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1975: l’atomica razzista

di Alessandro Iacuelli
da www.aprileonline.info, 25 Maggio 2010

Sembra venire finalmente alla luce un altro “segreto” degli scorsi decenni. Fatto già noto, ma mai confermato ufficialmente. Secondo il quotidiano The Guardian, alcuni documenti segreti sudafricani hanno svelato che, durante il regime dell’Apartheid, Israele si sarebbe offerto di vendere testate e tecnologie nucleari al paese africano. Secondo alcuni analisti, forse smemorati, si tratta della prima prova ufficiale sulla detenzione di armi nucleari da parte di Israele. In particolare, i documenti provano una serie di comunicazioni tra l’allora Ministro della Difesa sudafricano Botha e Shimon Peres, oggi Presidente di Israele, a partire dal 1975.

Nella sua offerta, Peres spingeva politicamente il collega sudafricano affinché optasse per l’acquisto di missili “Gerico”. I due giunsero a un accordo, tenuto ovviamente segreto. Negli incontri di cui si parla nei documenti, e che portano la data del 31 marzo 1975, il colonnello sudafricano Armstrong scriveva che i vantaggi di tali armamenti erano rappresentati esattamente dalla loro dotazione nucleare. In seguito, Peres e Botha si incontrarono a Zurigo il 4 giugno e, in quell’occasione, si assegnò al progetto il nome in codice di “Chalet”.

In realtà si trattò di una collaborazione internazionale, visto che nel tempo il Sudafrica, dotato di proprie miniere di uranio, produsse in proprio delle testate atomiche, con l’assistenza tecnologica israeliana. In cambio, il Sudafrica fornì a Israele ossido d’uranio. Nonostante tutto questo, si legge sulla stampa che non esistono prove scritte del possesso di armamenti e tecnologie atomiche da parte di entrambi gli stati.

Probabilmente la migliore prova non è quella scritta. Nel caso del nucleare militare, come avvenuto per gli Stati Uniti, per l’Unione Sovietica, e per tutti gli altri stati, la prova non è mai stata costituita da un documento scritto, quanto piuttosto da un’esplosione atomica sperimentale. E’ qui che entra in gioco la strana smemoratezza degli esseri umani del XXI secolo. Infatti, non era certo mille anni fa, quel 22 settembre 1979, giorno ricordato come quello del cosiddetto “incidente Vela”.

Alle nove del mattino, un capitano del DSP (Defense Support Program) dell’aeronautica degli Stati Uniti, di stanza nella sala di controllo dei satelliti spia americani, situata in pieno deserto del Nevada, lancia un allarme che, in piena guerra fredda, suona come pericoloso: il satellite artificiale Vela 6911 ha rilevato un doppio lampo, tipico di un’esplosione nucleare. Le coordinate sono 47 gradi latitudine sud, 4 gradi longitudine est. In pratica a cavallo tra l’Atlantico del Sud e l’Oceano Indiano. In quel tratto di mare completamente vuoto, c’è solo un’isola, quella di Bouvet; un isolotto, poco più di uno scoglio, sub-antartico. Un pezzettino di terra che affiora tra l’Antartide è il Sud Africa, a sud ovest del Capo di Buona Speranza.

I tecnici militari americani fanno presente che non era in programma nessun test atomico da parte di nessuna nazione, e stimano la potenza in 20 chilotoni. In più, l’esplosione è a doppio lampo, che è una caratteristica di un’atomica a fissione fatta esplodere non a terra, ma in atmosfera. Alle 10.15, il tutto è già sulla scrivania del presidente Carter, a Washington.

Nelle ore successive, un gruppo di scienziati presso una base antartica nel Territorio Antartico Australiano, dichiarano via radio di aver individuato del pulviscolo radioattivo che sta ricadendo sulla zona della base. L’Australia nega di aver eseguito un test nucleare. Il presidente Carter comunica direttamente con il Cremlino, a Mosca, dove i sovietici gli fanno notare che loro l’avrebbero fatta esplodere nell’Artico, o in Siberia.

La CIA rese noto alla Casa Bianca che il Sud Africa aveva un programma nucleare in corso, ma con il particolare che negli USA gli analisti militari erano convinti che i tempi non fossero affatto maturi per un test. L’incidente intanto aprì un caso diplomatico internazionale: l’isola Bouvet è territorio norvegese, anche se in passato la Gran Bretagna ha avuto delle pretese sull’isola, ma vi ha rinunciato. Anche se l’isola è disabitata, e c’è solo una stazione meteorologica automatica, il governo norvegese protestò vivamente, minacciando di rompere le relazioni diplomatiche con il Sud Africa, se si fosse scoperto che aveva fatto esplodere un atomica in territorio norvegese.

