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Coree, un’utile crisi

di Enrico Piovesana
da www.peacereporter.net, 5 maggio 2010

Alta tensione tra Seul e Pyongyang. Gli Usa soffiano sul fuoco, ma nessuno vuole una nuova guerra. Una grave crisi internazionale, invece, farebbe comodo a molti

”Da voi il problema è la fame. Qui da noi invece abbiamo il problema dell’obesità”.
Il buon gusto non rientra, evidentemente, tra le doti degli strateghi militari sudcoreani che in questi giorni hanno ripreso la guerra, per ora solo psicologica, contro il regime comunista del nord.
Messaggi come questo, intervallati da brani di musica pop di una band di ragazze di Seul che cantano le lodi delle libertà democratiche, vengono sparati a tutto volume in direzione nord dagli altoparlanti dell’esercito sudcoreano istallati ieri lungo il fronte-frontiera sul 38° parallelo.

L’esercito nordcoreano ha minacciato di aprire il fuoco contro questi impianti, ma finora non l’ha fatto.
Nei prossimi giorni i militari di Seul posizioneranno anche maxischermi luminosi per proiettare oltreconfine messaggi di propaganda contro il regime di Pyongyang, e lanceranno sul territorio comunista palloni pieni di volantini per spiegare ai nordcoreani le responsabilità del loro governo nell’affondamento della corvetta sudcoreana ‘Cheonan’, costato la vita a 46 marinai.

Un’attribuzione di responsabilità che il regime di Kim Jong-il continua a rigettare.
Le conclusioni della commissione d’inchiesta istituita dal governo sudcoreano per indagare sulle cause della tragedia navale dello scorso 26 marzo si basano sui rottami di un siluro che sarebbero stati ripescati nella zona dell’affondamento e che, a detta degli esperti militari della commissione (americani, inglesi e australiani), corrisponderebbero a un modello prodotto in Corea del Nord.

Il regime di Pyongyang, che continua a sostenere la versione dell’incidente causato da una mina navale (inizialmente sostenuta dagli stessi militari sudcoreani), ha commentato le conclusioni della commissione parlando di una ”messa in scena” basata su rottami di dubbia provenienza e non invece su materiali probatori importanti, come le testimonianze dei marinai sopravvissuti e le registrazioni delle comunicazioni di bordo della corvetta, che invece sono state secretate dal governo di Seul. Il quale, tra l’altro, ha respinto ogni offerta nordcoreana di collaborazione nell’inchiesta.

Mentre il governo sudcoreano del ‘falco’ conservatore Lee Myung-bak si dichiara pronto alla guerra e il regime del ‘caro leader’ Kim Jong-il mette in stato d’allerta il suo numeroso ma scalcagnato esercito minacciando rappresaglie in caso di violazione delle proprie acque territoriali, il premio Nobel per la pace Obama prepara per i prossimi giorni una mega-esercitazione navale congiunta con la marina sudcoreana proprio nelle acque di confine dov’è avvenuto l’affondamento della ‘Cheonan’, allo scopo di lanciare un segnale chiaro a Pyongyang. Un’iniziativa molto rischiosa in un momento di così alta tensione, che di certo non contribuirà ad attenuare la tensione.

Il pericolo di nuovi ‘incidenti’ e scaramucce è concreto, ma nessuno crede a un’escalation della crisi e allo scoppio di una nuova guerra che nessuno vuole. Non la vuole il regime comunista nordcoreano, che ben conosce i propri limiti bellici. Non la vuole il governo conservatore sudcoreano, ben consapevole che un conflitto armato provocherebbe una fuga di capitali e quindi una pesante crisi economica. Non la vogliono gli Stati Uniti, già sufficientemente inguaiati in Afghanistan. E non la vuole la Cina, desiderosa di mantenere buoni rapporti con Washington.

Una grave crisi internazionale di lunga durata, tale da occupare le prime pagine dei giornali e da tenere il mondo con il fiato sospeso per un po’, farebbe invece comodo a molti. Innanzitutto al governo di Lee Myung-bak, che il 2 giugno affronta un’importante sfida elettorale di medio termine: prima dell’incidente i sondaggi davano in vantaggio l’opposizione di centro-sinistra, mentre ora il partito di governo è in forte rimonta.

Ma tornerebbe utile anche agli Usa, e all’Occidente in genere, per distogliere l’attenzione delle proprie opinioni pubbliche dalla crisi economica e dai dolorosi tagli alla spesa pubblica; alla Corea del Nord per cementare il proprio consenso interno attorno alla difesa della patria; e anche alla Cina, che alla fine potrebbe disinnescare la crisi guadagnando credito internazionale.

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