desiderava picchiarlo con l’attrezzo perché veniva preso in giro. Sempre nella mia città, ragazzine vendevano le proprie foto in mutande per potersi comprare abiti firmati. Santo cielo, dice ancora il lettore scuotendo la testa, dove andremo a finire, e per distrarsi guarda la tv dove ragazzine della stessa età si producono seminude in balletti idioti. Ma quella che sculetta lì a destra non è la figlia di Tizio? Fantastico, ha fatto carriera, avrà un sacco di abiti firmati e in futuro potrebbe sposare un calciatore: prendi nota, figlia mia, comincia a metterti in mostra, perché la concorrenza è tanta…

A Trieste, in marzo, quattro bulli adolescenti hanno picchiato e violentato un compagno di scuola dopo averlo legato ad una sedia in mezzo alla classe, e il quotidiano spiega: “Nel corso della festa l’episodio che molti definiscono di ‘nonnismo’, è trasceso, colpa anche di una cassa di birra entrata non si sa come nell’istituto scolastico”. Capite? L’episodio è “trasceso”, è solo andato un po’ più in la’ a causa dell’ebbrezza alcolica, la birra entrata “non si sa come” nell’edificio (non sono Sherlock Holmes, ma so che le casse non camminano da sole: forse qualcuno l’ha portata? Magari chi aveva intenzione di berne il contenuto? Ma è solo un’ipotesi, per carità). Insomma, finché lo picchiavano e basta poteva andare, era sano e normale “nonnismo”, peccato che abbiano “trasceso”.

Se questo è tutto quel che abbiamo da dire a questi ragazzi, come pensate che andrà la prossima volta? Ve lo dico io: andrà come a Milano (stesso mese di marzo 2010) dove tre ventenni, dopo aver passato un’allegra serata in vari locali, hanno preso di mira un barbone e l’hanno massacrato di botte con calci, pugni, un manganello e un cacciavite. Sono, scrive il giornale: “tutti incensurati, tutti residenti nell’hinterland, senza disagi o problemi familiari”.

Sono anni ed anni che leggo questa storia. Sono normali, sono “di buona famiglia”, non hanno problemi. Di grazia, allora perché agiscono così? Qualcuno vuol cominciare a riflettere se non sia proprio questa normalità a costituire un problema?

A Napoli un bambino di dieci anni ha spappolato a calci la milza della sua maestra: lo aveva diviso dal coetaneo con cui voleva picchiarsi. A Brescia due quattordicenni ed un quindicenne costringono ad una fellatio una compagna di classe durante l’orario di lezione: dodici altri alunni si posizionano in modo da coprire l’azione agli occhi dell’insegnante, che dice di non essersi accorto di nulla… Mi riesce difficile dargli il beneficio del dubbio, ma spero comunque non sia questo l’unico commento che ha prodotto al proposito.

I tre piccoli stupratori erano già noti nella scuola per furti di danaro e di telefoni cellulari: del normale bullismo, non c’è mica da stupirsi, è solo che questa volta hanno “trasceso”, no? Non vedete come i compagni li rispettano? Quasi tutta la classe ha approvato la violenza sessuale, aspettate che abbiano vent’anni e andrà come a Roma (maggio 2010), dove in quindici, all’esterno di una discoteca, hanno tentato di impedire alla polizia di soccorrere una ragazza che si era già presa pugni e calci ed era in procinto di essere stuprata.

Ricordate cos’ho scritto all’inizio? Se voglio una cosa me la prendo. Chi sono questi per mettersi fra me e quel che voglio? Chi sono questi per impedire ai nostri due forti eroi di mostrare che le donne, le ragazze, le bambine sono beni di consumo a disposizione del primo che passa? Lo dice persino la tv, lo dicono persino i governanti, lo dicono quotidiani, film, giochi, amici, genitori, insegnanti… Forse non è così male, in fondo, sentirmi straniera in questo paese. Pure, non riesco ad impedirmi di provare per esso una pena infinita.

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