La CIA stessa provò ad insinuare che il satellite Vela fosse guasto, e che avesse reagito in modo anomalo ad un normale fenomeno atmosferico. L’Agenzia fu smentita dalla marina militare USA, i cui idrofoni avevano rivelato un segnale compatibile con un’esplosione atomica. Il resto lo fece la comunità scientifica: il telescopio di Arecibo aveva misurato un’anomalia nella ionosfera, compatibile con un’esplosione atomica.

Alla fine, la CIA ammise di sapere che anche Israele aveva un programma nucleare in corso, programma che andava avanti con l’appoggio e la collaborazione proprio del Sud Africa. Sei ore dopo l’incidente, si delineò però una strategia diplomatica completamente diversa: quella di negare l’esplosione nucleare, per non causare problemi al negoziato sulla non proliferazione nucleare che aveva portato nel ’78 alla firma degli accordi di Camp David. Pertanto, si scelse di dire al pubblico che si era trattato di un guasto agli strumenti del satellite Vela, realizzati nei prestigiosi laboratori di Los Alamos.

Nel gennaio 1980, la commissione d’inchiesta, che piuttosto che far luce sull’accaduto doveva dimostrare l’inefficienza degli apparati del Vela, ebbe una battuta d’arresto durante le audizioni di ingegneri e fisici di Los Alamos, che non solo avevano progettato gli strumenti, ma avevano anche accuratamente studiato i dati di quel giorno: pertanto erano in grado di dimostrare scientificamente che si trattò davvero di un’esplosione nucleare. Così, anche la commissione d’inchiesta finì i suoi lavori in modo ridicolo, visto che nella sua relazione finale si legge: “Dopo attenta valutazione, questa Commissione stabilisce che con tutta probabilità non si è trattato di un’esplosione atomica. Tuttavia, non si è in grado di stabilire con certezza la natura del fenomeno.”

Il Sud Africa aveva un programma di armi atomiche e la posizione geografica del test sembra indicare il Paese come il più probabile autore di quel test. Secondo il rapporto scritto dall’AIEA all’epoca dei fatti, il Sud Africa non avrebbe avuto la capacità di costruire un’arma simile prima del Novembre 1979, cioè due mesi dopo l’incidente. In ogni caso i servizi segreti degli Stati Uniti avevano avuto segnali di un rafforzamento delle misure di sicurezza nella base militare di Walvis Bay una settimana prima dell’evento. Questo fa ritenere che il test sia stato gestito da lì.

All’epoca dell’incidente Vela, Israele aveva già quasi certamente delle armi nucleari, ma è improbabile che avesse la capacità di allestire un test così lontano dal proprio territorio e contemporaneamente con un così elevato livello di segretezza. La CIA prese in considerazione anche l’India, vista la frequente presenza di navi indiane nella zona, ma l’ipotesi fu presto scartata per via della limitata capacità nucleare del Paese all’epoca dei fatti. Le principali potenze avevano scarso interesse a condurre ulteriori test in atmosfera e la potenza dell’esplosione faceva pensare che si trattasse di una tecnologia ancora arretrata.

Con la caduta dell’Unione Sovietica e la pubblicizzazione degli archivi dei loro servizi segreti, non è venuta alla luce alcuna indagine da parte sovietica. Il KGB si è limitato ad osservare quel che avveniva, a debita distanza, ma senza interessarsi a scoprire il colpevole. Una volta capito che non si trattava di un esperimento fatto da un Paese comunista, l’URSS classificò l’incidente come una polemica interna al blocco occidentale.

Nel febbraio 1994 un alto ufficiale della marina sudafricana, un contrammiraglio, fu arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Costui dichiarò che il test era un’operazione congiunta israelo-sudafricana che non avrebbe dovuto essere scoperta, e che invece costrinse gli Stati Uniti a “turare la falla”. Il 20 aprile 1997, il quotidiano israeliano Ha’aretz citò il ministro degli esteri sudafricano, che confermava il lampo luminoso del sud Atlantico come un test sudafricano. Poco dopo lo stesso ministro smentì dicendo di essere “stato frainteso” e che stava riportando solo alcune voci che circolavano da anni.

Oggi, appaiono nuove prove di un programma nucleare congiunto tra Israele e Sud Africa: in questi giorni, da Tel Aviv, si chiede all’attuale governo del Sudafrica di rispettare il carattere di segretezza di queste prove. Anche per continuare a sostenere che il pericolo sia rappresentato dall’Iran.

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